Il Calabrescia pensiero

Professione: collaboratore scolastico.

Posted on: 27 maggio 2011

C’è un devasto mentale generale. Bisogna ingarbugliare tutto, dare a ogni cosa un’aria di grandezza. Ti dicono che ogni uomo è rispettabile in quanto tale, non in base alla posizione sociale, per poi annientare (semanticamente) ogni parvenza di dislivello tra uomo e uomo. Senza tener conto che in una società sono necessari tanto gli umili quanto i grandi: un re, senza corte, è semplicemente un tizio ben vestito seduto su un seggiolone molto costoso.

Me ne sono reso conto (essendo nato ventitré anni fa, e cresciuto in anni in cui ancora non esisteva questa ubriacatura semantica) all’università.

Devo ritirare una cosa per conto di una persona. I tutors mi fanno presente che sicuramente potranno essermi d’aiuto i “Collaboratori Scolastici”.

Fingo di capire. Esco dall’aula tutors. “Collaboratore Scolastico”. Ero già pronto a genuflettermi innanzi a tanta figura. Insomma, voglio dire, un tizio che collabora con la Facoltà. Io da studente non collaboro, io sono NELLA Facoltà in veste -come avrebbe detto il sergente di “full metal jacket”- di lurido verme che attende di essere anche solo lontanamente considerato un essere umano in virtù del PEZZO DI CARTA.

“Per il potere conferitomi dal Magnifico Rettore, la dichiaro Dottore Magistrale in Giurisprudenza, nonché decreto insindacabilmente il suo passaggio da merdaccia a uomo rispettabile.”

Resto confuso, non ho nemmeno una cravatta per presentarmi al Collaboratore. Scritto maiuscolo. Collaboratore. Maiuscolo anche quando lo pronunci. Chissà se mi riceverà. Ho le scarpe da ginnastica.

Mi faccio coraggio e chiedo dove posso trovare questa mitologica figura. Mi indicano un angusto spazietto. Probabilmente Egli è lì, con lo scettro e la corona. Forse dovrò farmi annunciare.

Mi accoglie un simpatico signore in camicione da lavoro e grembiulone. Chiedo del COLLABORATORE SCOLASTICO. Sorride e mi dice “Dica!”.

Diligentemente assolve al proprio dovere, mi consegna l’oggetto e mi saluta con cortesia. Non si chiamano più “bidelli”. Sono “Collaboratori Scolastici”.

Poi allora ti prende la curiosità, capisci di essere una bestia e decidi di metterti al passo coi tempi. E’ importante conoscere i nomi e le definizioni.

Così scopri che non ci sono più gli “spazzini”. Non vorrai certo fare la figura del provincialotto. Figurati. Se fai parte della società bene, devi dire “Operatore Ecologico”. Che pare una figura di spicco all’interno del Ministero dell’Ambiente.

Se vai in ospedale e non vuoi che ti trattino come un migrante del Botswana, devi essere ben edotto della granata a frammentazione piombata nelle gerarchie sanitarie.

C’era una volta “l’ausiliario”. Tecnicamente, come dice il nome, non aveva alcuna facoltà di prendere autonome decisioni (tanto meno in campo medico), era semplicemente una figura che”aiutava”, prestava ausilio.

Senza offesa (come ho già detto, un re senza corte…) era uno che “tu dimmi cosa devo fare, e io lo faccio”.

Ma oggi se dici “ausiliario” diventi un provinciale borghesotto arricchito senza alcun rispetto per le persone. Si dice “Operatore Socio Sanitario”. E non dimenticare le maiuscole.

Roba che se tu senti Operatore Socio Sanitario ti immagini una sorta di superchirurgo, Re e Imperatore dell’ospedale per grazia di Dio e volontà della Nazione.

Se poi te lo propongono con l’acronimo OSS, in automatico la mente ti riporta al vecchio nome della CIA. L’OSS, appunto. E lì la fantasia vola sfrenata. Medici impegnati nella cura (segretissima) di agenti segretissimi feriti in missioni segretissime.

E l’infermiere. C’era una volta, per quanto devo dire che ancora esista, sebbene in via d’estinzione. Ora li devi chiamare “Operatori Sanitari”. Maiuscolo. Ma almeno un pò di buongusto cazzo: ti pare che una figura gerarchicamente più alta debba avere un nome più corto rispetto ai subalterni??? Insomma, tu sei un OPERATORESOCIOSANITARIO, e io sono solo Operatore? Io fossi infermiere mi incazzerei, sciopererei e invocherei la qualifica di OPERATORESOCIOSANITARIOCOMANDANTEINCAPO. Tutto maiuscolo.

