Il Calabrescia pensiero

Enrico (Chico) Forti

Posted on: 18 novembre 2011

Questo sarà un pezzo abbastanza lungo. Ma ti illustrerà la storia di un italiano attualmente detenuto negli USA per una sentenza di condanna per omicidio. A quanto pare, sentenza ingiusta.

GLI ANTEFATTI

Negli anni ’90 Enrico si trasferisce a Miami (Florida), dove intraprende un’attività di regista e presentatore televisivo. Si dedica anche ad intermediazioni immobiliari ed è proprio svolgendo questa attività che conosce Anthony Pike, che si presenta come proprietario di un omonimo albergo sull’isola di Ibiza, in Spagna. Questo albergo aveva goduto di una certa notorietà negli anni ’80, seguito poi da uno spaventoso declino che lo aveva portato al fallimento. Nel 1997 Anthony Pike parte per Miami, ospite di un tedesco di nome Thomas Knott, che da qualche tempo soggiornava a Williams Island, vicino all’appartamento di Enrico. Knott conosceva bene il Pike, essendo stato assiduo frequentatore dell’albergo durante la sua epoca d’oro. Solo in seguito si scopriranno i veri profili di questi due personaggi: Pike, in quel periodo, si trovava comprensibilmente in estreme difficoltà finanziarie; Knott un ladro condannato in Germania a sei anni di carcere per truffe miliardarie, scappato durante un periodo di libertà vigilata e approdato a Miami, dove svolgeva, all’ombra di falsi documenti procuratigli da Pike un’attività di copertura come istruttore di tennis. In realtà continuava le proprie attività truffaldine (25 accuse in poco più di sei mesi). L’ultima fu proprio quella tentata ai danni di Enrico Forti, convocando Anthony Pike a Miami con l’intento di vendere il citato hotel fallito, sebbene non fosse più di sua proprietà da oltre un anno. Durante le trattative compare sulla scena Dale Pike, figlio di Anthony, che in passato era stato allontanato dall’albergo di Ibiza per gravi dissapori con il padre e probabilmente anche con Thomas Knott, suo ex compagno di baldorie. Dale Pike doveva, in quel momento, lasciare precipitosamente la Malesia, per motivi non accertati, e per questo si rivolse al padre, trovandosi in questo stato di necessità completamente privo di denaro. Anche Pike padre, però, non aveva alcuna disponibilità finanziaria, e chiese l’aiuto di Enrico Forti con il quale era da poco entrato in trattative per la (truffaldina) compravendita dell’albergo. Forti collabora, e alla fine di gennaio 1998 paga a Dale Pike il biglietto aereo dalla Malesia alla Spagna. Il padre Anthony lo raggiunge in Patria. Quindici giorni più tardi, Anthony Pike telefona a Enrico prospettandogli il suo ritorno a Miami, questa volta in compagnia del figlio Dale. Il giorno del loro arrivo viene programmato per domenica 15 febbraio 1998. Convince nuovamente Enrico Forti ad anticipare il denaro per pagare i biglietti aerei. Due giorni prima della partenza Anthony telefona a Enrico, adducendo problemi personali e prorogando il suo appuntamento con lui a New York per il mercoledì successivo, il 18 febbraio. Il figlio Dale invece sarebbe arrivato da solo a Miami proprio il 15 febbraio; Anthony chiede a Enrico il favore di andarlo a prendere all’aeroporto per ospitarlo a casa sua. Enrico acconsente. Dale, arrivato a Miami, gli chiede di essere portato al parcheggio di un ristorante a Key Biscayne, dove amici di Knott (il truffatore tedesco) lo stavano attendendo e coi quali avrebbe trascorso alcuni giorni in attesa dell’arrivo del padre. Enrico, quindi, gli dà un passaggio fino al luogo indicato, arrivando verso le ore 19. Il suo contatto con Dale Pike, mai visto né frequentato prima di quel giorno, era durato circa una mezz’ora. Il 16 febbraio un surfista ritrova il cadavere di Dale Pike in un boschetto che limita una spiaggia a poca distanza dal parcheggio dove Enrico lo aveva lasciato. Due colpi di pistola calibro 22 alla nuca, denudato completamente ma con vicino il cartellino verde di cui viene dotato alla dogana chiunque entri negli Stati Uniti. La morte viene fatta risalire tra le ore 20 e 22 del giorno precedente, poco tempo dopo il suo commiato da Enrico. Fu provato che Enrico Forti alle ore 20 si trovava all’aeroporto di Fort Lauderdale.

