Il Calabrescia pensiero

Archive for novembre 2011

Ieri Monti ha discusso con Sarkozy e con la Merkel riguardo alle varie misure fiscali/finanziarie che intende intraprendere per cercare di sistemare un pochettino gli italici conti. Ma sì, proprio quel colloquio alla fine del quale la Angela ha rivelato al mondo di “essere impressionata dalle misure di Monti”, venendo immediatamente rimbeccata da Siffredi con un lapidario “tsè”.

Non stiamo a dire la rava e la fava sull’oggetto delle loro discussioni (ne uscirebbe un pezzo lunghissimo e di una noia letale), parliamo piuttosto delle reazioni della politichetta (e parzialmente, del solito popolo bove) di casa nostra. Le quali reazioni si potrebbero riassumere come segue:

Monti oramai trama con la Francia e la Germania, oramai l’Italia non appartiene più al popolo sovrano. Per colpa del cattivo Monti, diventeremo schiavi delle banche, delle potenze straniere e del ragionier Filini.

Cari politichetti, caro popolo bove prontamente corso ai forconi: non vi  pare, forse, che sia cosa saggia discutere dei provvedimenti che si intende applicare in Patria, se quei provvedimenti servono a cercare il risanamento finanziario, e non vi pare cosa saggia discuterne proprio con quei due Paesi che -magari ancora per poco, per carità- attualmente sono la punta economica della zona euro?

A parte questo, cari politicantucci della domenica, non pensate che, ad ogni buon conto, Monti avrebbe potuto promettere anche di tassare ogni singola minzione di ogni singolo italiano (mandando così all’aria il bilancio della Rocchetta) ma che comunque quella tassa, per essere applicata, dovrebbe IN OGNI CASO passare per il Parlamento ed essere approvata? Con tanto di firma di Napolitano e, semmai, pure una Sentenza di Corte Costituzionale?

Suvvia, politicantucci, dove arcidiavolo la vedete la lesione della sovranità popolare?

Comunque vah, mò chiamo il Mario e gli dico, prossima volta che va a parlare con qualche capo di Stato, di discutere del tempo e dell’ultima partita della juve.

Sempre che gli interisti non vedano lesa la loro sovranità.

 

TI CHIEDO GIA’ DA SUBITO DI DIVULGARE QUESTO PEZZO

Quella della “tassa sul cane bene di lusso” è una coglioneria mai pronunciata dal governo Monti.

C’era, in passato, una semplice idea del governo Berlusconi nella quale le spese veterinarie non sarebbero più potute essere detratte dalle imposte.

Leggermente diverso.

“Non poter detrarre dalle imposte” non significa “creare nuove tasse”: significa semplicemente che se spendi 300 euro per i vaccini del tuo cane, quei 300 euro non potresti detrarli, depennarli dalle tasse che già paghi.

“Creare nuove tasse”, invece, vuol dire una cosa del tipo “Hai pagato 300 euro per i vaccini del cane, ora beccati 20 euro di tasse”.

Ad ogni modo, questa idea è stata subito accantonata dal governo Berlusconi: è una cosa che non esiste. E non è mai stata ripresa dal governo Monti.

Giocare sul sentimento antipolitico del Paese è una cosa indegna. Ci fa capire quanto la democrazia, nella quale il popolo bue la fa da padrone, sia una cosa non sempre positiva. Cosa sarebbe successo se avessero divulgato cazzate più serie? Quali reazioni popolari ci sarebbero state?

O la si smette di dire minchiate al popolo bue, o si fa in modo di disarmarlo politicamente. Non possiamo andare avanti con simpaticoni che postano puttanate in rete, e con altri MILIONI di caproni pronti a credere a tutto e a ricorrere ai forconi.

Amici, il popolo italiano non è schiavo delle banche; è schiavo di qualsiasi imbecille che divulghi qualsiasi idiozia, purché sia antipolitica.

Cinico? Realista.

Facciamo qualche domandina immaginaria all’immaginario leader delle non immaginarie (che ci tocca vedere…) proteste studentesche nei confronti dell’ancora inoperante governo Monti.

