Il Calabrescia pensiero

Ho messo l’olio ai freni

Posted on: 8 aprile 2011

Ricomincia il bel tempo. Tiro fuori la bici, gonfiata di gomme, controllo il cambio, verifico che qualche sorcio non si sia rosicchiato i freni.

Tempo fa, all’epoca della mia vecchia bici -una mountain del 1998- pagata, in illo tempore, la cifra di lire seicentomila (non era una bici, era una Finanziaria) facevo lo strafigo, dopo ogni inverno portavo il mezzo dal biciclettaro del mio paese, si sa mai che i freni ti abbandonino nel mezzo di una volata, dopo tre mesi di gelo invernale.

Non sapevo una verità cosmica.

MAI portare una bici di un certo tipo e valore dal biciclettaro di paese. Mai.

Almeno, non portarla quando hai un vero guasto.

Perchè un anno l’avevo tirata fuori dal garage dopo la pausa invernale che sembrava l’avessero presa a mazzuolate: la catena aveva mezza maglia staccata, cambio inchiodato, ruota bucata e freni non saprei descriverli, di sicuro non li potevo testare. La porto dal

BICICLETTARO DI PAESE.

Non puoi sbagliare. Vedi, il biciclettaro di paese non si definisce tale per il solo oggettivo motivo di esercitare in un piccolo centro abitato. E’ una condizione soggettiva: può trovarsi anche nel centro esatto di Roma. Questo lo rende particolarmente insidioso, a meno che non si presti attenzione a certi campanelli d’allarme.

Eccone alcuni.

Il suo “centro operativo” è un mezzo capannone freddo e grigio, roba che pare di trovarsi in un film dell’Enigmista. Entri, è pieno di biciclette “Graziella”. Per chi non lo sapesse, trattasi di modello di bicicletta di almeno 40 anni fa, in ferro massiccio (pesa come una Volkswagen Golf), altezza minima da terra dei pedali pari a 3 fogli di carta velina (se fai una curva allegramente, ti s’impunta il pedale nell’asfalto e vieni catapultato in avanti come una palla di fucile, e lo dico per esperienza, come dire, un esperimento che feci all’età di 14 anni con la stramaledetta bici di mia nonna) ruote grandi come quelle dei carrelli della spesa e una malsana abitudine a essere possedute esclusivamente da vecchie con l’alzheimer che le usano al fine di andare a disperdersi per le stradine di campagna.

Leggende narrano di vecchie con la Graziella intraviste nella nebbia Padana mentre si aggiravano nelle buie mulattiere, a 15 anni dalla loro scomparsa. Ci han fatto pure una puntata di Mistero.

Sei lì che ti muovi incerto in quel mattatoio/cimitero di cicli, e il maledetto ti compare alle spalle. Indipendentemente dalla distanza, ti chiederà, in dialetto e a 140 decibel, quale problema abbia mai il tuo sventurato mezzo.

Che poi, QUESTE BICI QUI MODERNE…

E qui, se non capisci l’antifona, sei fesso.

Torno una settimana dopo, come pattuito. Sappi che quanto sto per descriverti non è finzione comica, ma la pura, terrificante, realtà.

Il telaio è tutto tirato a lucido, pensi che il vecchietto, dopotutto, ci sappia fare. Poi, invece ti avvicini.

“Allora, che bel lavoro!”

(lui seguita a parlare dialetto, taduco affinchè il Verbo possa giungere in tutti gli angoli d’Italia)

“Ah sì eh! ho pure sistemato il cambio, che era bloccato. A volte la catena saltava giù, l’ho bloccata.”

“Ah. Ma in che senso l’ha bloccata?”

“Eh, vedi qui? Ho bloccato il cambio, così la catena di sicuro non salta giù. (compiaciuto) Eeeeeeeeh?”

(Il maramaldo, su 24 marce disponibili, aveva trovato il modo di bloccare il cambio sul 12 rapporto. Roba che nemmeno un bimbo dawn, vagamente autistico e armato di machete concepirebbe mai)

“… ma come… il cambio… ma… non si muove…”

“Certo! Così non viene giù e non ti sporca i pantaloni! TANTO a cosa ti serve, mica vai in mezzo ai monti. Poi ho cambiato i freni. Non li avevo uguali ai tuoi, ma questi vanno bene.”

“Ma sono quelli della Graziella, sono la metà di quelli di serie!”

“Eh Dio, che vuoi fare, vuoi fare il giro d’Italia?”

“…”

“Toh, provala che poi torni e mi dici se va bene.”

La prendo e mi avvio verso le campagne. I maroni mi girano vorticosamente, rotazioni invertite, come un bimotore. Vado piano per lo scazzo e l’incredulità, non per altro.

Poi arrivo nelle stradine di campagna. Rettilineo. Prendo velocità, incazzato come un mocassino.

Il serpente, non la scarpa in camoscio.

Arrivo a fine rettilineo. Curva. Devo frenare. Cazzo. Non frena. Non frena. Non frena. Eiezione, eiezione! ATTENTO ALLA CALOTTA!

Finisco diritto nel campo. Niente fosso, per grazia e volontà di qualche santo. Controllo i fottutissimi freni. Noto una grave anomalia. Ma grave grave. Inconcepibile.

DA BICICLETTARO DI PAESE.

Torno. Gli chiedo spiegazioni.

“Eh, i freni sfregavano, non erano bene a filo, allora gli ho messo l’olio per far scorrere meglio i pistoncini, TANTO non è che devi andare a far le gare, basta strizzare bene la leva del freno… allora, soddisfatto? Sarebbero trentamila lire, ma perchè sei tu ti faccio ventimila.”

Lo guardo male, dal basso dei miei 17 anni.

Cazzo, quanto ero basso.

E vendicativo.

TANTO con tutte quelle Graziella, che se ne faceva della mia piccola somma?

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