L’INIZIO DEI PROBLEMI

Mercoledì 18, a New York, dove si era recato per l’incontro con il padre di Dale, Enrico apprende la notizia dell’omicidio. Non avendo più notizie nemmeno del padre Anthony, che non si era presentato, Forti torna immediatamente a Miami ed il giorno seguente, 19 febbraio, si reca spontaneamente alls polizia per rispondere a una convocazione come persona informata dei fatti. Durante questa convocazione, la polizia lo informò falsamente che oltre a Dale anche il padre Anthony era stato trovato cadavere. Anthony Pike invece era vivo e sotto protezione della polizia stessa dal giorno precedente. Terrorizzato dal precipitare degli avvenimenti, Forti nega di aver mai incontrato Dale. La sera del 20 febbraio, ormai resosi conto della gravità della situazione, torna alla polizia per consegnare una serie di documenti relativi al rapporto d’affari con il padre della vittima. Si presentò senza l’assistenza di un avvocato, anche per la garanzia di un ex capo della squadra omicidi da lui conosciuto che lo aveva assicurato trattarsi solamente di dare alcuni chiarimenti per aiutare le indagini della polizia. Invece venne immediatamente arrestato e sottoposto a un interrogatorio di quattordici ore, durante il quale ammise di aver incontrato Dale Pike il 15 febbraio nelle ore precedenti il suo omicidio e di averlo accompagnato al parcheggio del ristorante Rusty Pelican a Virginia Key.

Ecco la traduzione letterale del testo introduttivo della teoria sulla quale il PM ha fondato le sue accuse.

“La teoria dello Stato sul caso era che Enrico Forti avesse fatto uccidere Dale Pike perché sapeva che Dale avrebbe interferito con i suoi piani per acquisire dal padre demente, in modo fraudolento, il 100% di interesse di un hotel di Ibiza. Dale aveva viaggiato verso Miami dall’isola di Ibiza in modo che Forti avrebbe potuto “mostrargli il denaro” -quattro milioni di dollari richiesti per la transazione- per l’acquisto dell’albergo di suo padre. Forti semplicemente non lo aveva. Forti incontrò Dale all’aeroporto e lo condusse alla morte”.

Non è vero che Dale Pike, la vittima, costituiva un ostacolo per i piani di Forti di acquistare l’albergo. Non ne aveva alcun potere.

Non è vero che il padre Anthony fosse un vecchio incapace di intendere e volere. Tutt’altro. A suo tempo, molte testimonianze lo consideravano un astuto e sveglio uomo d’affari. D’altronde al processo non è stato presentato alcun documento che comprovasse la sua presunta demenza, né da parte di un tribunale, né di una qualsiasi commissione medica.

Non è vero che Enrico Forti volesse appropriarsi in maniera fraudolenta del 100% dell’hotel. Anzi si è scoperto che l’albergatore tentava di vendere al Forti un hotel che da molto tempo non era più suo. Una truffa. Anthony Pike stesso lo aveva ammesso in una deposizione rilasciata a Londra prima del processo, dicendo chiaramente che intendeva rifilare a Chico un “elefante bianco”.

Non è vero che Dale aveva viaggiato a Miami “per vedere il denaro contante”, quattro-cinque milioni di dollari, che il Forti avrebbe dovuto pagare. L’accordo di compravendita prevedeva il pagamento nell’arco di tempo di sei mesi, parte in contanti, parte in permuta di due appartamenti e parte con l’assunzione dei debiti dell’albergo con le banche. La supervalutazione di quattro-cinque milioni di dollari del valore dell’albergo è una stima del tutto inventata. A tutt’oggi il suo valore reale è meno di un milione di dollari.