Come ti chiami?

Me chiamo er patacca. Cioè, nun è er nome mio vero, è er nome be bbbattaja. Me chiamano così.

Che scuola frequenti?

‘A terza superiore.

Come mai sei sceso in piazza?

Perché me so rrrotto er cazzo de sto Bbberlusconi, er conflitto de ‘nteressi e la Ggggelmini che

No, un momento, guarda che Berlusconi è caduto.

E’ cccaduto, ‘sto fijo de na mignotta? S’è rotto li corni?

No… è caduto il governo Berlusconi… ce n’è un altro, ora.

Ah certo, me devi scusà, ma sto ‘n po rincojonito… Tremonti! ‘Sto gran fijo de

No, che Tremonti?

Tremonti, er banchiere, ‘o schiavo de Bbbbberlusconi!

Si chiama Monti, Tremonti è caduto con il governo Berlusconi.

Ah… scusa n’attimo che faccio na telefonata… sì giovà? Senti, daje er bianchetto agli striscioni… sìsì… i monti un sono tre, sò uno… Monti, no Tremonti… eh, o so, un ce se capisce ‘n cazzo… fallo e bbbasta… ciaciacia…

Dicevamo, Monti. Cosa non vi piace del governo Monti?

Eh, è ‘n fijo de na mignotta.

Acuta analisi politica…

Aoh, me stai a pijà per culo? Ma nun lo sai che è ‘n banchiere, ce lassa ‘n mutande, ce ruba pure i peli der culo… che te vuoi aspettà da ‘no stronzo dell’hamburger?

Stronzo di… cosa?

Dell’hamburger. Certo che sei gnorante… er gruppo, er gruppo hamburger!

Ah! Bilderberg!

Come?

Si chiama Bilderberg.

Davero?

E che cazz… spetta eh… giovà, sì, senti, pija er bianchetto… nun se dice hamburger, gnorante… è Bringen… Burger… come cazz’è?

Bilderberg.

Ecco bbravo. Bilderberg. Sìsì… t’ho detto, ‘un se capisce ‘n cazzo. E mò come famo cò i vegggetariani, erano venuti apposta pè i hamburger… erano tutti ‘ncazzati… boh, cacciali, daje ‘na carota nder culo e via, che te devo dì… ciaciacia…

Dunque, avete paura del Bilderberg. Come mai?

Nun lo so. Prima pensavamo agli hamburger, mò vedemo. Quarcosa se ‘nventeremo.

Capisco. Cosa ne pensate della scuola?

Eh, come t’ho detto, sta mignotta d’a Gggelmini… ma me dici che ‘un c’è ppiù… mò chi c’è?

Profumo.

Oh, cazzo c’entra.

No, è il nome del ministro. Profumo.

Ah. E chi cazz’è?

Eh, il ministro, accidenti!

E mò se ‘nventamo quarcosa pure per lui… però spè… giovà, sbianchetta ‘a Ggggelmini… mettece Profumo… quale? A ‘mbecille, nun devi ‘mprofumà ‘o striscione, gnorante… ce devi scrive Profumo… come chi cazz’è? Er ministro, quello novo. Eh, o so, mò se ‘nventamo quarcosa, dai… ciaciacia…

Dunque temete per il vostro futuro scolastico?

Eccerto.

Ma non lo sai che Monti ha detto che darà importanza primaria alla scuola?

Davero?

Eh…

Daverodaverodavero?

Sì, così dice, poi non so…

Giovà, che cazzo, chiama tutti, che qua ce fanno er culo pè davero… ce fanno studià, qui cade tutto er teatrino… sì, te dico de sì, gnorante, qui ce sdrumano de lavoro… sì bravo, richiama i vegggetariani, tanto de carote ne avemo… pija quarche costa de sedano. Ciaciacia…

Cosa ne pensate riguardo alla nomina di Passera? Alcuni ipotizzano un conflitto d’interessi.

Vedi che ancora ce sta Bbbberlusconi? Aoh, malato de passera quello.

No, Passera il ministro.

