Il Calabrescia pensiero

Archive for aprile 2011

Ho avuto un sogno. O un incubo. Una manifestazione onirica, mettiamola così, almeno il lettore non si lamenterà. E poi dicono che non faccio sforzi per essere imparziale. Mah.

Silvio, finita questa legislatura, mollava tutto. La fine di un ventennio, insomma. Per lui, ringraziando il cielo, niente piazzale Loreto. Esilio in Polinesia, attorniato da quintalate di gnocca. Altro che Alcatraz. Per trattenerlo funziona più una mulatta in topless che un marine con armi automatiche ed esplosivo al plastico.

Bene, come alla fine di ogni ventennio che si rispetti, via alla stesura di una Costituzione. Sennò che gusto c’è.

Si ritiene che sia più facile scriverla sulla falsariga di quella attuale. Pronti.

Art. 1) Qui Bossi si scalda. Ha accanto un prosatore, datosi che il suo Verbo risulta oramai incomprensibile ai più. Tra un rutto, una dichiarazione di virilità e una fucilata a salve sparata in aria (si scoprirà poi che il fucile era caricato a pallettoni, e il bersaglio era Di Pietro) propone il testo.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, e porcaputtana non solo su quello dei padani, quindi la Costituzione riconosce e tutela organizzazioni di fustigatori che dal Po in giù incentiveranno la produttività. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Se poi è il popolo padano, tanto meglio.”

Art. 2) Prende la parola Gianfranco Fini. Si infila una kippah sulla testa e una kefiah al collo. Si inginocchia verso la Mecca. Dopo quarantacinque minuti di arabo maccheronico, parte in quarta.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. In particolare, si impegna ad accogliere venti milioni di immigrati al mese, a finanziare regolarmente ogni stato africano con venti milioni di euro mensili, e a costruire quanto prima moschee e sinagoghe nel numero di venti per ogni Regione.”

Calderoli è fulminato da ictus.

Art. 3) Fini, oramai temprato come acciaio appena forgiato, è lanciatissimo. Dopo una invocazione in ebraico e una dichiarazione (che non sta mai male) sul berlusconismo -definito come “male assoluto”- propone anche l’articolo seguente.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Quindi la Repubblica si impegna a riconoscere i matrimoni omosessuali, costruire luoghi di culto per ogni religione esistente sulla Terra, a tutelare il fondamentalismo islamico in quanto lecita manifestazione di opinione politico-socia…”

Viene freddato da un dardo avvelenato sparato da La Russa con una cerbottana.

Art. 4) Silenzio in aula. La Camusso, convocata alla Costituente come membro onorario, cerca di contenersi ma si fa scappare un sorrisino. Come un tuono, esplode l’ilarità generale nei confronti del riformando articolo. Casini si asciuga i lacrimoni e scandisce, al suo solito, “Susu, santo cielo… dobbiamo… recuperare… la nostra dignità… il nostro…” non riesce a concludere, gli scappa da ridere. Bossi riesce a riprendere il controllo, dà due tiri alla bombola d’ossigeno, e propone.

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il dovere al lavoro ( DOVERE, capito terroni???) e promuove le condizioni che rendano effettivo questo dovere. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Anche se la Repubblica dubita che un terrone possa concorrere al progresso materiale o spirituale, ma si sa mai.”

Art. 5) Maroni salta in piedi, fino a quel momento stava menando la polenta taragna. Sennò poi fa i grumi, e valli a rompere.

“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento. In pratica quanto detto fino al primo “punto e virgola” non vale un cazzo, è una Repubblica federale, ogni regione fa per sè, e le regioni del nord sono separate dalla terronia (emendamento Bindi: sostituire “dalla terronia” con “dalle regioni meridionali”, accolto) con un muro di cemento armato sorvegliato da guardie autorizzate a fare fuoco. Ai terroni, non ai nordici.”

La Lega accoglie festosamente la proposta a suon di rutti.

Art. 6) Un onorevole mediorientale di fresca nomina propone:

جمهورية يحمي الأقليات اللغوية مع قواعد خاصة. ومع ذلك، اللغة العربية هي اللغة الرسمية. ما الارتياح.

Nessuno capisce un cazzo, ma il testo viene approvato sulla fiducia. Si prodighi il mio lettore nella traduzione del testo, utilizzando l’apposita applicazione di Google impostando la traduzione dall’arabo all’italiano. Poi fatemi sapere, io non lo faccio per paura.

Bersani propone una rinvio della discussione a quattro mesi dopo: deve andare a pranzo, e si sa che il tortellino con la zucca è di lenta digeribilità.

Mi sveglio di soprassalto, madido di sudore.

Dio ce ne scampi.

Comunque, caro lettore, ti terrò informato sui lavori della Costituente.

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Chiariamo, Bear non è il suo (Suo, pardon) nome. Si chiama Edward Michael Grylls; Bear è il nome che sua sorella minore gli ha dato, capendo già da piccina di che pasta fosse fatto. Voglio dire, a chi verrebbe in mente di chiamare “orso” il proprio fratello, dai.