Alla base di tutte le accuse viene evidenziato il movente della truffa, nella quale magicamente il Forti passa da truffato a truffatore, per di più assassino.

Il rito del processo americano prevede che l’ultima parola spetti di diritto all’accusa quando l’imputato si è avvalso della facoltà di non rispondere oppure non è chiamato al banco dei testimoni. Il pubblico ministero ha sfruttato questa opportunità puntando tutto proprio nello spazio finale a lui concesso, approfittando anche del fatto che la giuria deve decidere il suo verdetto basandosi esclusivamente sulla propria memoria del dibattimento, e non avvalendosi di documenti. Logico quindi che nella mente dei giurati rimangano impresse più le ultime parole dell’accusa che non quelle della difesa. Questo si verifica quando l’oratore è particolarmente bravo e non c’è dubbio che Reid Rubin, il pubblico ministero, lo sia. Ma la responsabilità più grave della faccenda ricade sugli avvocati della difesa: loro conoscevano, ovviamente, le regole procedurali. Perché quindi concedere questo enorme vantaggio all’accusa? Disarmante la spiegazione data dai legali nel consigliare Enrico Forti di non presentarsi alla sbarra:

Tu hai detto una bugia, quindi sei esposto al massacro di immagine che l’accusatore può dare di te ai giurati. Quindi meglio non rischiare. Inoltre, non essendoci prove, nessuna giuria al mondo potrà emettere un verdetto di colpevolezza nei tuoi confronti.”

Anche il pubblico ministero s’è guardato bene dal chiamare Enrico Forti alla sbarra. Il suo disegno accusatorio era proprio fondato su questa possibilità: avere l’ultima parola per convincere una giuria che può anche essere stata non molto attenta durante il precedente dibattimento. Durante l’arringa del pubblico ministero la difesa ha sollevato un’infinità di obiezionimolte rifiutate, alcune accettate. Il giudice, in quasi tutte le occasioni, ha invitato gli avvocati a sollevare le proprie rimostranze in appello, che poi sarebbe stato sistematicamente rifiutato.

LA SENTENZA
La decisione della Corte, riportata nella traduzione letterale:
“La Corte non ha le prove che lei, sig. Forti, abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale.”
Non verrà mai concesso un processo d’appello.

 Senza addentrarmi ulteriormente nei tecnicismi del procedimento penale statunitense e nelle relative irregolarità verificatesi nei confronti di Enrico (dallo “speed trial” negato, alla violazione della Convenzione di Vienna, alla violazione del cosiddetto “diritto Miranda”), credo sia sufficiente la lettura della sentenza per far capire, anche a un non addetto ai lavori, come il tutto sia stato condotto in maniera raffazzonata.

Sono quasi dodici anni che un nostro connazionale è in carcere per via di questa raccapricciante vicenda umana e giudiziaria. 

Sarebbe il caso, magari, che il nuovo Governo, tra gli altri impellenti impegni per via della crisi economica, cerchi di fare luce su una vicenda che, al momento, appare oscura e disumana.

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1 Response to "Enrico (Chico) Forti"

COSA PENSO DEL CASO CHICO FORTI
23 agosto 2012
23 agosto 1927 Il Massachusetts uccide Sacco e Vanzetti

Se Enrico “Chico” Forti fosse stato condannato a morte tutto sarebbe più semplice: daremmo per scontata la sua colpevolezza e cercheremmo di salvargli la pelle. Ma Forti non ha una sentenza capitale e proclama la sua innocenza da uno dei supermax dell’American Gulag (1) dove sta scontando l’ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato (LWOP) (2).
Le sue proteste d’innocenza non si trovano a cozzare solo contro la “mission impossible” di convincere una corte americana, ma anche contro il prudente scetticismo di chi, come noi abolizionisti, non ha l’abitudine di prendere per buona qualsiasi dichiarazione innocentista (3) e, per quanto ne sappiamo, l’unica cosa inusuale del processo Forti è stata la sua notevole lunghezza.
Malauguratamente del caso giudiziario e dei dodici anni di appelli sappiamo solo quel poco che raccontano gli amici di Forti. Non sappiamo nulla delle udienze preliminari, non abbiamo il verbale del processo, gli opening statements e le istruzioni date alla giuria, non possediamo i writs of certiorari dei sei tentativi d’appello, non conosciamo il punto di vista dell’Accusa e nemmeno quello del tanto vituperato collegio di difesa. Inoltre i media italiani hanno, con poche eccezioni, sposato acriticamente le lacunose tesi della famiglia Forti. Tuttavia, grazie ai documenti e alle interviste reperibili su Internet, è possibile farsi un’idea, per quanto approssimativa, dei fatti. Senza mettere in dubbio la buona fede degli amici di Forti faccio notare alcuni dei punti che non mi convincono.