Er ministro passera? ‘A Carfagna!

Nun te piace ‘a Carfagna?

No beh, certo, bella donna… ma alla fine quali sono i motivi fondanti della protesta?

Ah, nun lo so, io… nun ce capisco gnente… io c’avevo ‘a versione de latino… eh… e comunque Bbbberlusconi è er male assoluto. Colpa sua, ‘a crisi. Mò vedi, che se n’è annato fori da li cojoni, tutti ricchi!

In verità lo spread è peggiorato. Non che sia colpa di Monti, ma forse Berlusconi non era il male assoluto…

Aoh, devo annà. Salutame ‘a passera. Me piace ‘a Carfagna.

 

Questo sarà un pezzo abbastanza lungo. Ma ti illustrerà la storia di un italiano attualmente detenuto negli USA per una sentenza di condanna per omicidio. A quanto pare, sentenza ingiusta.

GLI ANTEFATTI

Negli anni ’90 Enrico si trasferisce a Miami (Florida), dove intraprende un’attività di regista e presentatore televisivo. Si dedica anche ad intermediazioni immobiliari ed è proprio svolgendo questa attività che conosce Anthony Pike, che si presenta come proprietario di un omonimo albergo sull’isola di Ibiza, in Spagna. Questo albergo aveva goduto di una certa notorietà negli anni ’80, seguito poi da uno spaventoso declino che lo aveva portato al fallimento. Nel 1997 Anthony Pike parte per Miami, ospite di un tedesco di nome Thomas Knott, che da qualche tempo soggiornava a Williams Island, vicino all’appartamento di Enrico. Knott conosceva bene il Pike, essendo stato assiduo frequentatore dell’albergo durante la sua epoca d’oro. Solo in seguito si scopriranno i veri profili di questi due personaggi: Pike, in quel periodo, si trovava comprensibilmente in estreme difficoltà finanziarie; Knott un ladro condannato in Germania a sei anni di carcere per truffe miliardarie, scappato durante un periodo di libertà vigilata e approdato a Miami, dove svolgeva, all’ombra di falsi documenti procuratigli da Pike un’attività di copertura come istruttore di tennis. In realtà continuava le proprie attività truffaldine (25 accuse in poco più di sei mesi). L’ultima fu proprio quella tentata ai danni di Enrico Forti, convocando Anthony Pike a Miami con l’intento di vendere il citato hotel fallito, sebbene non fosse più di sua proprietà da oltre un anno. Durante le trattative compare sulla scena Dale Pike, figlio di Anthony, che in passato era stato allontanato dall’albergo di Ibiza per gravi dissapori con il padre e probabilmente anche con Thomas Knott, suo ex compagno di baldorie. Dale Pike doveva, in quel momento, lasciare precipitosamente la Malesia, per motivi non accertati, e per questo si rivolse al padre, trovandosi in questo stato di necessità completamente privo di denaro. Anche Pike padre, però, non aveva alcuna disponibilità finanziaria, e chiese l’aiuto di Enrico Forti con il quale era da poco entrato in trattative per la (truffaldina) compravendita dell’albergo. Forti collabora, e alla fine di gennaio 1998 paga a Dale Pike il biglietto aereo dalla Malesia alla Spagna. Il padre Anthony lo raggiunge in Patria. Quindici giorni più tardi, Anthony Pike telefona a Enrico prospettandogli il suo ritorno a Miami, questa volta in compagnia del figlio Dale. Il giorno del loro arrivo viene programmato per domenica 15 febbraio 1998. Convince nuovamente Enrico Forti ad anticipare il denaro per pagare i biglietti aerei. Due giorni prima della partenza Anthony telefona a Enrico, adducendo problemi personali e prorogando il suo appuntamento con lui a New York per il mercoledì successivo, il 18 febbraio. Il figlio Dale invece sarebbe arrivato da solo a Miami proprio il 15 febbraio; Anthony chiede a Enrico il favore di andarlo a prendere all’aeroporto per ospitarlo a casa sua. Enrico acconsente. Dale, arrivato a Miami, gli chiede di essere portato al parcheggio di un ristorante a Key Biscayne, dove amici di Knott (il truffatore tedesco) lo stavano attendendo e coi quali avrebbe trascorso alcuni giorni in attesa dell’arrivo del padre. Enrico, quindi, gli dà un passaggio fino al luogo indicato, arrivando verso le ore 19. Il suo contatto con Dale Pike, mai visto né frequentato prima di quel giorno, era durato circa una mezz’ora. Il 16 febbraio un surfista ritrova il cadavere di Dale Pike in un boschetto che limita una spiaggia a poca distanza dal parcheggio dove Enrico lo aveva lasciato. Due colpi di pistola calibro 22 alla nuca, denudato completamente ma con vicino il cartellino verde di cui viene dotato alla dogana chiunque entri negli Stati Uniti. La morte viene fatta risalire tra le ore 20 e 22 del giorno precedente, poco tempo dopo il suo commiato da Enrico. Fu provato che Enrico Forti alle ore 20 si trovava all’aeroporto di Fort Lauderdale.