Io sono appassionato di Discovery Channel, e del programma da lui (o meglio, Lui) condotto: “L’ultimo sopravvissuto”. Se sei mio lettore e non sai di che parlo, fatti una googlata e poi vatti a vergognare nell’angolo più buio della tua casa. Animale.

Il punto è che il divino Bear non sa di rivolgersi a dei comuni mortali. Ti dà eccellenti consigli di sopravvivenza in ambienti ostili, lasciando perdere la preliminare considerazione che quei consigli possono essere praticati solo da un guerriero sayan strafatto di cocaina. Per questo mi rivolgo -rispettosamente e umilmente- a Lui, cercando di fargli intuire quale sia la natura umana.

Andiamo per punti. Bear arriva in un territorio desolato, paracadutandosi senza ossigeno da un aereo alla modesta altitudine di ventimila metri. Un microfono nel suo casco ha spesso captato i suoi commenti nei momenti immediatamente successivi al lancio: pare che dica “Ah, che bell’arietta frizzante.”

L’uomo comune se ne sta a casa. Cristo santo, perchè devo andare a infognarmi nella foresta amazzonica durante la stagione delle piogge? Mah. Ammettiamo che però lo voglia fare. Per farmi forza mi scolo tanta grappa da far imbarazzare un alpino con la cirrosi etilica, aprono il portellone dell’aereo. Per emulare perfettamente Bear non ho l’ossigeno: sia io che il cameraman andiamo rapidamente in ipossia. Ci buttiamo giù in preda alle allucinazioni. Il microfono del casco del mio cameraman capta un “Sono un elefante viola che slitta sulla frizione” il mio capta un “Devo fare pipì, che bella sensazione di calore che danno questi pantaloni.”

Lui atterra in maniera ineccepibile, e si accinge quanto prima a fare la cosa più importante: costruire un piccolo rifugio prima che faccia notte. Il sole tramonterà da lì a due minuti e venticinque secondi. Raccoglie fronde, liane e legname e costruisce una villa di quattrocento metri quadri, giardino giapponese, due Jacuzzi, cucinino abitabile e un materasso ad acqua. Dopotutto è la stagione delle piogge, l’acqua si trova facile. Gli rimane un minuto e mezzo per apprezzare il tramonto.

Io atterro su un cactus. Sono nella foresta amazzonica, ma piombo su un cactus. Bella storia. Cerco materiale da costruzione. Le liane ci sono ma non si staccano, il legname c’è ma il tronco più piccolo è grande come una Volkswagen Golf e di fronde ce n’è in abbondanza, ma senza il resto non servono a una cippa. Il mio cameraman, ancora in preda ad allucinazioni per l’ipossia, si costruisce con queste un gonnellino hawaiano. Crede di essere una ballerina. Ancheggia sensualmente. Viene morso da un mocassino d’acqua, sviene. Sia ringraziato Iddio. Alla fine decido di accatastare le fronde a terra a mò di rudimentale materasso. La cuccia del mio cane è più accogliente.

Bear si prodiga per il fuoco, nel suo cucinino abitabile. Raccoglie legna bagnata dalla pioggia, la fissa con sguardo torvo, la legna si incendia all’istante. Subito dopo rivela il trucco: in verità ha usato il fondo di una lattina di Coca Cola per concentrare i raggi solari (nella foresta amazzonica?) in un punto piccolissimo. Da lì, il fuoco diventa uno scherzetto. Che credevate, che incendiavo la legna con lo sguardo? Stupidini!

Io mi accingo a fare il fuoco. Le provo tutte: strofino legnetti, concentro i raggi solari con una lente, uso l’acciarino, prego Thor, impreco Anubi, getto la spugna. Rinvengo fortunosamente un accendino Bic nella tasca destra. Lo uso. Non serve, è tutto bagnato. Sia ben chiaro (e qui non scherzo): a casa mia, per accendere il barbecue, utilizzo una fiamma ossidrica industriale. Fai un pò tu.

Dopo aver fatto il fuoco, costruisce sessanta trappole in dodici minuti. Usa canne di bambù e piccole liane. Catturerà dieci fagiani, trentasei cinghiali, ventiquattro maiali, una vacca Angus e una quaglia. Li ammazza a mani nude, esclusa la quaglia che viene massacrata a colpi di machete. Lo so, le trappole erano solo sessanta. Ma lui è Bear. Li cuoce sulla fiamma viva e li divora in quattro minuti. Con aria abbastanza soddisfatta afferma “Non era granchè, ma conteneva buone proteine”.

Dopo NON aver fatto il fuoco, mi accingo a procacciarmi il cibo. Voglio costruire delle trappole. Non ne sono capace. Comincio, quindi, a ringraziare il mocassino di cui sopra.

A lui viene sete. Fa pipì in una ciotola di granito che ha precedentemente costruito. La beve. Sorride e dice “Adoro il Margarita”.

Mah.

A me viene sete. Mi sono pisciato addosso nel momento del lancio, quindi niente drink. Mi arrangio con l’acqua di una pozza. Vengo colto da diarrea e mi disidrato più di prima.

