Il Calabrescia pensiero

E che cosa studi?

Posted on: 9 febbraio 2011

Questa. E’ questa la domanda più amata e più odiata dallo studente universitario, meglio se laureando.

A meno che lo studente non abbia scelto la propria Facoltà nella lista “Facoltà fuffe: vieni da noi, fai scorrere il tempo, e ti diamo una laurea”, che solitamente hanno a che vedere con… su, lettore, non farmi parlare…

A meno che non abbia scelto una di queste fabbriche di disoccupati, sarà orgoglioso di raccontare delle proprie erculee fatiche studentesche, non capendo che la domanda “Cosa studi?” e l’espressione interessata sono solo segno di educazione, perchè andiamo, non puoi credere che “Ieri ho fatto 150 pagine di Diritto Tributario” possa essere una conversazione stimolante. Lo sai tu, lo sa il tuo interlocutore. Ma l’etichetta impone certi rituali, che ce voi fà.

Fosse solo questo, il tutto si risolverebbe in un universitario frustrato bisognoso di uno psicologo, e in un estraneo che, suo malgrado, a causa di una domanda educata si ritrova a ricoprirne il ruolo. Una situazione positiva, dopotutto: fa si che lo studente non si riduca a parlare delle sue sventure con la sua fidata matita 5B: “Ciao matita… sei così morbida e comprensiva, tu… sai, oggi i miei amici mi han chiesto se mi andava di uscire con loro, sai, nella compagnia si sono aggiunte delle ragazze spagnole, sono qui in Erasmus… ma sì che sono single… no matita, non posso, lo sai che il mese prossimo ho l’esame… andiamo matita, non insistere. Ah, non collabori eh? Ti spezzi la punta eh? Sono IO che comando qui! Biro, vieni! Biro! BIRO!!!” e che l’interlocutore, quasi sempre sedicente cristiano, impari seriamente cosa voglia dire essere misericordiosi con il prossimo. Troppo comodo andare a curare i lebbrosi, donare 15mila euro a una famiglia africana, fare un pellegrinaggio arrivando in ginocchio a Santiago: non avrai MAI guadagnato il Paradiso, senza prima aver dato conforto a un universitario.

In verità, per disgrazia, l’interlocutore dell’universitario non è muto. E non è, solitamente, disinteressato. Il che vuol dire che il suo cervello elabora il seguente pensiero: “Ho voluto fare la domanda, fesso che sono? L’HO VOLUTO??? Vabbè oh… almeno vediamo di cavarci qualcosa…”

E inizia. Non puoi evitarlo, inizia.

Lo capisci, tu, universitario, che tante volte hai vissuto questa situazione (e nonostante tutto ancora non cerchi di evitarla, hai un compulsivo bisogno di rispondere con dovizia di particolari alla domanda di rito) lo capisci perchè il tuo interlocutore sorride. Ti guarda. Inspira.

Sei strafottuto.

Riporto qui una conversazione tipo, che fa riferimento alle mie esperienze di studente di giurisprudenza, ma sappi (e sappilo tu, collega universitario, tienilo ben presente, so che è difficile, ma questo mio pezzo vuole aiutarti ad uscire dal tunnel) che una discussione del genere potrebbe avvenire ogniqualvolta il poverodiavolo dichiari di frequentare una Facoltà che non sia il DAMS (o equivalenti). In tal caso, infatti, la discussione evolve velocemente e senza dolore verso le ultime due battute di questa conversazione.

“E tu che fai nella vita?”

“Studio, sono all’università”

“E COSA STUDI?”

(l’universitario è colto da manie di onnipotenza e psicosi)

“GIURISSSSPRUDENNNNNNZA” [se si risponde “studio al DAMS”, la discussione-tipo arriva subito alle ultime due battute]

(Sorride. Ti guarda. Inspira. Sei strafottuto)

“Ah!”

“Eh sì… quinto anno, una bella tirata di Facoltà. Ci sono di quei librazzi che…”

(l’interlocutore percepisce il pericolo di un monologo nichilista. Passa al contrattacco.)

“Quinto anno! Allora forse potrei chiederti una cosa… no, sai, c’è mia nonna, poveretta, le hanno piantato un albero vicinissimo al suo giardino, le riempie tutto di foglie…”

“No, scusa, sai, il diritto privato non è che sia tra i miei interessi primari…”

“Ho capito. Che poi c’è mio zio, non ha pagato l’ICI un anno e…”

“Nono, aspetta, il diritto tributario e io siamo come il diavolo e l’acqua santa.”

“Ma sai dirmi come faccio, ho una casa antica, storica, affrescata, vorrei…”

“No, quella è legislazione dei beni culturali. Io mi interesso un pò di più di diritto penale, sai, mi piacerebbe entrare in magistratura.”

“Ah, magistratura!”

(l’interlocutore assume un’espressione saccente, come dire “ottima scelta…”. In tal caso, sappia lo studente di Giurisprudenza che l’interlocutore non ha la minima idea di cosa diavolo sia un magistrato, ritenuto solitamente una figura mitologica ai confini tra politica, il mondo di Narnia e Gotham City)

“Eh sì, magistratura… ho avuto anche la fortuna di fare un corso di sei mesi, prima volta che questa cosa si faceva in Italia, partecipavamo (gruppo ristretto eh, mica canes et porcos…) alla difesa reale di imputati reali… ovviamente sotto la giuda di un avvocato esperto, ma sai che soddisfazione…”

“E così sei già un mezzo penalista, ah? (brivido di piacere dell’universitario) Ma hai sentito di quell’industriale, quello che hanno condannato per aggiotaggio… ma che diavolo è?”

“Chi, l’industriale?”

“L’aggiotaggio.”

“Non saprei, quello è diritto penale dell’economia e…”

“… non è di tuo interesse, non è il tuo campo, insomma.”

“Già.”

“…”

“…”

“Bella giornata, eh?”

“Meravogliosa.”

 

Personalmente, sto imparando a dire che lavoro come beccamorto. Chissà perchè, nessuno mi fa più domande.

 

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3 Risposte to "E che cosa studi?"

Oddio Sono morto dal ridere! solo una domanda, cos’è il DASM???

Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. 😉

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