Il Calabrescia pensiero

Delitto dell’Olgiata. Epilogo?

Posted on: 31 marzo 2011

Pare proprio che la sindrome Cold Case si sia impossessata dei nostri italici inquirenti. Prima l’omicidio di Simonetta Cesaroni (del quale ho scritto qualche tempo fa, hanno condannato in primo grado l’ex fidanzato Raniero Busco a 24 anni di reclusione, a mio modestissimo parere senza solide prove a riguardo) ora il famoso delitto dell’Olgiata, omicidio avvenuto nel 1991 ai danni della contessa Alberica Filo della Torre. Indagato, oggi, è uno dei domestici che fino a qualche mese prima dell’omicidio si occupava della villa nella quale la nobildonna è stata barbaramente uccisa, Manuel Winston Reves, filippino.

Cosa ne penso? Vicenda di una intricatezza inimmaginabile.

Ricostruiamo la vicenda. O proviamoci, almeno.

Alberica si trovava nella sua abitazione quella mattina a Lavilla 28/A, isola 106 dell’Olgiata con i figli Manfredi e Domitilla, due domestiche filippine -tra le quali Violeta Alpaga, colei che ne rinverrà il cadavere- la babysitter Melanie e quattro operai che stavano preparando l’abitazione per la festa d’anniversario di nozze tra Alberica e Pietro Mattei, che doveva tenersi quella sera. Il perimetro della casa era controllato da due cani, uno yorkshire (piccolino, ma rumoroso) e un cane mastino (quindi sia rumoroso che efficace dal punto di vista della guardia e della difesa).

Il marito Pietro si trovava nel proprio ufficio.

Tra le 07.00 e le 07.30 iniziano le attività, particolarmente ferventi a causa dell’importante ricorrenza.

Si sveglia anche Alberica. Violeta Alpaga le porta la colazione verso le 07.45, quindi torna in cucina.

Secondo la Alpaga, la contessa scenderà al piano di sotto verso le 08.30 per poi rientrare in camera sua alle 08.45 circa. Dalla sua stanza la contessa non uscirà viva.

Verso le 09.15 la Alpaga e la piccola Domitilla bussano una prima volta alla porta della signora, che non risponde.

La stanza risulta chiusa dall’interno.

Verso le 10.30-11.00 la Alpaga e la bambina tornano a bussare alla camera ma, anche stavolta, senza risultati. Provano a chiamare in camera sfruttando la linea interna della villa: nessuna risposta.  Trovata una seconda chiave, le due entrano nella stanza e rinvengono il corpo della donna riverso verso terra, con le braccia aperte e con la testa avvolta in un lenzuolo insanguinato; la stanza presentava ovunque tracce di sangue: sulla moquette, sul muro, sulle lenzuola e sulla camicia da notte della vittima.

Vengono chiamati i Carabinieri. Sono le 12.00-12.30 circa. Tra i primi ad arrivare c’è anche un funzionario dei Servizi Segreti civili (SISDE), Michele Finocchi. La sua presenza è apparentemente giustificata dalla grande amicizia che lo lega da tempo alla famiglia Mattei.

Più o meno sempre verso mezzogiorno, il marito della vittima Pietro Mattei farà ritorno a casa. Il vestito che indossa al suo ritorno è diverso dal vestito che indossava quando da casa si era recato al lavoro.

La contessa è stata prima tramortita con un corpo contundente, l’arma non verrà mai ritrovata, e successivamente uccisa mediante strozzamento, visto che sul collo erano visibili i segni bluastri delle mani dell’assassino. Dalla stanza risulteranno mancare alcuni gioielli ma, dato che il grosso dei preziosi non era stato toccato -incluso un prezioso orologio d’oro ancora al polso del cadavere- non si ipotizzò il movente del furto o, comunque, della rapina. Gli inquirenti si concentrano invece sull’ipotesi del delitto passionale: il colpo inferto al capo ed il successivo strangolamento erano infatti compatibili con un delitto d’impeto dato dalla gelosia, ma l’idea viene quasi subito abbandonata. L’assassino doveva invece essere qualcuno che la vittima conosceva e di cui si fidava, qualcuno in grado di entrare nella villa, nonostante l’affollamento di quella mattina, e muoversi pressoché indisturbato. Bisogna tener conto anche del fatto che i due cani, sempre molto rumorosi in caso di visita da parte di sconosciuti, non hanno accennato nemmeno lontanamente ad abbaiare, nè sono stati in alcun modo sedati. Oppure l’assassino doveva essere già presente nella villa.