Lui torna a casa da eroe. I suoi collaboratori rilasciano interviste nelle quali giurano che li ha salvati da un attacco congiunto di un giaguaro, un leone, un pipistrello psicotico, una tigre dai denti a sciabola e da un Power Ranger tossicomane.

Io torno a casa. Forse. Il mio collaboratore non dice niente: è morto per il morso letale del mocassino. Conteneva buone proteine ed è stato utilissimo per sollevarmi il morale.

Eh oh.

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Discutevo, sul blog del Popolo Viola, riguardo alla morte del povero Vittorio Arrigoni. Dopo essere stato sottoposto alla consueta dose di maledizioni e auguri di disgrazie (siamo in democrazia, si dice che tutti siano liberi di esprimere il proprio pensiero, ma io -per quanto non offensivo e moderato- evidentemente non dovrei godere di tali diritti), leggo un clamoroso spunto di riflessione, da parte di un ex musulmano. Di una chiarezza e crudezza ineguagliabili. Te lo riporto parola per parola, limitandomi a correggere semplicemente gli errori di battitura o di grammatica. Dopotutto, lo scrivente è straniero. Un grazie, quindi, all amico Amed.

“Ciao, io sono un ex musulmano figlio di un imam e credo che il miope qui sia tu Vittorio (non Arrigoni, si riferisce a una persona con cui discutevo n.d.r.), io so cos’è l’islam, non è quello che pensi tu. L’islam è una vera e propia mentalità -mio padre come la maggior parte degli islamici predica odio contro gli infedeli- e posso assicurarti che in Paesi come il Sudan (di cui sono originario), Marocco, Tunisia (in questi due c’è una forte oppressione alla libertà di scrittura) ci sono vere e propie cacce all’apostata o al non islamico, vere propie torture, stupri di donne e fosse comuni, cose che tu non conosci minimamente. Prima di arrivare in Italia abitavo in Palestina, e ti posso garantire che la maggior parte dei filmati in internet sono tagliati per far passare Israele dalla parte del torto: si parla delle migliaia di morti in Palestina -per la maggior parte cristiani o non musulmani- presi e uccisi, per far impietosire le persone come te, troppo buone, e non consapevoli di quello che accade in questi Paesi. Io posso dirti tutto questo perchè l’ho visto con i miei occhi, mentre tu come la maggior parte di voi (occidentali n.d.r.) parla per sentito dire. Spero che le parole dette da Gheddafi (sono state riprese anche da altri esponenti islamici nel mondo) “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo, non ci integreremo, ci moltiplicheremo e infine grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo.” possano farti capire come l’occidente stia giocando con il fuoco. Scusa per il mio italiano, ma questa è la verità e non quella che tu riporti per sentito dire. Concludo dicendoti che la maggior parte degli islamici fa “taqquyca” ovvero mente per evitare che si scopra il vero obbiettivo dell’islam.”

Era mia intenzione scrivere un pezzo sul povero Arrigoni e sui rapporti islam-occidente: credo che le parole dell’amico Amed rendano tutto superfluo. Ti consiglio anche qualche libro dell’ex musulmano Magdi Cristiano Allam, per un ulteriore scorcio di ciò che veramente predicano certe culture.

Ascoltiamo queste persone (che non sono certo esponenti della Lega Nord e rischiano la morte in quanto apostati, avendo abiurato la fede islamica) finchè possiamo.

Per dirla alla Vittorio Emanuele:

“Non restiamo insensibili al grido di dolore che da tante parti giunge verso di noi.”

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La Giorgia Meloni è lanciatissima: disegno di legge costituzionale. Perchè non fare in modo che i diciottenni -che possono votare per la Camera- possano anche ESSERE ELETTI alla Camera allo scattare della maggiore età? E perchè i venticinquenni -che possono votare, oltre che per la Camera, anche per il Senato- non possono essere eletti in Senato allo scattare del venticinquesimo anno?

L’attuale regola è questa: alla Camera si può accedere dai 25 anni in su, al Senato dallo scattare dei 40.

Il mio parere? Una grandiosa minchiata.

Sia il progetto meloniano (caldamente accolto quasi da tutti, come se fossero obnubilati dall’oppio) sia l’attuale sistema.

Dimmi una cosa, lettore. Spiegami una cosa, ché credo di essere diventato stupido.

Una mia amica vuole fare la maestra. Ho detto la maestra, non il neurochirurgo.

Si deve pippare, tra le elementari, medie, superiori e università, diciassette anni di insegnamenti. Ma lasciamo perdere i tredici anni di elementari, medie e superiori, comuni a tutti coloro che vogliono entrare in un’università: diciamo solo che si deve sorbire quattro anni accademici, e naturalmente laurearsi.

Lasciamo anche perdere il fatto che ho sempre ritenuto le scuole medie completamente inutili. Si ripetono concetti già appresi alle elementari e che verrano ulteriormente ripresi alle superiori. Mah, tant’è.

Un’altra mia amica vuole fare l’infermiera.

