Il Calabrescia pensiero

Maturità immatura

Posted on: 15 giugno 2011

Alcuni miei amici, più giovani di me, si stanno prodigando per la maturità. All’inizio dell’estate, quando cominciano i servizi dei TG a riguardo (ogni anno la stessa cosa, insieme ai dotti consigli di medici illuminati, che ti dicono che per sfuggire alla calura, se non hai un condizionatore, potresti andare in chiesa o infilarti in un congelatore della Coop insieme ai Polaretti) e a questi si aggiunge l’attacco incrociato di qualche conoscente maturando, non posso fare a meno di ripensare alla mia, di maturità.

Bestialità assurda. Non perché fosse facile, ma perché intimamente, geneticamente idiota. Un pò come scalare l’Everest in mutande. Sfido chiunque a dire che sia facile. E’ impossibile, ciò non toglie che sia una puttanata.

Se non vado errato, ora gli esami di quinta elementare (ringraziando nostro Signore) sono stati tolti di mezzo. Quando ero un poco più piccino mi sono dovuto pippare, come tutti, gli esami di quinta elementare, terza media, e la maturità scientifica.

Una idiozia devastante. Sorvoliamo sul fatto che, francamente, 13 anni di scuola -dalle elementari alla maturità- sono una immane boiata. Inizi a farti i cinque anni di elementari, entri alle medie e ripeti il programma di quarta e quinta elementare per il primo e secondo anno, il terzo anno fai qualcosina in più. Alle superiori, per i primi due anni, ripeti, in maniera più approfondita, quanto già imparato alle medie.

Riducete gli anni, porca miseria. Per partire dall’abbiccì finendo al Manzoni, e dal 2+2 agli integrali, francamente, 8-10 anni mi sembrano già abbastanza. Si allunghino invece i corsi universitari, in modo tale da formare laureati competenti non solo in campo teorico, ma pure pratico. Io sono quasi laureato, ma la mia esperienza è praticamente del tutto teorica: prendi il libro, studia il libro, esponi il libro. Non mi farebbe schifo farmi tre anni in più, nei quali potrei imparare (terminando il corso alla medesima età, perchè 13 anni + 5 fa 18 anni di studi, così come 10 anni + 8 di università) la professione nella sua essenza reale.

Milioni di riforme della scuola e dell’università, nessuna proposta simile. Prima o poi passerà, il cadavere. Non essendo ministri né parlamentari, sediamoci sulla riva e aspettiamo.

Ma torniamo agli esami. Ti fai un mazzo così per cinque anni (tralasciamo il discorso elementari e medie, sennò rischio un’ulcera -Cristo santo, davvero avete bisogno di esaminare un povero diavolo di 13 anni all’alba dell’estate, col caldo e con la stanchezza di un anno alle spalle, in un momento nel quale ha già il cervello sufficientemente cotto per la scelta della scuola superiore?-) dicevo, ti fai un mazzo così, tieni la tua media a livelli stellari, e poi arriva l’esame. Teoricamente dovresti essere preparato su tutti e cinque gli anni. La prassi vuole che tu conosca a menadito solamente il programma dell’ultimo anno. Grazie, troppo umano.

Poi fai l’esame. Se va bene bravo, esci con un votone. Se va male, vai a farti fottere. Ah, sei stato un genio per cinque anni? E’ un mio problema?

Personalmente? Al liceo non ero certo un mostro di bravura. Me ne stavo lì, galleggiando, alle volte imbarcavo acqua, azionavo le pompe idrovore, rattoppavo i buchi nello scafo, e continuavo a navigare. Mai stato rimandato a settembre: ciò non toglie che io non brillassi.

Altri amici, a me molto cari, si facevano un culo così. Sputavano sangue, puntavano alto, studiavano come bestie. E via che fioccavano gli otto e i nove.

Poi arriva l’esame, e tutto si azzera. Bella cazzata. Io ho fatto un buon esame. Questi miei amici, che per cinque anni si erano sfiancati -e perciò erano arrivati alla maturità con il cervello bollito- hanno avuto un risultato migliore del mio, è vero. Ma di soli cinque-sei centesimi di voto. Del tipo, io prendo 75, tu 80.

Ma poi, a parte questa idiozia di un voto che se ne sbatte degli sforzi di un quinquennio, siamo sicuri che l’esame in sé abbia senso? Un professore è davvero così rincoglionito da necessitare di tre prove scritte e un’ennesima interrogazione per capire se il poveretto sia o meno degno di un diplomino del quale l’universo mondo si sbatterà sonoramente? Francamente, credo di no. Francamente, si dovrebbe solo che fare una summa del comportamento dell’allievo. Se ha imparato, bene, promosso. Se ha cazzeggiato, male, bocciato. Non offendete la mia e la sua intelligenza, chiedendomi di interrogarlo ancora.

Oltretutto, che presunzione. Facciamo tanti esami. Siamo seri noi, in Italia. Facciamo anche durare la scuola per un’infinità di tempo. Azzo, che bravi. Abbiamo pure la scuola dell’obbligo. Perché è importante istruirsi.

Fa nulla se il risultato della scuola dell’obbligo è il seguente: chi vuole studiare va oltre il minimo sindacale imposto, chi non vuole fare un cazzo viene spinto fino a questo limite continuando a non fare un cazzo. Voglio dire, che facciamo, bocciamo una persona, la teniamo in terza media fino ai suoi quarant’anni? No. La promuoviamo, pur di toglierla di mezzo. Promoveatur, ac amoveatur.

Però noi siamo seri, abbiamo anche la scuola dell’obbligo.

Poi ti trovi i concorsi per essere assunti, che so, in Comune. Peggio ancora, ti trovi a un concorso per entrare in Magistratura. Concorsi pubblici nei quali, presumibilmente, non accedono persone che fino a due minuti prima reggevano una zappa e si ornavano con un grande cappello di paglia.

Ebbene, in tali occasioni capita che nessun candidato superi le selezioni. Allora pensi che in Italia le cose siano veramente serie, voglio dire, nessuno è passato, vorrà dire che per diventare Magistrato o per essere assunto in Comune bisogna avere una preparazione disumana.

Invece scopri che, per passare la selezione, sarebbe bastato imbroccare i congiuntivi, gli accenti, gli apostrofi, e la consecutio temporum.

Ma noi, in Italia, facciamo tanti esami. E tanti anni di squola. Perché così impareremmo a scrivere bene, non come farebbimo se saremmo semplici studenti che studierebbero solo pochi anni, senza avere la maturità di mezzo e con un’università (pardon, un università) più terra-terra.

Siamo gente seria.

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