Il Calabrescia pensiero

Nome in codice: “Oak Fund”

Posted on: 5 aprile 2011

Questa sembra una storia da 007, ingarbugliata come non mai. Una vicenda di alcuni anni fa che all’epoca avrebbe potuto travolgere senza tanti complimenti l’allora Ds (Democrazia di Sinistra) e che oggi, a vaso di Pandora scoperchiato, rischia di mandare nel panico molti sinistrorsi di allora, tuttora in servizio permanente effettivo.

Parlare di questa storia credo faccia bene, in un momento della storia d’Italia nel quale il reato più grave e nefando per un uomo politico pare essere l’abbandonarsi tra le voluttuose braccia di una mignotta.

Altro che mignotte, signori.

Parliamo del saccheggio ai danni di Telecom Italia (e dello Stato italiano), nel momento della sua privatizzazione.

Nel 1997, quando il governo Prodi mise sul mercato le azioni telefoniche in possesso del Tesoro, le vendette -chiariamo, erano azioni pagate dai contribuenti, da noi, tramite le tasse, per circa cinquant’anni- per una cifra irrisoria: in un anno il valore di mercato di Telecom era già aumentato più del quintuplo (più 514 %).

Prodi svendette un patrimonio nostro, dello Stato. Forse un regalino ad amici? Della serie, ti vendo queste azioni a 2 lire, in modo poi da fartene guadagnare centinaia quando le venderai al reale prezzo di mercato. Peccato che così facendo, sì, si arricchiscono gli amici, ma si razziano le casse dello Stato. Le tue, le mie.

C’è però da “spezzare una lancia” in favore del Governo (o governo) Prodi: suvvia, quelle azioni non valevano sul serio cinque volte tanto. Perchè quel valore, in realtà, si raggiunse anche grazie a furberie e dichiarazioni truffaldine da parte del governo stesso, al fine di stuzzicare gli investitori e far, così, levitare le quotazioni.

Si proclamò che di Telecom si voleva fare una public company. I piccoli risparmiatori furono invitati a comprare da una campagna martellante, e infatti comprarono l’85% delle azioni. Gran colpaccio.
La fiducia dei risparmiatori fu artificialmente accresciuta dall’affermazione, emanata dal Tesoro, che la AT&T, colosso USA delle telecomunicazioni s’era precipitata a comprare ben il 2,4% della nostra Telecom: una presenza che aumentava il prestigio (il valore) di Telecom.

Ma non era la verità.

Quel 2,4 % restò semplicemente al Tesoro, fino a quando AT&T rese pubblico che non aveva mai pensato di comprare alcunchè.
Ministro del Tesoro era allora Ciampi, che diventerà poi Presidente della Repubblica. Oggi gode di una reputazione immacolata.

Vabbè.

Al vertice di Telecom fu nominato Guido Rossi.
In realtà, il potere fu assegnato a vari proprietari, ciascuno dei quali possedeva dallo 0,5 %, allo 0,6 %: tra di loro comparivano gli Agnelli.

Prima ancora della privatizzazione, e cioè quando ancora la proprietà (e i Soldi) della compagnia era dello Stato italiano, si era già fatta una zozzeria con i fondi Telecom: nel 1997 sempre il governo Prodi compra il 29 % di Telekom Serbia, altra azienda di Stato (serbo, ovviamente), pagando a Slobodan Milošević 878 miliardi di lire.
Rivenderà questa quota a Telekom Serbia cinque anni dopo (caduto Milošević) per 378 miliardi, con una perdita del 57%.

Perdita dei tuoi, dei miei soldi.

Vi basterà “wikipediare” per capire che, date le tendenze politiche di questo discutibile uomo politico (per chi -giustamente- non capisca a chi mi riferisco, parlo di Milošević, non di Prodi) forse si trattò di un finanziamento mascherato da compagni a compagni.

Nel 1997, quando il governo Prodi privatizza Telecom, ricava 11,8 miliardi di euro odierni.