Pochi anni fa (non nel Cretaceo) bastava fare tre anni di superiori o, se proprio volevi fare l’infermiera super, a livelli dirigenziali, ai tre anni ne aggiungevi altri due. In pratica ti facevi i classici cinque anni di scuole superiori in un istituto professionale infermieristico. Ed eri infermiera qualificata anche per ruoli dirigenziali. Oggi se vuoi essere infermiera “semplice” devi farti tre anni di università; se vuoi arrivare a livelli dirigenziali devi fare una specializzazione di altri due anni. Cinque in tutto.

Se vuoi essere eletto in Parlamento, se vuoi fare uno dei lavori più importanti (se determinare la Politica di un Paese non è importante, cosa lo è?) non ti serve un titolo di studio. Non ti serve un cazzo: basta che il partito di turno ti ritenga una buona calamita di voti (pensa a Vladimir Luxuria, o all’operaio sopravvissuto della Tyssen, o alla madre di Carlo Giuliani) et voilà. Sei onorevole, o senatore.

L’importante è che tu abbia (per ora) almeno 25 anni per la Camera e 40 per il Senato.

E la Giorgina, con tutta la politica sdrogazzata di non si sa che cosa, proprone di abbassare la soglia dell’eleggibilità. Come se parlamentari più giovani sia sinonimo di parlamentari migliori.

Non voglio commentare eccessivamente: parla con un diciottenne-tipo, e poi dimmi se lo riterresti in grado di assumere impegni politici di alto livello.

Io spero sempre in qualcuno che si alzi, una mattina, e dica: “Ma come cazzo è che mai nessuno ci abbia pensato prima?”

E si rechi quanto prima in Parlamento, proponendo di condizionare l’elezione a Onorevole in primis a un titolo di studio ben preciso (e se per fare il medico devo essere laureato in medicina, per legiferare credo che una laurea in giurisprudenza vada più che bene), in secundis a un periodo di “praticantato” senza stipendio di almeno uno o due anni.

Perchè il titolo di studio in sè non serve a un cazzo, se non entri prima nell’ottica dei meccanismi, alle volte arrugginiti, del Parlamento. Perchè la sola pratica non serve a un cazzo, se non hai sudato anni per capire, almeno in chiave teorica, quali siano i meccanismi dell’intero sistema.

Ti sei laureato in legge? Ti sei fatto due anni alla Camera senza prendere nemmeno un euro, assistendo a tutte le sedute ed entrando nel meccanismo? Bene, puoi diventare onorevole.

E non mi interessa se hai 25 anni, 27 o 32. Se hai questi requisiti, prego, sei accoglibile nella nostra classe politica.

Vuoi entrare in Senato? Bene! Dopo qualche anno alla Camera (che dici, facciamo almeno 5 o 10 anni?) puoi accedere anche all’altro ramo del Parlamento. E’ ovvio che in tal modo, subordinando l’elezione a Senatore a quella di Onorevole, tutti i requisiti fondamentali per la Camera sarebbero naturalmente trasposti anche al Senato. E se diventi Onorevole a 25 anni, allora potresti essere eletto senatore a 35.

Ovviamente, Onorevole o Senatore, decadresti automaticamente se non partecipassi almeno all’80% delle sedute. Perchè è facile fare il parlamentare, se quando c’è da andare in Aula si resta a casa a cazzeggiare. E succede proprio così, attualmente. Il cazzeggio, intendo.

Il punto, signori miei, miei cari politici, non è l’età in sé e per sé. Un coglione rimane coglione anche a 50 anni, un ignorante lo è a 20 tanto quanto a 60.

Il punto è la preparazione. Lo avete capito (e, a mio parere, avete forse ecceduto) pretendendo lauree e attestati per insegnare l’abbiccì ai bambini, e fingete di non capirlo quando si tratta di guidare un Paese?

Che ti sei fumata, Giorgina? Che vi siete fumati, signori tutti della politica, che mi portate la Meloncina in palmo di mano?

Questo pezzo sfiorerà appena l’argomento della prescrizione breve, approvata ieri.

Vedo certe realtà italiane. Per grazia di Dio non le vivo in prima persona, ma attraverso giornali e TV ne posso avere un breve e indolore assaggio. Leggo di Napoli, vedo servizi su Napoli. L’ultimo ieri, puntata delle Iene: niente di grave o sanguinoso, per fortuna. Un “semplice” malcostume diffuso, tra le altre centinaia di quella città. Vuoi parcheggiare la tua auto? Non importa che tu lo faccia in un parcheggio gratuito, uno a pagamento, uno per i disabili o che tu sbatta la tua auto in divieto di sosta, terza fila.

L’importante è che paghi un tot al tizio che prontamente ti si avvicina. Vuoi restare un’ora? Son tre euro. Tutto il giorno? Trenta. Se vuoi “l’abbonamento”, c’è un qualcosa di assimilabile allo “sconto clienti”: un mese, cento euro.

Ma scusa, è un parcheggio gratuito… devo proprio pagarti tre euro? Sto qui mezz’oretta… e se non lo faccio?

