Il Calabrescia pensiero

Grylls. Bear Grylls.

Posted on: 27 aprile 2011

Chiariamo, Bear non è il suo (Suo, pardon) nome. Si chiama Edward Michael Grylls; Bear è il nome che sua sorella minore gli ha dato, capendo già da piccina di che pasta fosse fatto. Voglio dire, a chi verrebbe in mente di chiamare “orso” il proprio fratello, dai.

Io sono appassionato di Discovery Channel, e del programma da lui (o meglio, Lui) condotto: “L’ultimo sopravvissuto”. Se sei mio lettore e non sai di che parlo, fatti una googlata e poi vatti a vergognare nell’angolo più buio della tua casa. Animale.

Il punto è che il divino Bear non sa di rivolgersi a dei comuni mortali. Ti dà eccellenti consigli di sopravvivenza in ambienti ostili, lasciando perdere la preliminare considerazione che quei consigli possono essere praticati solo da un guerriero sayan strafatto di cocaina. Per questo mi rivolgo -rispettosamente e umilmente- a Lui, cercando di fargli intuire quale sia la natura umana.

Andiamo per punti. Bear arriva in un territorio desolato, paracadutandosi senza ossigeno da un aereo alla modesta altitudine di ventimila metri. Un microfono nel suo casco ha spesso captato i suoi commenti nei momenti immediatamente successivi al lancio: pare che dica “Ah, che bell’arietta frizzante.”

L’uomo comune se ne sta a casa. Cristo santo, perchè devo andare a infognarmi nella foresta amazzonica durante la stagione delle piogge? Mah. Ammettiamo che però lo voglia fare. Per farmi forza mi scolo tanta grappa da far imbarazzare un alpino con la cirrosi etilica, aprono il portellone dell’aereo. Per emulare perfettamente Bear non ho l’ossigeno: sia io che il cameraman andiamo rapidamente in ipossia. Ci buttiamo giù in preda alle allucinazioni. Il microfono del casco del mio cameraman capta un “Sono un elefante viola che slitta sulla frizione” il mio capta un “Devo fare pipì, che bella sensazione di calore che danno questi pantaloni.”

Lui atterra in maniera ineccepibile, e si accinge quanto prima a fare la cosa più importante: costruire un piccolo rifugio prima che faccia notte. Il sole tramonterà da lì a due minuti e venticinque secondi. Raccoglie fronde, liane e legname e costruisce una villa di quattrocento metri quadri, giardino giapponese, due Jacuzzi, cucinino abitabile e un materasso ad acqua. Dopotutto è la stagione delle piogge, l’acqua si trova facile. Gli rimane un minuto e mezzo per apprezzare il tramonto.

Io atterro su un cactus. Sono nella foresta amazzonica, ma piombo su un cactus. Bella storia. Cerco materiale da costruzione. Le liane ci sono ma non si staccano, il legname c’è ma il tronco più piccolo è grande come una Volkswagen Golf e di fronde ce n’è in abbondanza, ma senza il resto non servono a una cippa. Il mio cameraman, ancora in preda ad allucinazioni per l’ipossia, si costruisce con queste un gonnellino hawaiano. Crede di essere una ballerina. Ancheggia sensualmente. Viene morso da un mocassino d’acqua, sviene. Sia ringraziato Iddio. Alla fine decido di accatastare le fronde a terra a mò di rudimentale materasso. La cuccia del mio cane è più accogliente.

Bear si prodiga per il fuoco, nel suo cucinino abitabile. Raccoglie legna bagnata dalla pioggia, la fissa con sguardo torvo, la legna si incendia all’istante. Subito dopo rivela il trucco: in verità ha usato il fondo di una lattina di Coca Cola per concentrare i raggi solari (nella foresta amazzonica?) in un punto piccolissimo. Da lì, il fuoco diventa uno scherzetto. Che credevate, che incendiavo la legna con lo sguardo? Stupidini!

Io mi accingo a fare il fuoco. Le provo tutte: strofino legnetti, concentro i raggi solari con una lente, uso l’acciarino, prego Thor, impreco Anubi, getto la spugna. Rinvengo fortunosamente un accendino Bic nella tasca destra. Lo uso. Non serve, è tutto bagnato. Sia ben chiaro (e qui non scherzo): a casa mia, per accendere il barbecue, utilizzo una fiamma ossidrica industriale. Fai un pò tu.

Dopo aver fatto il fuoco, costruisce sessanta trappole in dodici minuti. Usa canne di bambù e piccole liane. Catturerà dieci fagiani, trentasei cinghiali, ventiquattro maiali, una vacca Angus e una quaglia. Li ammazza a mani nude, esclusa la quaglia che viene massacrata a colpi di machete. Lo so, le trappole erano solo sessanta. Ma lui è Bear. Li cuoce sulla fiamma viva e li divora in quattro minuti. Con aria abbastanza soddisfatta afferma “Non era granchè, ma conteneva buone proteine”.

Dopo NON aver fatto il fuoco, mi accingo a procacciarmi il cibo. Voglio costruire delle trappole. Non ne sono capace. Comincio, quindi, a ringraziare il mocassino di cui sopra.

A lui viene sete. Fa pipì in una ciotola di granito che ha precedentemente costruito. La beve. Sorride e dice “Adoro il Margarita”.

Mah.

A me viene sete. Mi sono pisciato addosso nel momento del lancio, quindi niente drink. Mi arrangio con l’acqua di una pozza. Vengo colto da diarrea e mi disidrato più di prima.

Lui torna a casa da eroe. I suoi collaboratori rilasciano interviste nelle quali giurano che li ha salvati da un attacco congiunto di un giaguaro, un leone, un pipistrello psicotico, una tigre dai denti a sciabola e da un Power Ranger tossicomane.

Io torno a casa. Forse. Il mio collaboratore non dice niente: è morto per il morso letale del mocassino. Conteneva buone proteine ed è stato utilissimo per sollevarmi il morale.

Eh oh.

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