E si disse che lo Stato era uscito dalle telecomunicazioni, che aveva avuto una virata liberista e via di questo passo.

Ma nel 2001 ENEL -società statale- rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, concorrente di Telecom, ma più piccola, per la cifra di 11 miliardi di euro.

E da qui inizia il saccheggio. Come?

Infostrada è la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato. Il governo Prodi vendette questa infrastruttura statale, a Olivetti (di De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili a rate in quattordici anni. Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per  quattordicimila miliardi di lire, non a rate, ma in unica soluzione. Che bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore!

Per chi tenda a incepparsi con la matematica, il governo Prodi regalò di fatto tredicimilatrecento miliardi di lire a De Benedetti.

Nessuno fu incarcerato per questo.

No scusate, errore, uno fu incarcerato, in effetti: Lorenzo Necci, manager delle Ferrovie, che cercò di opporsi all’ignobile operazione finanziaria. Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo. Fagli un bello sconto, caro Necci, e non rompere i coglioni.
Necci non capì l’antifona, ahilui.

La magistratura lo incriminò subito dopo. Le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio e sarà sottoposto a mesi di carcerazione preventiva.

Salvo poi essere, grazie a Dio, assolto.

D’Alema verrà assolto dopo Prodi, e comincerà il saccheggio firmato Colaninno. Costui si accaparra Olivetti, e con questa dà la scalata a Telecom con irregolarità devastanti.

Quando la Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) -con Luigi Spaventa a capo- vuol vederci chiaro, un colloquio a quattrocchi di D’Alema col suddetto lo… spaventa alquanto e lo induce a non mettere i bastoni tra le ruote di questo mastodontico malaffare (Spaventa non è un ardito, ha di fronte l’esempio di Necci).

Un esempio su tutti, riguardo alle irregolarità: nell’offerta pubblica d’acquisto, Colaninno è costretto ad aumentare l’offerta da 10 a 11.5 euro ad azione, perché il titolo in Borsa è salito. Da quel momento, ovviamente, Colaninno ha estremo interesse che il titolo non salga più sul “libero” mercato.

Quindi, cosa fa in definitiva?

Lui e soci vendono di soppiatto le azioni in loro possesso e nel mentre dichiarano al mercato di essere pronti a comprarne di più per farne calare il corso. Realizzano tra l’altro una plusvalenza di 50 miliardi con questa vendita occulta, perché hanno approfittato del rialzo da loro stessi determinato con l’annuncio di voler acquistare a 11,5 anziché a 10.

Tutto questo si chiama aggiotaggio e insider trading,due reati finanziari molto, molto gravi.
In Italia, quando governa “baffino” D’Alema, invece, diventano semplici birichinate.

Colaninno si scusa, e finisce lì.
La scalata venne definita dal Financial Times (non proprio un giornaletto di paese) “una rapina in pieno giorno”.

Qualche arresto? Macchè.

Colaninno controlla al 51 % una società fantasma, la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom.

Fatti i conti, Colaninno e i suoi controllano Telecom detenendone, alla fine, l’1,5 %.

Saggia scelta: Telecom ha già più di trentamila miliardi di debiti, e deve pagare il debito con rate di seimilaseicento miliardi l’anno: non c’è la minima probabilità di fare profitto.

Qualche dubbio aleggia sulla Bell: non si sa chi ne siano i soci. A garantire la trasparenza della Bell interviene direttamente il capo del governo, D’Alema.

Chissà perché.

Due giornalisti di Repubblica (onore al merito) scoprono un perché possibile: tra i soci fondatori di Bell compare un capitalista collettivo chiamato “Oak Fund”, con sede alle Cayman.

“Oak Fund” significa “Fondo Quercia”, e risulta essere un fondo gestito in esenzione fiscale, in un paradiso fiscale intoccabile dalla legge italiana, da soci anonimi con quote al portatore.