Eh, se non lo fai potrebbe capitare qualcosa, sai, una gomma tagliata, la marmitta sfondata, un finestrino rotto… insomma, non sei tranquillo, se non lo fai.

Quindi l’inviato delle Iene chiede alla gente comune cosa pensi della situazione. La risposta è sempre la stessa, con una rassegnazione che gela il sangue, che poi non è rassegnazione -e questo fa ancora più male- è semplicemente un chiarire che “le cose stanno così”.

Come dire “il pane viene due euro al kilo”. E’ così, non lo sai?

“Eh certo che bisogna pagare, conviene! Meglio dargli cento euro al mese, che pagarne quattrocento tutti i mesi per delle gomme nuove.” Che fortuna.

Altro servizio, sempre alle Iene: un quartire particolarmente disgraziato, fori di proiettile alle pareti delle case e nelle saracinesche. Un banchetto di sigarette di contrabbando lasciato lì tranquillamente al passaggio delle telecamere: chi ci tocca a noi. Solo ad una osservazione stupita dell’inviato si procede a coprire la merce con un telo. Ma no, che dici, non contrabbandiamo qui.

L’inviato entra in una classe, scuole elementari di quel quartiere. Chiede ai bimbi come vivono: da carcerati. Non vanno fuori casa a giocare, non si fanno due passi con la mamma. Rischi di prenderti una pallottola. Una bimba di dieci anni, nel raccontare, si mette a piangere e fatica a parlare. Non sta fingendo, solo a raccontare è presa dall’ansia e dal terrore.

Un uomo dice esattamente una cosa che ho scritto in un mio post precedente, titolato “Si festeggi, uniti”: “Che dobbiamo fare? Sopportiamo, paghiamo. Qui lo Stato non c’è: se ci ribelliamo ci ammazzano, ci rovinano la vita.”

Ci sono certe zone d’Italia in cui non solo esiste la criminalità -che è fenomeno mondiale, non solo italiano- ma dove questa esercita con spudoratezza vergognosa, senza paura, senza la minima premura di volersi nascondere dalla Giustizia. Che lo nascondo a fare il banchettino con merce di contrabbando: qui comando io, chi mi tocca. Che problema c’è a mitragliare in mezzo a una via. Non mi vengono ad arrestare.

Ci sono certe zone dove anche incrementando le forze dell’ordine -anche mandando l’esercito, anche dando licenza di uccidere senza troppi complimenti- la situazione è tanto compromessa da non permettere risultati significativi. Perchè un ottimo magistrato, un ottimo ufficiale di Polizia non sono esseri superiori con paranormali capacità di scovare criminali. Ci sono le intercettazioni, vabbè, volendo ci sono infiltrati nella malavita, ok. Ma il colpo grosso lo fai quando tutto un popolo (e Napoli conta tra i tre e i cinque milioni di persone) si rende conto della forza dello Stato, che lo difende. Il colpo lo fai quando ognuno diventa un vero e proprio collaboratore della Giustizia, perchè percepisce l’enormità dello Stato in confronto ai limitati mezzi della malavita.

Lo fai quando uno stronzo entra in un negozietto per chiedere il pizzo (valli a intercettare, valli) e il negoziante risponde “sì, vabbè, statti buono… fuori, da bravo…” e cinque minuti dopo chiama i Carabinieri consegnando le registrazioni della telecamerina di sorveglianza montata fuori. E lo stronzo (e non solo lui, ma il suo clan, non sono lupi solitari) dopo poco tempo si ritrova in carcere con le chiavi (in questi casi credo sempre poco alla rieducazione del condannato, mi si consenta) buttate nella prima latrina disponibile.

Lo fai quando il cittadino, denunciando, non si senta automaticamente un eroe votato al martirio, ma un ingranaggio di un meccanismo a prova di bomba. Perchè io denuncio se so che la conseguenza è il mio non dover più buttare soldi al vento, liberarmi da un’oppressione, non se sono certo che la mia denuncia -se mi va bene- mi porterà a dover comprare un’auto nuova, con un altro mutuo, perchè quella che avevo me la bruceranno per vendetta. Se mi va bene, s’intende.

Persone che per una metà hanno terrore a ribellarsi, e per l’altra metà restano affascinate dallo strapotere di queste forze cattive, e ne entrano a far parte. Il motivo della paura e del fascino è sempre quello: lo strapotere. Colpendo quello…

Dicono che ci sia un problema, nella Giustizia italiana. I processi son lunghi da fare schifo, vero. Ma c’è anche un problema che non riguarda gli uffici giudiziari. Riguarda la Giustizia di tutti i giorni. Non solo il fatto che una sentenza non venga depositata, la “giustizia dei tribunali”, ma anche il fatto che ti becchi una sventagliata di pallottole nella schiena se solo ti avvicini a quella giustizia che, se riesci a raggiungerla da vivo, forse non ti darà risultati per via dell’inefficienza.