PRIMA DEL PROCESSO
I guai di Chico Forti deriverebbero da un’unica bugia. Spaventato dalla polizia avrebbe negato di conoscere la vittima Dale Pike. Secondo l’Accusa invece questa è stata solo una di una lunga serie di menzogne del Forti che ha lavato la macchina per fare sparire le tracce, fabbricato falsi documenti notarili per costituirsi un alibi, raccontato balle, eccetera. Proprio la produzione di documenti falsificati avrebbe definitivamente inguaiato Forti cui sarebbe stata revocata la libertà su cauzione. Questo spiegherebbe perché CF è arrivato alle udienze nella divisa arancione dei carcerati e ammanettato mani e piedi.
La difesa lamenta che a CF non sono stati letti i diritti, come previsto dalle Regole Miranda, e che la polizia ha mentito per metterlo in difficoltà: ma non c’è bisogno di essere un giurista per sapere che la polizia organizza trabocchetti, come fa quella italiana, e che i Miranda Warnings sono letti al sospettato solo quando diventa accusato e ha le manette ai polsi: basta guardare un telefilm del Tenente Colombo.
Si fa anche notare che la polizia non ha avvisato il consolato italiano. Non lo fanno mai e CF non è uno sprovveduto immigrato guatemalteco (dicono conosca cinque lingue) e ha avuto tutto il tempo di avvisare amici, legali e autorità diplomatiche, mentre per Angel Breard e Joseph Stanley Faulder, che sono finiti al patibolo, l’avvocato del consolato avrebbe avuto un’importanza decisiva.
La polizia è accusata di avere incastrato CF per punirlo di un suo cortometraggio sulla morte dell’assassino di Versace (Il sorriso della Medusa). Allora perché non si è chiesto il change of venue e portato il processo fuori dalla Miami Dade County?
Secondo i suoi sostenitori CF sarebbe stato assolto in istruttoria dall’accusa di tentata truffa, circonvenzione d’incapace e appropriazione indebita. Invece la Procura ha semplicemente lasciato perdere (nolle prosequi), visto che stava perseguendo Forti per un reato ben più grave. Quindi non c’è violazione della double jeopardy che, che in assenza di dual sovereignty, vale solo per i verdetti.