L’INIZIO DEI PROBLEMI

Mercoledì 18, a New York, dove si era recato per l’incontro con il padre di Dale, Enrico apprende la notizia dell’omicidio. Non avendo più notizie nemmeno del padre Anthony, che non si era presentato, Forti torna immediatamente a Miami ed il giorno seguente, 19 febbraio, si reca spontaneamente alls polizia per rispondere a una convocazione come persona informata dei fatti. Durante questa convocazione, la polizia lo informò falsamente che oltre a Dale anche il padre Anthony era stato trovato cadavere. Anthony Pike invece era vivo e sotto protezione della polizia stessa dal giorno precedente. Terrorizzato dal precipitare degli avvenimenti, Forti nega di aver mai incontrato Dale. La sera del 20 febbraio, ormai resosi conto della gravità della situazione, torna alla polizia per consegnare una serie di documenti relativi al rapporto d’affari con il padre della vittima. Si presentò senza l’assistenza di un avvocato, anche per la garanzia di un ex capo della squadra omicidi da lui conosciuto che lo aveva assicurato trattarsi solamente di dare alcuni chiarimenti per aiutare le indagini della polizia. Invece venne immediatamente arrestato e sottoposto a un interrogatorio di quattordici ore, durante il quale ammise di aver incontrato Dale Pike il 15 febbraio nelle ore precedenti il suo omicidio e di averlo accompagnato al parcheggio del ristorante Rusty Pelican a Virginia Key.

Ecco la traduzione letterale del testo introduttivo della teoria sulla quale il PM ha fondato le sue accuse.

“La teoria dello Stato sul caso era che Enrico Forti avesse fatto uccidere Dale Pike perché sapeva che Dale avrebbe interferito con i suoi piani per acquisire dal padre demente, in modo fraudolento, il 100% di interesse di un hotel di Ibiza. Dale aveva viaggiato verso Miami dall’isola di Ibiza in modo che Forti avrebbe potuto “mostrargli il denaro” -quattro milioni di dollari richiesti per la transazione- per l’acquisto dell’albergo di suo padre. Forti semplicemente non lo aveva. Forti incontrò Dale all’aeroporto e lo condusse alla morte”.

Non è vero che Dale Pike, la vittima, costituiva un ostacolo per i piani di Forti di acquistare l’albergo. Non ne aveva alcun potere.

Non è vero che il padre Anthony fosse un vecchio incapace di intendere e volere. Tutt’altro. A suo tempo, molte testimonianze lo consideravano un astuto e sveglio uomo d’affari. D’altronde al processo non è stato presentato alcun documento che comprovasse la sua presunta demenza, né da parte di un tribunale, né di una qualsiasi commissione medica.

Non è vero che Enrico Forti volesse appropriarsi in maniera fraudolenta del 100% dell’hotel. Anzi si è scoperto che l’albergatore tentava di vendere al Forti un hotel che da molto tempo non era più suo. Una truffa. Anthony Pike stesso lo aveva ammesso in una deposizione rilasciata a Londra prima del processo, dicendo chiaramente che intendeva rifilare a Chico un “elefante bianco”.