Sarà a causa di questo Fondo Quercia che Marco Travaglio parlerà, a proposito dei nuovi sinistrorsi, come di gente “entrata al governo con le pezze al culo e uscitane coi miliardi?

Sarà per questo che Prodi disse, un giorno “Se avessi fatto io il 2 % di quel che sta facendo D’Alema per influenzare le decisioni di aziende quotate sui mercati sarei già crocifisso”?

Forse.

Certo è che ci furono dei bei guadagni, dai saccheggi di Colaninno. Colaninno stesso ne è uscito, dopo il disastro da lui provocato, supermiliardario.

Ma non è il solo.

Tornando indietro nel tempo, potremmo prendere per esempio la SEAT, che gestisce la pubblicità. Apparteneva a Telecom (era quindi di proprietà dello Stato), e fu venduta. Anzi no, devo essere più corretto: ne fu poi ricomprato da Telecom il 20 %, perché se la società committente possiede almeno il 20 % della società cui affida la pubblicità, può farlo a trattativa privata evitando la gara d’appalto.

Chi acquistò SEAT (Comit – De Agostini ed altri, ammucchiati in una società chiamata “Otto”) a millenovecentocinquantacinque miliardi per il 61%, la rivendette trenta mesi dopo a Colaninno, che ne acquista il 20 % a settemiladuecento miliardi; poi un altro 17 % a cinquemila miliardi, e un altro 8 % per cinquemilasettecentocinquanta miliardi.

Un bene venduto dallo Stato a 1.955 miliardi, quindi, viene venduto subito dopo a più di 16.000.

A fornire i soldi alla «Otto» per il fortunato acquisto è Dario Cossutta, figlio di Armando Cossutta, alto dirigente della Banca Commerciale, che è anche socia della «Otto».

Ma gli altri soci -che dovrebbero pagare le imposte sulle plusvalenze dopo la vendita al 1000%- si trasformano in società lussemburghesi. Te pareva.

Chi sono i padroni?

Una catena di società anonime che finiscono in paradisi fiscali: si ignora chi abbia incassato la plusvalenza miracolosa senza pagare le tasse, in un’operazione voluta dall’allora governo Prodi.

Qualche partito? Qualcuno che abbia, a sua volta, un suo “Oak fund” alle Cayman?

Ma torniamo all’Oak Fund e alle vicende che lo hanno interessato, perchè qualche giorno fa è tornato alla ribalta.

Una legge proposta dal governo Prodi e votata alla fine del 2006 in tutta fretta dopo le polemiche sulle intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali e relative ad alcuni esponenti di primo piano del partito allora guidato da Piero Fassino e che coinvolgevano anche l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema, fu aggiornata in dirittura d’arrivo con un piccolo emendamento che apparve quasi ininfluente. Non andavano distrutte soltanto le intercettazioni illegali ma -si stabilì con una norma passata quasi inosservata- anche le investigazioni illecite.

Nessuno si accorse che l’emendamento sarebbe stato decisivo per chiudere la vicenda “Oak Fund”. Si tratta di un dossier realizzato per conto di Telecom che pagò una profumatissima fattura alla agenzia investigativa fiorentina Polis d’Istinto di Emanuele Cipriani, come risulta dagli atti, affinché si mettessero in chiaro le partecipazioni della società -appunto Oak Fund- azionista della Bell (nel 1999, la finanziaria lussemburghese che fu utilizzata per la scalata azionaria a Telecom e che fece risparmiare fiscalmente agli acquirenti mille miliardi di vecchie lire). Il titolare dell’agenzia di investigazioni private, agli inizi del 2000 -dopo che Telecom passò a Marco Tronchetti Provera- fu incaricato da Giuliano Tavaroli, ex capo della security della società telefonica, di scoprire chi effettivamente si celava dietro quella società creata nel 1996 a Georgetown, la capitale delle isole Cayman.