IL PROCESSO
L’accusa non era capitale e CF non è scampato per un pelo alla sedia elettrica come dicono alcuni. I processi per murder (omicidio di primo grado) iniziano a due o tre anni dal delitto e a volte molto più tardi, soprattutto perché la Difesa ha bisogno di tempo per prepararsi. Non vi è stata alcuna violazione del diritto allo speedy trial. Per essere un processo americano non è stato breve. Le cause penali, nel raro caso si facciano, durano un paio di giorni e solo quelle particolarmente complicate si protraggono per settimane. Quindi 24 giorni con 18 udienze sono veramente tanti.
Forti prospetta una violazione della Williams Rule (Williams v Florida, Scotus 1959) per via della presunta assoluzione per le accuse meno gravi, ma secondo questa regola “relevant evidence of collateral crimes is admissible at jury trial when (…) is used to show motive, intent, knowledge.” Ovvero: l’Accusa poteva usarla al processo per dimostrare il movente dell’omicidio.
Il collegio di difesa è stato accusato d’inefficienza quando non di collusione con il DA e si accusa uno degli avvocati di avere lavorato per la Procura. In America gli avvocati esercitano indifferentemente per un privato o per la Procura e non esiste la separazione delle carriere di cui da noi si parla tanto. In ogni caso mi chiedo perché non sia stata sollevata in appello una Ineffective Assistance of Council prevista dalla norma 3.850 del Codice di Procedura Penale della Florida.
Gli strali della difesa si concentrano su Thomas Heinz Knott che, grazie al patteggiamento, sarebbe diventato “uno dei testi principali contro Enrico Forti”. Peccato che Knott non abbia testimoniato al processo. Evidentemente la Procura non lo considerava utile e il collegio di difesa probabilmente lo temeva per via della pistola calibro 22 comprata da Knott con i soldi di Forti. Faccio notare che il patteggiamento di un complice in cambio di una condanna lieve è la norma e che, se i difensori consideravano utile la testimonianza di Knott (truffatore ben noto al Forti), dovevano chiamarlo al processo: ora è troppo tardi. (4)
Gli amici di CF affermano che “non ha avuto un giusto processo”, ma non sono in grado di motivare l’affermazione. Sempre secondo loro le prove contro CF sono inconsistenti, ma è evidente che i 12 giurati l’hanno pensata in maniera diversa.
Infine l’ordine delle arringhe finali (closing arguments) non dipende dalla testimonianza dell’accusato (che è sempre sconsigliata) e l’Accusa chiude sempre il processo, con l’arringa o il rebuttal e inoltre i giurati non sono “cittadini eletti a sorte”, ma accuratamente scelti dalle parti. Se il collegio di difesa considerava la testimonianza di Forti importante perché non l’ha chiamato a deporre? Forse perché temeva che il controinterrogatorio sarebbe stato la sua pietra tombale?
Per la famiglia Forti “È molto singolare che il processo non permetta ai giudici di indicare alle parti temi nuovi o integrazioni probatorie: la decisione va presa sulla base di quello che le parti hanno deciso di mostrare loro. Quindi, inspiegabilmente, non sono stati ascoltati, nel processo, l’imputato Forti, la moglie Heather, il condannato per reato collegato Thomas Knott e altri che pure avevano partecipato direttamente ai fatti. L’estrema singolarità di questo modo di procedere appare evidente.” Purtroppo lo è solo per chi non ha idea di come funziona il sistema giudiziario americano.

VERDETTO E SENTENZA
Non si deve confondere il verdetto della giuria con la sentenza emessa dal giudice e i suoi acidi commenti e nemmeno si possono utilizzare canoni italiani nel sistema giudiziario USA, perché la giuria non motiva il verdetto e si limita a dichiarare l’imputato colpevole o non-colpevole.
Uno dei punti di forza degli amici di CF è che, al momento della sentenza, il giudice avrebbe detto: “La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale!” Malauguratamente le affermazioni del giudice sono prive di qualsiasi rilevanza perché ciò che conta è la convinzione che si è fatta la giuria e non sembra che qualcuno si sia preoccupato di intervistare i giurati per capirne le motivazioni. La loro decisione è definitiva e raramente è concesso l’appello. Inoltre ricordo che la condanna al LWOP è obbligatoria per il murder di primo grado non capitale e il giudice non aveva scelta.

“The jury decision is final. No matter how wrong or how foolish this seems, there is no appeal. A convicted defendant can also try to appeal on the ground of error at the trial. Generally speaking “error” means legal errors; it is not enough to say the jury must have been wrong, or failed to do justice, or acted stupidly. An appeal court does not try the case over again, or redecide issues of fact. (…) But overall only a small minority of losing defendant go on to a higher court. The rest give up and take their medicine.”
LAWRENCE M. FRIEDMAN
American Law. An Introduction. Revise and Updated Edition. New York. Norton, 1998 p.193

L’APPELLO
In America l’appello non è un diritto costituzionale e le corti superiori non devono motivare il loro rifiuto del certiorari. In appello non ci sono giurati, non si ascoltano testi e ci si limita a verificare il verbale del processo di merito. In appello non si deve dimostrare l’innocenza del condannato, ma che nel processo vi sono stati errori legali così gravi e numerosi tali che questo deve essere annullato. Le sei possibilità d’appello concesse a CF sono un’enormità per un caso non capitale, ma i punti posti all’attenzione delle varie corti: Diritti Miranda, Regola Williams, Double Jeopardy, Convenzione di Vienna, Speedy Trial, Conflitto d’Interessi, sono straordinariamente deboli e non hanno meritato nemmeno due righe di diniego.