E per sopperire, che si fa? Il processo breve (giusto e sacrosanto), in modo tale da rendere la macchina della Giustizia il meno lenta possibile, e la prescrizione breve (oscena, quanto la prescrizione in generale) che permette a un colpevole di reato di non essere più sottoposto a procedimento penale dopo un tot di tempo trascorso dal compimento del reato stesso. Poi le polemiche sul fatto che con la prescrizione breve non si potranno svolgere i processi sulla strage di Viareggio e per i crolli dell’Aquila sono panzane di certi mattacchioni dell’opposizione: i tempi sono più che consoni per svolgere anche questi processi, non siamo ridicoli. A meno che non si voglia affermare che in più di dieci anni non si riuscirà ad arrivare a una sentenza.

Ma è il messaggio che passa che fa schifo: se non hai mai subito condanne, allora per te la prescrizione arriverà un pò prima del dovuto.

Un piccolo ultimo appunto: col processo breve forse certe lungaggini verranno eliminate. Il fatto è che ci si deve poter arrivare, a un processo, breve o lungo che sia.

E se ho paura a denunciare, di sicuro, il processo sarà brevissimo.

Istantaneo.

Inesistente.

 

 

Alla fine ce l’ho fatta. Sono riuscito a metterla, la stramaledetta applicazione che ti permetterà di condividere sulla tua bacheca Facebook i pezzi che più ti piacciono. La trovi in fondo a ogni pezzo di questo blog. Bellina, eh?

Lo so, stai pensando che non ho fatto niente di particolare: è un’applicazioncina che mettono tutti, che ci vuole, la trovi anche nei blog dei bimbiminchia tra una dichiarazione di ferma volontà di suicidarsi e un racconto di come la sera prima ci si sia “sfondati il fegato col Bacardi

Breezer. Alla pesca.”

Ma io sono, orgogliosamente, diverso. Lo sono per costituzione, per fattori genetici, per occulte questioni biologiche. Sono uno che fino al 2001 ha usato un computer -il primo mai avuto- di seconda mano, datato al radiocarbonio, schermo in bianco e nero, codici, solo floppy.

Sono uno che nel 2001 è approdato alle scuole superiori, liceo scientifico sperimentale, con una fantascientifica sala computer.

Che poi erano 4 pc del cazzo, che siamo riusciti ad utilizzare per due soli anni perchè poi sono stati appestati da un virus. Mai nessuno che si sia preso la briga di cambiarli o aggiustarli.

Ma al mio liceo funzionava così: c’era un laboratorio di fisica, inutilizzato per carenza di strumenti. Avremmo potuto utilizzare quelli che c’erano, se solo la nostra prof. fosse stata in grado anche solo lontanamente di capire cosa si trovasse davanti. C’era un laboratorio di chimica e biologia, utilizzata il tempo strettamente necessario per far saltare in aria (colpa mia) una provetta piena di idrogeno. Che figo che ero, in camice.

C’era un laboratorio di lingue, nel quale prendevamo parte a esperimenti che hanno irrimediabilmente danneggiato il nostro raziocinio, disumanizzanti: mettevamo grosse cuffie dotate di microfono, tipo quelle usate dai piloti d’aereo, e discutevamo col nostro vicino di banco (sì, parlavamo in cuffia con un soggetto a 10 centimetri da noi) in lingua tedesca. In tutto questo, la professoressa di tedesco, dalla cattedra, disponeva di un sistema di ascolto silenzioso, tipo intercettazione telefonica: se osavi cominciare a parlare in italiano, o farti una risata TAK, entrava nella comunicazione e ti cazziava. Dal nulla. Dall’oscurità.

Una semplice interrogazione nella quale si dovesse chiacchierare in tedesco senza cuffie e microfoni e intercettazioni silenziose no, non sarebbe stato intelligente. Son cose che ti segnano, quando parlo al telefono ho ancora l’incubo che la maledetta spunti fuori dal nulla a dirmi di aspirare il maledetto dittongo “ch”.

Comunque, dicevo, sono uno che, in quella fantascientifica (che ti devo dire, la vedevo così) sala computer ha scoperto, mano anche della volontà di amici, i piaceri perversi dei siti zozzi: non solo avevo -a 14 anni- scoperto che i pc potevano essere a colori, ma pure che erano anche inaspettati strumenti di sollazzo.

Peccato che, a causa del mio biologico handicap verso l’informatica, dimenticai di cancellare la memoria del pc: i perversi indirizzi internet venivano rinvenuti dalla terribile profe di tedesco (sì, sempre lei), la quale abbandonava l’ascolto silenzioso e si precipitava nella nostra aula comunicando la triste  scoperta. Io, un misto tra Braveheart e Fantozzi, mi alzavo per confessare la mia colpa. Potevo starmene zitto, da quel pc erano passate minimo dieci persone.

Lei prometteva che, grazie alla mia confessione, la cosa sarebbe morta lì, tranquillo, nessuno saprà niente.

Altro che le trattative Stato-mafia.

Meno di una settimana dopo chiamava a colloquio privato mia mamma, comunicando ogni punto e ogni virgola della vicenda. Credo tuttora che avesse bisogno di svagarsi. Povera donna.