Campo dell’istruzione. Qui me ne sovviene una sola, ma vale cento. Troviamo il “Docente specializzato nell’assistenza e formazione di alunni diversamente abili o appartenenti a categorie di disagio sociale, culturale o familiare.”

L’insegnante di sostegno.

Negli anni ’80 un Uomo (sì, maiuscolo) degno di questo nome faceva l’attore. Renato Pozzetto. Le sue battute erano un concentrato di salute. Che so:

“Ellamadddddddonna… sono andato in tangenziale, m’è costata ventimila testoni, ma cazzo che MIGNOTTONE!!!”

Ora trovi due piccoli imprenditori blesi (con la R moscia) uno di nome Avvvmando e l’altro di nome Avvvtuvo che disquisiscono in questo modo:

“Guavda cavissimo, ievi mi sono vecato al civcolo, sono andato al Votavy… oh sapessi che deliziose damigelle ho conosciuto! Cevto sono un pochettino dispendiose, ma pvovengono da una vinomatissssssima agenzia di ESCOVRTSSSSSSSSS”

Non sei più una troia, un mignottone, un puttanone, una vaccona. No. Sei una Escort (maiuscolo). Per i nazionalisti, quelli che mai rinuncerebbero alla lingua italiana, sei una Accompagnatrice.

Poi c’erano una volta gli handicappati, gli storpi, i ciechi, gli invalidi in generale. Scherziamo? Ora sono i “diversamente abili”, coloro che “camminano male, ma non così tanto, anzi quasi non si vede, basta non badare alla gamba che non c’è”, quelli che “non ci vedono poi così bene ma una volta ci vedevano, sono diversamente vedenti, che poi hai visto che magnifico gusto nello scegliere gli occhiali da sole?” e le

“persone speciali”.

Io personalmente sono un pò azzoppato, e se qualcuno mi dice che sono “speciale” o “diversamente abile” o “con difficoltà di deambulazione” lo incenerisco con un accendino BIC dopo averlo cosparso di benzina Shell V-Power.

I neri (neGri in altra epoca, definizione che permane nel campo della medicina legale, nella quale sono indicate le razze caucasiche, mongoliche e neGroidi -mi sia permesso un inciso: viviamo nel timore delle discriminazioni. Non è affatto irrispettoso parlare di “razza”, se a questa non si associa una valutazione o meno di superiorità. Gli uomini, come tutti gli animali, tra loro presentano rilevanti differenze: se si trovano due scheletri, di un bianco e di un nero, si può agevolmente capire chi, in vita, era il bianco e chi il nero. Solo da rilievi sullo scheletro. Questo perchè come in tutti gli animali anche l’uomo è divisibile in razze, ognuna con caratteristiche fisiche molto ben definite.) i neri, dicevo, non sono più neri. Sono “di colore”. Di che colore non si sa. Sono colorati, la determinazione della sfumatura cromatica è lasciata ai soliti provincialotti.

Il mio pensiero in generale è che ogni uomo, in quanto tale, sia meritevole di massimo rispetto, senza eccezioni. E ogni caratteristica di un uomo, senza eccezioni, deve poter essere definita senza inutili indoramenti della pillola. Uno è cieco. E’ più offensivo definirlo per quello che è o utilizzare una definizione che rimarca quello che non è? Un “non vedente”. Passa, involontariamente, un messaggio che dice “il termine CIECO, il suo esserlo, è un qualcosa di degradante. Facciamo in modo da farlo sembrare meno inferiore con una definizione addolcita.”

Il nero viene chiamato “di colore”, quasi a voler dire “essere NERO è degradante, non vogliamo certo mettere il dito nella piaga ricordandogli che è nero, lo chiameremo DI COLORE evitando di specificare questo odioso particolare.”

Vogliamo evitare la discriminazione attraverso la discriminazione. Ma che sia elegante, mi raccomando.

Che bello sarebbe un mondo dove la gente possa dire che ha rivisto quel suo amico, quello nero, che il tal medico cura i ciechi, che si è un pochettino zoppi, che di lavoro si fa gli spazzini.

Raccontare il mondo per quello che è. Perchè se tutti siamo uguali non è necessario indorare la pillola per definirci ed essere definiti.

Ora vado in banca. Sento già che incontrerò un Bank Cleening Assistant. Deve essere un famoso banchiere. Mi sistemerò la cravatta e controllerò di avere la giacca ben stirata e abbottonata. Lui mi dirà

“Mi occupo delle pulizie. Per le informazioni, sportello 3.”

“Chi ci trovo?”

“L’impiegato, è ovvio.”

E’ ovvio.

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1 Response to "Professione: collaboratore scolastico."

bellissimo pezzo, mi trovi perfettamente d’accordo, caro Alberto.

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