LA SITUAZIONE ATTUALE
Il Dott. Imposimato e la Dott.ssa Bruzzone sono il collegio di difesa italiano di Forti, ma le controdeduzioni forensi arrivano con 12 anni di ritardo e sono procedural defaulted, mentre gli appelli alle norme internazionali sui diritti umani sono irrilevanti. (5)
La Dichiarazione Universale non si occupa del diritto d’appello mentre ne parla il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici il cui articolo 14.5 recita: “Ogni individuo condannato per un reato ha diritto a che l’accertamento della sua colpevolezza e la condanna siano riesaminati da un tribunale di seconda istanza in conformità della legge”. Ma questo non significa che vi sia l’obbligo di fare l’appello come invece è richiesto per i condannati a morte dalle Garanzie ECOSOC.
I confronti con altri casi, dal Cermis ad Amanda Knox, dalla Baraldini a Rocco Barnabei, mettono fuori strada perché ogni caso ha la sua storia e Pietro Venezia, che la Florida voleva condannare a morte, l’abbiamo invece processato in Italia dove sta scontando 23 anni per omicidio.
Per convincere una corte americana a riaprire il caso ci vorrebbe una newly discovered evidence che è come chiedere la luna nel pozzo, ma se anche la si trovasse questa nuova prova, nulla dimostra che il processo sarebbe annullato e che una nuova eventuale giuria riterrebbe Chico Forti non colpevole.
In attesa che gli amici di Forti si decidano una buona volta a informarci dettagliatamente sui fatti del processo e a pubblicare gli atti del processo, raccomando grandissima cautela nelle affermazioni e ricordo che Sacco e Vanzetti non sono mai stati riabilitati.

Dott. Claudio Giusti
Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel. 0543/401562 340/4872522
e-mail giusticlaudio@alice.it
http://www.astrangefruit.org/index.php/it/
http://www.astrangefruit.org/index.php/en/
http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm
Membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti, Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International ed è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty.

(1) American Gulag: termine iconoclasta usato anche da Lawrence Friedman per indicare l’immenso sistema carcerario americano che, con 2.400.000 detenuti e 800.000 guardie, costa 60 miliardi di dollari l’anno. Nel 2008 il sistema è aumentato di 1.000 detenuti la settimana per un totale superiore all’intera popolazione carceraria italiana. E’ composto di 5,069 prigioni, di cui 3,365 sono Local Jails, 1,558 State Facilities, 146 Federal Facilities, più 83 Indian Country Jails e 769 Youth Facilities.
Il paragone con il Gulag sovietico sembra essere particolarmente apprezzato:
“the black incarceration rate is nearly double the (…) rate at which citizens of the Soviet Union were confined to the gulag’s camps in Stalin’s last years”
William J. Stuntz “Law and Disorder, The case for a police surge.” The Weekly Standard 23 Feb 2009 http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/016/157ehmas.asp
“In truth, there are more black men in the grip of the criminal-justice system—in prison, on probation, or on parole—than were in slavery then. Over all, there are now more people under “correctional supervision” in America—more than six million—than were in the Gulag Archipelago under Stalin at its height.”
Adam Gopnik, The Caging of America, The New Yorker 30 Jan 2012
http://www.newyorker.com/arts/critics/atlarge/2012/01/30/120130crat_atlarge_gopnik
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 125 abitanti, con un tasso di detenzione di 800 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,4 milioni in prigione i 5 milioni che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.466 per centomila. Nessuno sa quanti siano in libertà su cauzione. Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i maschi neri si arriva a uno ogni nove. Con i 5 milioni in probation e parole siamo a un adulto ogni 31. Ogni 48 uomini in età lavorativa uno è in prigione, mentre il 2% degli americani e il 14% dei neri hanno perso il diritto di voto. 47 milioni di americani hanno precedenti penali, 13 milioni per felonies.
http://www.astrangefruit.org/index.php/it/risorse/725-american-gulag
(2) Gli ergastolani sono più di 140.000 (7.000 minorenni). 41.000 non hanno la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi 2.700 erano minori al momento del crimine (alcuni di 13 anni)
(3) Non ci sono innocenti nel braccio della morte
http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=275649&Q_PROG_ID=66
(4) Il principale teste d’accusa nel processo al governatore del Michigan Blagojevich non è stato chiamato a deporre e ha patteggiato una pena irrisoria.
(5) In proposito vale la pena ricordare che tutte le norme internazionali vietano nella maniera più esplicita la condanna a morte di minorenni e che invece gli Usa lo hanno fatto fino alla sentenza Roper del primo marzo 2005.