Cipriani ha ricostruito interamente la catena di comando della società e svelato chi aveva accesso ai conti nei Caraibi e a Londra. Proprio in una banca londinese sarebbero arrivati fondi e plusvalenze per milioni di euro. La Polis d’Istinto per la difficile investigazione finanziaria si avvalse di un ex poliziotto inglese, John Beare, specializzato nella caccia ai capitali dei paradisi fiscali. Ma l’inchiesta fu chiusa, grazie a quell’emendamento decisivo per sbarrare la strada ai Pubblici Ministeri. Poi dicono delle leggi ad personam.

Ma giovedì scorso, il colpo di scena: il giudice Giuseppe Gennari, che dovrebbe occuparsi della distruzione del materiale (secondo il famoso emendamento) non ho trovato alcuna prova che questi dossier siano stati raccolti illegalmente, per cui devono fare parte a pieno titolo del processo a carico di quegli uomini “colpevoli” di averli realizzati. Questo significa che il segreto è tolto sull’intera attività della “Security” di Telecom. Tutto diverrà di pubblico dominio.

Incluso il famoso Oak fund, nel quale compaiono, tra gli altri, i nomi di Piero Fassino e Massimo D’Alema.

Se per la vicenda Ruby (tra l’altro non ancora accertata in via processuale) s’è fatto tutto ‘sto casino, allora per questa vicenda (altrettanto non accertata processualmente) che bisogna fare? La rivoluzione?

Voi cosa ne pensate?

 

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3 Risposte to "Nome in codice: “Oak Fund”"

Beh, non mi risulta che siano mai state fatte rivoluzioni contro chi sta all’opposizione. Le rivoluzioni, se si fanno si fanno contro il governo.
Non cadere nella banalità del “da che pulpito viene la predica”. Chi lotta perchè Berlusconi se ne vada non è D’Alema, ma anche e soprattutto milioni di persone oneste, che hanno tutto il diritto di criticare e condannare.
Se, per disgrazia, si dovesse fare un governo D’Alema, allora sarò con te a chiedere che se ne vada. Non è esattamente il mio politico ideale. Ma non esiste solo lui.
Per quanto riguarda la vicenda Ruby, “abbandonarsi tra le voluttuose braccia di una mignotta” è un gran bell’eufemismo… prostituzione minorile suona già un po’ diverso, non credi? Non sei così ingenuo da pensare che il processo ruby sia un problema di moralismo… c’è molto di più: a parte i risvolti penali (perchè minorenne) c’è molto altro. C’è il degrado morale in cui sono state gettate le istituzioni dello stato; c’è l’abuso di risorse pubbliche (i carabinieri che scortano le puttane ad arcore), l’abuso di potere (telefonata in questura); c’è la compravendita di parlamentari come al mercato delle vacche, oltretutto pagati non con soldi privati ma con cariche pubbliche.
C’è l’uso privato del parlamento per pararsi le chiappe dai processi, fregandosene totalmente dell’effetto che le leggi potrebbero avere sulla società. C’è lo squallore di decine e decine di politici che votano in aula sostenendo di credere alla favola della nipote di Mubarak.
E, cosa peggiore, il tutto alla luce del sole, senza nemmeno più il pudore di nascondersi.
C’è che quando parli con uno straniero ti guarda e ti dice “Berlusconi???” e si mette a ridere… e ti fa vergognare di essere italiano.
La politica italiana non è mai stata un esempio di virtù; “i politici fanno schifo” lo sento ripetere da quando avevo 5 anni. Ma non era mai caduta così in basso.

Hai ragione. Non dimentichiamo, tuttavia, che all’epoca dei fattacci… lorsignori erano al governo! Tutto in sordina, emendamentino incluso… 😉

Io ho segnalato questa vicenda alla Iene, ad ogni modo. Fatelo anche voi. Il link è il seguente.

http://www.iene.mediaset.it/form/1/dillo-alle-iene.shtml

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