Non è vero che Dale aveva viaggiato a Miami “per vedere il denaro contante”, quattro-cinque milioni di dollari, che il Forti avrebbe dovuto pagare. L’accordo di compravendita prevedeva il pagamento nell’arco di tempo di sei mesi, parte in contanti, parte in permuta di due appartamenti e parte con l’assunzione dei debiti dell’albergo con le banche. La supervalutazione di quattro-cinque milioni di dollari del valore dell’albergo è una stima del tutto inventata. A tutt’oggi il suo valore reale è meno di un milione di dollari.

Alla base di tutte le accuse viene evidenziato il movente della truffa, nella quale magicamente il Forti passa da truffato a truffatore, per di più assassino.

Il rito del processo americano prevede che l’ultima parola spetti di diritto all’accusa quando l’imputato si è avvalso della facoltà di non rispondere oppure non è chiamato al banco dei testimoni. Il pubblico ministero ha sfruttato questa opportunità puntando tutto proprio nello spazio finale a lui concesso, approfittando anche del fatto che la giuria deve decidere il suo verdetto basandosi esclusivamente sulla propria memoria del dibattimento, e non avvalendosi di documenti. Logico quindi che nella mente dei giurati rimangano impresse più le ultime parole dell’accusa che non quelle della difesa. Questo si verifica quando l’oratore è particolarmente bravo e non c’è dubbio che Reid Rubin, il pubblico ministero, lo sia. Ma la responsabilità più grave della faccenda ricade sugli avvocati della difesa: loro conoscevano, ovviamente, le regole procedurali. Perché quindi concedere questo enorme vantaggio all’accusa? Disarmante la spiegazione data dai legali nel consigliare Enrico Forti di non presentarsi alla sbarra:

Tu hai detto una bugia, quindi sei esposto al massacro di immagine che l’accusatore può dare di te ai giurati. Quindi meglio non rischiare. Inoltre, non essendoci prove, nessuna giuria al mondo potrà emettere un verdetto di colpevolezza nei tuoi confronti.”

Anche il pubblico ministero s’è guardato bene dal chiamare Enrico Forti alla sbarra. Il suo disegno accusatorio era proprio fondato su questa possibilità: avere l’ultima parola per convincere una giuria che può anche essere stata non molto attenta durante il precedente dibattimento. Durante l’arringa del pubblico ministero la difesa ha sollevato un’infinità di obiezionimolte rifiutate, alcune accettate. Il giudice, in quasi tutte le occasioni, ha invitato gli avvocati a sollevare le proprie rimostranze in appello, che poi sarebbe stato sistematicamente rifiutato.

LA SENTENZA
La decisione della Corte, riportata nella traduzione letterale:
“La Corte non ha le prove che lei, sig. Forti, abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale.”
Non verrà mai concesso un processo d’appello.

 Senza addentrarmi ulteriormente nei tecnicismi del procedimento penale statunitense e nelle relative irregolarità verificatesi nei confronti di Enrico (dallo “speed trial” negato, alla violazione della Convenzione di Vienna, alla violazione del cosiddetto “diritto Miranda”), credo sia sufficiente la lettura della sentenza per far capire, anche a un non addetto ai lavori, come il tutto sia stato condotto in maniera raffazzonata.

Sono quasi dodici anni che un nostro connazionale è in carcere per via di questa raccapricciante vicenda umana e giudiziaria. 

Sarebbe il caso, magari, che il nuovo Governo, tra gli altri impellenti impegni per via della crisi economica, cerchi di fare luce su una vicenda che, al momento, appare oscura e disumana.

Che io abbia personalmente e irrilevantemente dato la mia personale fiducia al governo Monti è cosa nota. Vorrei però dare un contributo alla Patria, in questi momenti bui. Come? Facile. Basta leggere le descrizioni che i media fanno del nostro Supermario. Esemplifico.