I primi sospetti si incentrano su Roberto Jacono, figlio dell’insegnate di inglese dei bambini di casa Mattei (Franca Senapa), un giovane con alcuni problemi psichici che viene inquisito per alcune macchie di sangue rinvenute sui suoi pantaloni; sarà l’esame del DNA (ricordiamo, l’accuratezza di tali risultati è da riferire all’anno 1991) a scagionarlo.

Dopo Jacono i sospetti si spostano su di un cameriere filippino licenziato poco tempo prima (movente?), Manuel Winston Reves, anche lui scagionato con la prova del DNA. Come dicevo, i test del DNA di allora erano ancora parecchio rudimentali, tanto che oggi, 20 anni dopo, sembra proprio il DNA la prova principe a carico di Winston.

Nell’ottobre del 1993 uno scandalo che coinvolge anche l’allora Presidente della Repubblica Scalfaro, lo “scandalo SISDE”, riporta in auge il delitto dell’Olgiata: ci si ricorderà che l’indagato per costituzione di fondi privati tramite i fondi del SISDE, Michele Finocchi, era stato uno dei primi a giungere sul luogo del delitto dell’Olgiata. Per il PM l’ex 007 -latitante- era lì per questioni riconducibili a questi fondi. La pista sembra azzeccata: a Zurigo infatti, il PM scopre e sequestra sei conti bancari intestati ad Alberica contenenti svariati miliardi; somme troppo elevate pure per una famiglia benestante come i Mattei. Forse i soldi del SISDE erano stati sottratti da Finocchi e, complici i Mattei, erano stati messi sui loro conti svizzeri comprando il loro silenzio con una percentuale, e ora la contessa -per qualche ragione- voleva chiamarsi fuori e raccontare tutto alle autorità? E’ per questo che è stata fatta fuori?

Si scopre anche che la contessa era intenzionata a divorziare dal marito, che aveva un’amante, e Pietro Mattei finisce sotto i riflettori. Ma il vestito di Mattei (ricordiamo che era partito da casa con un vestito ed era tornato con un altro) risulta negativo al test del DNA ed il suo alibi regge: un barista conferma di averlo visto entrare nel suo bar poco dopo le otto del mattino, prima di recarsi al lavoro. Certo è, ad ogni modo, che l’omicidio è avvenuto tra le 08.45 e le 09.15. Quindi, probabilmente, la distanza tra il bar e casa Mattei doveva essere tale da non poter essere coperta nel giro di 45 minuti circa, utilizzando un’automobile. Almeno si spera, altrimenti l’alibi -visto in questo modo- sarebbe inefficace.

Nel 1996 gli investigatori cercano di venire a capo dell’assetto di conti finanziari intestati alla contessa che portano a scoprire cospicui trasferimenti di denaro dalla Svizzera al Lussemburgo, ma le indagini si fermano. Quindi non solo si abbandona la pista del marito fedifrago, ma pure la pista (succulenta) dei fondi sottratti al SISDE.

Nel 2004 il caso viene riaperto con l’ingresso nella vicenda dell’ultimo personaggio sinora noto: Franklin Yung, un imprenditore di Hong Kong, amico di famiglia, che risiedeva poco distante il luogo del delitto e che conosceva bene la villa. Rivedendo gli esami autoptici si scopre che la contessa è morta per una particolare forma di strozzamento provocata dalla pressione di un dito sulla carotide, una tecnica tipica di un tipo di arti marziali di cui Yung è esperto, ma anche questa pista non porterà a nulla. Il Caso viene definitivamente archiviato nel giugno 2005.

Nel gennaio 2007 il procuratore accoglie un’istanza di Pietro Mattei per rivedere alcune prove alla luce delle nuove tecniche investigative: il caso viene riaperto.