Sono uno che, per mettere l’applicazione di condivisione su Facebook, ha chiesto a svariati amici inseriti nell’oscuro mondo informatico. Tante discussioni, tante domande, tutte riassumibili come segue:

“Ehi ciao, senti, io vorrei infilare il bottone “condividi su Facebook” alla fine di ogni mio pezzo, nel blog. Come si fa?”

E qui il matematico/ingegnere/informatico/esperto di materie occulte si scatena.

“MA E’ FACILISSIMO! Allora, vai nella pagina di gestione, prendi l’host, copia il codice HTML, attento all’antivirus, imposta la contraerea firewall, tira due granate sharing, fai decollare i tuoi tag, poi da qui è tutto in discesa, decritta i feedbacks, scomponi il dominio, componi il codominio, bypassa il widget, duplica i typekit fonts. E clicca INVIO.”

“…”

“Allora, hai capito? Che ci vuole.”

“Sì, ma il problema è un altro. Come faccio a infilare il bottone “condividi su Facebook” alla fine di ogni pezzo?”

“…”

“Che bel sole… magari mi faccio una passeggiata.”

Poi ho trovato un tutorial per cerebrolesi, con tanto di filmatino dimostrativo e finestrella per non udenti. La salvezza.

Nulla da fare, sono così. A tutto questo si aggiunge la mia formazione universitaria, Facoltà di Giurisprudenza, corso Magistrale, nel quale i docenti vengono tuttora vestiti come gentiluomini del 1850 (orrore nel recarsi in altre Facoltà, ti pare che i docenti vengano fuori da un rave party) giacca e cravatta anche al 15 di luglio, e dove il meglio della tecnologia è calamaio e penna d’oca. Dove impari un modo di parlare e di scrivere degno di un nobiluomo del ‘700.

Dove, al primo anno, scopri (ed entri a far parte dell 2% della popolazione italiana consapevole di quanto segue) che il termine “ovvero” non vuol dire solo “cioè”, ma anche “oppure”. E lo scopri studiando Istituzioni di Diritto Privato, passando la prima settimana a chiederti il perchè mai il manuale si ostini a dire cose tipo “due soggetti, CIOE’ uno.”

Dove esiste un corso di informatica: un credito formativo, vai in Facoltà, segui 5 ore di lezione e tak, hai l’idoneità. Prego, si presenti quando vuole, che registriamo.

Forse mi registreranno un 30 e lode per la mia non indifferente capacità di discutere con dovizia di particolari sulla scivolata di Valentino su Stoner, nonostante quel petulante soggetto in cattedra che da ore si ostina a parlare di byte e di hosting.

Eh, hosting.

Ma non prendiamoci in giro. Tutti a dire che la Francia sbaglia a non voler prendersi i migranti.

Guardiamoci in faccia: noi li volevamo? Eravamo bramosi di accogliere quanto prima migliaia e migliaia di disperati NON dalla sola Libia (che poi sarebbero gli unici ad aver diritto di venir da noi, in quanto profughi) ma potenzialmente dall’intera Africa? Perchè c’è da dire questo: se un poverocristo in Congo viene a sapere che è saltato il “tappo” nordafricano verso l’Europa, pensi che si faccia qualche remora a fare armi e bagagli e a tentare la sorte? No.

Non li desideravamo.

Però ci lamentiamo se altre nazioni -sulla base della Realpolitik, non per strumentalizzare al fine politico- si attrezzano e difendono i propri confini.

L’ho detto fino alla nausea: non me ne frega niente se un uomo è bianco, nero, giallo o rosso. Non è una questione di razzismo. E’ il semplice e intuitivo fatto che in una nazione possono convivere un certo numero di persone, numero oltre il quale l’occupazione, gli alloggi, la situazione igienico-sanitaria cominciano a scricchiolare. Per ora siamo fortunati, abbiamo solo cinquantamila clandestini dall’inizio di questa storiaccia. Con un pò di organizzazione, li si può distribuire senza troppi casini, forse gli si può trovare pure un lavoro. Ma quando saranno un milione, due milioni? E non sto esagerando. Prima o poi, con questi ritmi si arriverà a questi numeri. E che faremo? Dove li metteremo? A quanto arriverà la percentuale di popolazione senza un lavoro?

Sì, ho detto “strumentalizzare a fini politici”. Perchè è questo che qui in Italia si sta facendo. Sia da parte del Governo, che dell’opposizione. Dal momento in cui sono iniziate le rivolte contro Gheddafi, ogni politico (Maroni in testa, testimoni sono i servizi dei TG e le testate giornalistiche) aveva previsto una migrazione di massa, aveva previsto una invasione (per ragioni di opportunità geografica) di Lampedusa.

Qualcuno ha fatto qualcosa? Si sono mobilitate navi, civili o militari che fossero? Qualcuno ha detto “Andate, attraccate a Lampedusa, aspettate i clandestini e fate in modo di portarli sulla Penisola non appena i numeri diventeranno poco gestibili su quella disgraziata isola grande come uno sputo?”