“Ed ecco che nasce il sobrio governo del sobrio Mario Monti. Uomo lombardo, di una sobrietà nordica, sobriamente dedito agli studi e al lavoro. Frequentò sobriamente un istituto superiore gesuita, sobriamente eccellendo in ogni disciplina, esclusa educazione fisica. Studiò economia alla sobria Bocconi, sobriamente laureandosi a ventidue anni (ma come cazz…? N.D.R.) e sobriamente conseguendo un dottorato di ricerca all’università di Yale. Sobriamente ricoprì una barcata di incarichi, fino ad essere sobriamente nominato senatore a vita e presidente del consiglio dal nostro sobrio presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Prontamente propose, come ministri, un sobrio gruppo di esimi professori. Prontamente si giunse al sobrio giuramento, ed entro pochi giorni giungerà una sobria fiducia parlamentare. Dall’aspetto sobrio, è solito indossare sobrie cravatte, sobri completi italiani, sobrie camicie, e ama portare occhiali dalla sobria montatura. La moglie, sobriamente laureata in scienze politiche (ma che cazz…? N.D.R.) ha sobriamente sacrificato la propria preparazione accademica (… N.D.R.) per seguirlo, servirlo e riverirlo nel compimento dei suoi sobri doveri istituzionali. Amante degli animali, è orgoglioso possessore di un sobrio golden retriver. Padre integerrimo di due sobri figliuoli.”

Signor presidente del consiglio, signori ministri, se mi è concesso vorrei -con deferenza- offrirvi l’unica cosa che manca a questa nuova fase politica: un paio di birre.

Pare che il governo Monti stia per nascere.

C’è stata la prima Repubblica, finita negli anni ’90, la seconda, dominata dalla figura del Silvio, e ora suppongo entreremo nella terza. Berlusconi è stato così caratterizzante che la sua uscita di scena non può far altro se non determinare la fine di un’era.

Cosa spero, per questo terzo match repubblicano? Spero in Governi che, come Costituzione vuole, siano determinati dalla nomina non popolare, ma presidenziale. Governi nei quali i “tecnici” non siano un’eccezione, ma la regola. Spero nella fine, Dio voglia, di esecutivi nei quali i vari ministri devono rispondere non ai bisogni del Paese, ma alle logiche di partito. Perché senza rispettare le logiche di partito si perdono voti. Non può più funzionare. Dovendo esserci un Governo, che sia formato da tecnici non imbrigliati da obblighi di partito, che possano prendere decisioni anche amare senza il terrore -tipico e comprensibile- che ogni politico invece ha: perdere la poltrona, essere epurato.

Cosa spero a livello parlamentare? Un Parlamento monocamerale, formato da ducento-trecento persone. E’ stupido continuare a credere che sia “più democratico” il delegare la funzione legislativa a qualcosa come novecento persone circa (numero attuale dei parlamentari, tra onorevoli e senatori) e a due camere. Democratico è quel Parlamento che è eletto dal popolo, anche se formato da una sola Camera e da duecento anime. Che, tra l’altro, costano meno di novecento, e hanno più probabilità di confrontarsi e decidere il da farsi in maniera veloce ed efficiente.

Che legge elettorale auspico? La fine dei partiti, sostituita dalla possibilità, per ogni cittadino italiano, di eleggere non un partito, ma una persona. Che si crei, data l’era dell’informatizzazione, un sito internet nel quale, per ogni regione, vengano inseriti i nominativi dei candidati, con rispettivi (e verificati, con tutte le garanzie) curricula. Il popolo potrà venire a conoscenza delle persone eleggibili e delle loro esperienze formative e lavorative, scegliendo quindi il soggetto per loro più rappresentativo. Ogni Regione elegga, tra i più votati, una decina di onorevoli. Niente più campagne elettorali costosissime, niente rimborsi elettorali. Un curriculum in rete è già sufficiente per dare un’idea all’elettore della personalità dell’aspirante eletto. Niente partiti, ma eletti sulla base di competenze e idee personali. Niente più parlamentari che debbano genuflettersi innanzi alle logiche del partito d’appartenenza: partiti non ce ne sono.