Nel giugno 2008 gli esami portano ad individuare tracce di sangue su di un fazzoletto rinvenuto sul luogo del delitto che non appartiene ad alcuno dei precedenti sospettati.

Nel giugno 2009 un’amica di Alberica, Lisa Marianne Jorgensen, afferma che poco prima di morire la vittima le aveva rivelato di esser preoccupata dal fatto di esser spiata da uno sconosciuto e rivela anche che poco tempo addietro la contessa aveva rifiutato a Franca Senapa -madre di Jacono, il ragazzo con problemi psichici inizialmente indagato- un prestito e che tale rifiuto era terminato con un’accesa discussione.

Nel 2010 il PM Francesca Loy affida al RIS il compito di analizzare l’orologio della vittima e il lenzuolo alla ricerca di tracce di DNA dell’assassino.

Dopo qualche mese il legale di Mattei chiede al PM l’acquisizione agli atti di un’agenda segreta della contessa che, a suo dire, potrebbe contenere dettagli rilevanti, nomi importanti.

Il 26 novembre 2010 accade un nuovo fatto che riporta il delitto alla ribalta: un’amica della vittima, Emilia Parisi Halfon, si presenta volontariamente ai carabinieri per consegnare un telefono cellulare che, secondo la donna, apparteneva alla povera Alberica. La Halfon sostiene che il telefono le è stato consegnato dal marito della contessa Della Torre, il quale, all’epoca, l’aveva pregata di tenerlo nascosto. Perchè?

Il 29 marzo 2011 la prova del DNA su nuovi reperti riporta alla ribalta il filippino Winston, inizialmente indagato e poi rilasciato.

Oltra al semplice DNA -ricavato da tracce ematiche sul lenzuolo, compatibili con l’escoriazione che lui presentava ad un braccio nei giorni successivi al delitto- ci sarebbe un movente e una serie di circostanze che avrebbero favorito il compimento del fattaccio: il filippino era stato, come detto, licenziato dai Mattei qualche mese prima, poichè aveva problemi con l’alcool. Nonostante questo, gli erano state lasciate le chiavi di casa e a volte tornava nella villa per fare qualche lavoretto. Aveva anche un debito con la contessa quantificabile in un milione e mezzo di lire, che non riusciva a saldare. Quindi?

Poteva aver pensato di usare le chiavi per entrare nella villa, nella stanza della contessa, prenderle qualche gioiello sufficiente a saldare il debito tramite vendita al mercato nero e via, tutto a posto. Invece la contessa entra in camera, lo vede, lui si fa prendere la mano, comincia a picchiarla, finisce per ammazzarla. Scappa con la refurtiva ancora in tasca.

Ecco spiegato tutto, inclusi i cani che non hanno abbaiato.

Rispetto alla “soluzione” del delitto di via Poma, che io ritengo modestamente una grandissima minchiata, qui tutto pare scorrere come un meccanismo ben oliato. Solo un appunto: ma dati tutti questi elementi a carico di Winston, si doveva proprio avere il DNA? Ma io dico, a sto punto, prima che si capisse come usare il DNA a scopi investigativi (anni ’90) come si poteva trovare un colpevole? Solo tramite confessione, o trovandolo “a pistola fumante”?

Un pò più di intuito, e un pò meno scienza da telefilm, che cazzo. Ce la facciamo a fare le O anche senza il bicchiere?

Rimangono alcune domande, nonostante la soluzione prospettata mi convinca:

Perchè il marito è partito con un vestito ed è tornato con un altro?

Perchè avrebbe dovuto nascondere agli inquirenti il cellulare della moglie?

Siamo sicuri che le astronomiche cifre dei conti Mattei non siano in alcun modo collegabili a Finocchi e al SISDE?

E’ vera o finta la vicenda del litigio tra Alberica e la madre di Jacono per motivi economici?

Esiste uno “sconosciuto” che spiava Alberica giorni prima del suo assassinio?

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3 Risposte to "Delitto dell’Olgiata. Epilogo?"

Domande che non hanno più senso: il filippino Manuel Winston Reves ha confessato davanti al PM Francesca Loy di essere l’assassino della contessa. Ha chiesto scusa a lei, alla famiglia e a tutti gli italiani.

Fine di un mistero durato vent’anni.

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