No. La tecnica del Governo (e lo dico da leghista, non da “zecca rossa” come alcuni definiscono i sinistri) è stata quella vecchia, cara, assurda, oscena strategia del “C’è un problema, lo lascio crescere, crescere, crescere, do la colpa agli altri (o al destino) se la situazione è degenerata, mi attivo in extremis, sistemo tutto, faccio la parte dell’eroe.”

Non ci credi? Analizza: al posto di mandare navi a Lampedusa PREVENENDONE l’invasione e distruggendone la stagione turistica, si è preferito lasciar aggravare il problema, salvo poi mandare Silvio in quello che oramai era diventato un territorio parificabile a un cesso di Calcutta, attivare le navi (cosa che si poteva fare prima) dare la colpa a chicchessia, se la situazione era degenerata, e vendersi come salvatori dell’isoletta: “Avete visto? Alla fine arrivo io e sistemo tutto. Sono un gran fico.”

La tecnica dell’opposizione è stata quella cara, oscena (e via discorrendo, come sopra) strategia del “C’è un problema, prendo qualsiasi posizione che sia in contrasto con quella della maggioranza.”

Siamo divisi tra “destri” e “sinistri”, la politica è diventata una grande partita di calcio. Ognuno per la propria squadra, nessuno che guardi alla reale bontà di una decisione, di una legge, di una scelta. L’hai detta tu, che sei di sinistra? Allora, anche se mi pare una buona strategia, dirò che è una cazzata. L’hai detta tu, di destra? Allora dirò che è una stronzata, e chi ti seguirà sarà “servo del padrone”.

Così, sapendo che (prima o poi) il Governo si sarebbe schierato contro l’immigrazione clandestina, sono iniziati da subito gli ululati e le accuse di razzismo, xenofobia, le proposte di accoglimento, venghino signori venghino.

Siam democratici noi, mica come quei bestioni leghisti mangiapolenta.

Due squadre di calcio. Una che fa di tutto per poter riuscire a tenere il vantaggio avuto nel 2008 (a costo di mandare in vacca un’isola), l’altra che rifiuta categoricamente una visione reale della vita, proponendo accoglienza a gogò in una situazione in cui una scelta simile porterebbe il Paese al disastro.

Prima ho detto che tutti prevedevano l’invasione di Lampedusa, per ragioni di opportunità geografica. Col cazzo. Opportunità politica, semmai. Date un’occhiata alle cartine: se voi foste africani (e conosceste gli immensi pericoli che derivano da un tragitto via mare in una di quelle carrette usate dagli scafisti), preferireste navigare per 15 km, o per minimo 150? Quindici, credo.

Ecco, la distanza minima via mare tra l’Africa e l’Europa continentale è di circa 15 km, e corrisponde allo Stretto di Gibilterra. Perchè allora questi poveracci, se proprio vogliono sbarcare, non optano per lo Stretto? Cosa sono, tutti deficienti? Cosa sono, tutti masochisti? No.

Semplicemente è accaduto, un bel dì, che mr. Zapatero -così amato dalle italiche sinistre (che odiano noi leghisti, così ruvidi, così xenofobi!) per aver avviato la Spagna verso i matrimoni gay- s’è alzato con la luna storta e, quando gli han detto che alcuni stavano tentando di entrare in Spagna da clandestini attraverso lo Stretto si è vestito da torero, ha preso il drappo rosso in mano e, agitandolo, ha gridato:

“Sparate! Oooooooolè!”

Eh sì. Noi leghisti saremo anche brutti e cattivi, ma in Spagna han fatto il tiro al clandestino. Ecco perchè vengono a Lampedusa. Mica gli piace farsi impallinare.

E Sarkozy, semplicemente, prende gli immigrati, li sbatte sui treni, e ce li rispedisce a Ventimiglia.

Et voilà.

La Merkel non so cosa faccia a riguardo: riesco solo a immaginarla mentre prepara gnocchi e lasagne. Che ci devo fare.

Noi paghiamo lo scotto di una politica idiota, dove si grida “Oggi mangiamo il pollo arrosto!” e dall’altra parte si grida “Non capite niente, il pollo allo spiedo è più buono!”

E l’animale, intanto, pensa “Mah… io non sono mica un pollo, sono un maiale… di che stanno discutendo???”

E finiamo per prendere una decisione che vada bene a tutti, che non sia nè pollo nè maiale. Stiam digiuni. Chebbellezza.

La politica dello scontro fine a sè stesso.

Prendiamo una decisione, uniti, che faccia bene al nostro Paese. Vogliamo accogliere? Allora accogliamo, basta che lo si faccia con serietà. Vogliamo sparare? Imitiamo il “democratico” Zapatero, se lui non ha avuto conseguenze sul piano interno nè internazionale, allora non ne avremo nemmeno noi.

Basta con la politica infrociata dalla paura di perder voti. Basta con la politica inutile dello scontro necessario.

“Noi fummo da secoli calpesti e derisi, perchè non siam popolo, perchè siam divisi.”

Sicuri che quel “fummo” sia coniugato nel tempo verbale corretto?

Io dico di no.

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