E, per Dio, muoversi con dazi sanguinosi nei confronti delle merci di provenienza non europea: non si può parlare di ripresa economica finché sul mercato continueranno a trovarsi merci cinesi (o chi per esse) con un prezzo cento volte inferiore alle italiane (ma di qualità MILLE volte inferiore, sia inteso). Signori, i nostri piccoli e medi commercianti non chiudono “per la crisi”, ma perché la sciura Maria compra le scarpine col tacco Made in China, colorate col cromo esavalente a cinque euro. Tutta salute.

Mentre scrivo, il nuovo esecutivo è nato. Entro le 17 il giuramento.

Buon lavoro, signori, in bocca al lupo, Italia!

Sky costa un pochino, ma dà grandi soddisfazioni. C’è un canale, non ricordo il nome, nel quale puoi capire i segreti dell’architettura, e prendere coscienza della tua pochezza. Ecco il discorso medio di un architetto illuminato, mentre fa bella mostra delle proprie creazioni. Fai un bel respiro.

“Le linee curve riflettono la morbidezza d’animo e l’apertura mentale del proprietario, sottolineata anche dalla leggerezza di un travertino mai arrogante. Le scelte materiche sono cangianti: dal vivo del legno -in un’ottica ispiratrice iniziale degli anni ’60 pensavamo al palissandro, ahinoi assai inflazionato, ci siamo quindi diretti verso un più austero ebano- al freddo del bronzo, al caldo della pietra lavica al tecnologico dei materiali sintetici del pavimento flottante. Marmo, fortissimamente marmo in cucina, con queste venature che richiamano l’avventura e il mistero. Importanti vetrature, che amplificano la sensazione di crasi con l’infinito anche attraverso l’intravedere lo stendersi dell’orizzonte. Siamo stati fortemente indecisi sul parquet: alla gentilezza del rovere abbiamo preferito la decisione del ciliegio. Le venature, per essere valorizzate, son poste in maniera ortogonale alla luce. I muri della cucina sono in vetro extrachiaro; si potrebbe forse pensare a una donna che cucina come una cavia sudante in una serra: noi abbiamo piuttosto voluto valorizzarne la figura, infinita, che si protrae oltre muri che ci sono e al medesimo tempo non ci sono. All’essere o non essere abbiamo contrapposto l’essere E il non essere. Poi questa scala. Di questa sono particolarmente orgoglioso. La sapiente combinazione di scalini irregolari e mancanza di corrimano, oltre alla succitata sensazione di infinito, porta anche a coattive considerazioni sulla caducità della vita umana.”

“Eccellente, architetto, eccellente. Oh, cosa vedo qui!”

“Che dire, una idea di un mio valido collaboratore. Caloriferi appositamente creati da un artigiano locale, a tutto muro, che riprendono la forma delle vele di una nave. Il mare, tema caro al nostro committente.”

“E che resa hanno?”

“Nessuna, non funzionano. Portano l’uomo a una maggiore intesa con la natura: d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. Il tutto è amplificato dall’illuminato e immane lavoro di una mia tanto giovane quanto brillante collaboratrice, la quale ha alzato tutti i muri perimetrali mischiando argilla locale con la propria saliva, e impastando tutto con le mani. Ha presente le baracche africane? Ecco. Intesa con le origini dell’uomo.”

“Vedo mensole particolari…”

“Certamente. Un sistema semplice e funzionale. Non ci sono sostegni: le mensole, fatte di una lastra di ottone brunito, si incastrano direttamente in profondità nel muro di argilla e saliva. Così otteniamo ripiani dal design estremamente pulito.”

“E quale è il massimo peso caricabile?”

“Oh beh… vede quella pila di libri?”

“Certamente.”

“Ecco, vede la biglia accanto alla pila di libri? Se la mette sulla mensola, cade tutto.”

“Ah, cade la mensola…”

“Nono, cade tutto, tutto, KABOOOM, capisce? La caducità, caducità, caducità umana che si riflette nell’architettura!”

“Crolla la casa???”

“Esplode. Salta tutto.”

“…e quello?”

“E’ il nostro Air Wick. Anche lui è molto moderno.”


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