Link Chico Forti
http://www.chicoforti.com/
http://chicofortifree.blogspot.it/
http://chicofortifree.blogspot.it/p/rassegna-stampa.html
http://www.facebook.com/lucio.caltavituro?ref=stream
http://vidgrids.com/chico-forti-free

Time table
http://www.albaria.com/speciale_chicco_forti/storico.htm
elenco dei nomi
http://www.albaria.it/chicco_forti/legenda_nomi.htm
time table processuale
http://www2.miami-dadeclerk.com/cjis/CasePrinter.aspx?case=F99034759

Il caso Forti. Ombre e dubbi di un processo surreale A cura di Gianni Forti
http://agnesinapozzi.altervista.org/tag/il-caso-chico-forti-in-usa/
Chico Forti: un personaggio scomodo
http://www.albaria.it/chicco_forti/chico_personaggio_scomodo.htm
dal racconto di Lorenzo Matassa
http://www.albaria.com/speciale_chicco_forti/prologo.htm
L’incredibile storia di Chico Forti
http://www.albaria.it/chicco_forti/incredibile_storia/incredibile_storia_1.htm

http://www.albaria.it/chicco_forti/video_giallo1_forti.htm
http://www.albaria.com/speciale_chicco_forti/video_ppiano_rai3_forti.htm

La Repubblica 17 Giugno 2000
http://www.repubblica.it/online/mondo/forti/forti/forti.html

intervista al giudice Matassa
http://archivio.siciliainformazioni.com/cronaca/il-caso-forti-intervista-al-giudice-matassa/

Rete4

inchiesta TS telestudio

intervista Chico Forti su Jack TV

dichiarazione di CF

Interviste allo zio di CF
http://www.zonedombra.com/archivio/controinformazione/225-chico-forti-farnesina.html



Interventi della dottoressa Bruzzone



intervento Avv. Imposimato

http://it-it.facebook.com/media/set/?set=a.10151589443110724.854200.230015650723&type=3

Intervista TG5 a Anthony Pike
http://www.telly.com/0K0KV
http://www.telly.com/IARGW?fromtwitvid=1

interventi di Fiorello

TG5

http://www.telly.com/RUQMI?fromtwitvid=1

TG1
http://twitpic.com/9ui62o

mattino 5

interventi amiche di CF




http://www.video.mediaset.it/video/tg5/servizio/312733/leonesse-per-chico-forti.html
http://www.telly.com/FSQDY?fromtwitvid=1

Varie






Il sorriso della medusa
http://www.albaria.it/chicco_forti/video_versace_ita.htm




links dubbiosi
http://www.giornalettismo.com/archives/404697/chico-forti-il-caso-e-le-bugie-dei-media-italiani/
http://www.giornalettismo.com/archives/421207/chico-forti-il-caso-complottismo/

Articoli di Claudio Giusti
http://www.osservatoriosullalegalita.org/12/acom/06giu1/0909giustipenam.htm
http://www.osservatoriosullalegalita.org/12/acom/07lug2/2023giustipenam.htm
http://byebyeunclesam.wordpress.com/2012/07/30/sul-caso-chico-forti-e-lamerican-gulag/

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