Il Calabrescia pensiero

Archive for dicembre 2011

Da una discussione nata attorno a uno scatch di Crozza sul Papa.

 

E’ molto facile farsi belli scimmiottando il Sommo Pontefice e una religione dopotutto innocua per cavalcare l’onda del populismo. E’ infatti ingenuo credere che un comico non cerchi di cavalcare il sentimento popolare al fine di aumentare il proprio personale consenso, l’apprezzamento del popolo bove. Molto facile. Così come è facile e abbastanza meschino cercare di addossare alla Chiesa, che pure di difetti ne ha, colpe generalizzate. Esempio? Lo scandalo (vergognoso e vomitevole) dei preti pedofili: da quando è esploso, giù tutti a dire con sarcasmo che le cariche vaticane, forse, prevedono il requisito della perversione sessuale per essere ricoperte.

Se vogliamo perorare la causa della civiltà anche attraverso la risata (se vogliamo, perché no, perorare un’idea laicista di vita) allora non fermiamoci così odiosamente sul Papa e sulla Chiesa. Su u Papa in particolare tra l’altro, perché Giovanni Paolo II, per esempio, è da tutti ricordato come una sorta di santo, mentre anche lui, come i suoi predecessori, ha coperto -per dirne una!- il gravissimo documento “Crimen sollicitationis”. Però lui era tanto buono. Dove sta la logica? Forse era malatissimo, biascicava più che parlare, e quindi non poteva star lì a far tanti discorsi che potessero politicamente dar fastidio?

Ratzinger?
Dalla falsa accusa di sostegno al regime nazista, al considerarlo capro espiatorio di 2000 anni di errori religiosi sparsi qua e là, fino a spingersi a cose assurde quali l’accusarlo di essere liberticida: liberticida non è chi ti consiglia di fare/non fare qualcosa, ma chi ti impone con la forza il proprio volere. Magari sparandoti salate sanzioni se non chini la testolina. Il Papa parla, parla tanto, esprime il proprio pensiero anche in vicende che riguardano leggi italiane e, generalmente, leggi di ogni Paese del mondo. E parla esprimendo giudizi del tipo “questa tale legge vi consentirebbe di far questo e quello (abortire, uccidere legalmente, drogarsi…) sappiate che da un buon cristiano, queste cose, non devono essere fatte.” Punto. Nessun obbligo, nessuna pretesa di abrogazione di leggi altrui. Semplice indirizzo dei fedeli. Che non si discosta da qualsiasi indirizzo dato da qualsiasi politico a qualsiasi popolo della terra. Anzi, in questo caso i fedeli possono fare quello che vogliono, senza incappare in sanzioni da parte della Chiesa.

Mi chiedo: se di lotta di civiltà e laicismo si tratta, perché solo il Papa? Perché solo la Chiesa? Perché questi comici guardano solo al cristianesimo? Perché non l’islamismo? Perché non -e soprattutto, visti gli avvenimenti degli ultimi anni- il satanismo? Perché (ma questo più per la civiltà che per il laicismo) non parlare -anche attraverso il sarcasmo, visto che son tanto bravi- della condizione di assoluta sottomissione femminile nelle culture islamiche più radicali?

Forse il fatto che un Papa CONSIGLI (non comandi, consigli) di non abortire è più grave di una moglie islamica che viene quotidianamente e pesantemente sottomessa dal marito, con la benedizione dei “ministri di Allah” che anzi incitano la cosa?

Forse il fatto che un Papa ritenga peccaminosa la convivenza more uxorio al di fuori del matrimonio è più grave di certi episodi di satanismo nei quali bambini, donne, giovani e chi più ne ha più ne metta vengono seviziati, ammazzati, violentati? E non sto certo parlando a cazzo, leggetevi qualche episodio di cronaca nera.

Forse no, non è più grave.

Forse è solo politicamente più utile indirizzare il popolo a pensarla così.

Così come, un mesetto fa, era utile far credere al popolo che caduto Berlusconi saremmo stati tutti meglio, vada via quel vecchio sporcaccione.

Venitemi pure a dire, ora, che sono un caprone schiavo dei preti e dei berlusconisti. Sarò felice di rispondervi che siete schiavi, a vostra volta, di un insieme di persone che vi fanno credere di parlare come uomini liberi, sparando contro questo e contro quello, per poi farvi comunque fare e dire ciò che vogliono che diciate o facciate.

Siate felici, Silvio è caduto, pagherete un mille euro in più di tasse ogni anno e (mi rivolgo ai lavoratori, astenendomi da qualsiasi giudizio di merito sul punto) vi abrogheranno l’art. 18 dello Statuto, cose che se le avesse fatte Silvio apriti oh cielo, ma voi siate felici, oh alfieri della libertà di pensiero. Oh dotti. Oh colti.

Io sarò felice di restare uno schiavo caprone. Almeno ne ho la consapevolezza.

Sì, ho iniziato il mio praticantato notarile. Sì, sto prendendo confidenza con i tipici dispositivi da ufficio. Uno pensa che siano due cazzate: un telefono, un fax, un computer, una stampante. In effetti è così. Ma prova a usarli, se ci riesci.

Quanto segue è un ritratto dell’ufficio medio italiano.

La prima cosa che colpisce il novizio, il novellino degli ambienti ufficiali, ufficiosi, da ufficio insomma, sono LE CARAMELLE DI RAPPRESENTANZA.

Tu entri e vedi ‘sto gran contenitore di cristallo, pieno di caramelle coloratissime. L’occhio è appagato, ti viene la strampalata idea di mangiarne una. Vieni fermato, placcato simultaneamente dalla segretaria, dalla donna delle pulizie e da un cliente passato da lì per caso. Solo dopo mesi leggerai la cartina di una delle caramelle, la data di scadenza è “ottobre ’15”.

Si intende 1915. Era una partita di caramelle da imbarcare sul Titanic. Un lusso, oggettistica d’antiquariato. Vabbè.

Poi c’è il fax. La gente sta tanto a rompere le palle con la storia del disboscamento della foresta amazzonica e nel 2011 siamo ancora qui a smanettare coi fax. Usare le mail no, troppo semplice. Tant’è. Il problema è che i fax, in tutto il mondo, sono progettati da scimmie urlatrici brasiliane e montati da operai cinesi sulle sponde del Fiume Giallo.

Tu pensi che servano ad avere direttamente la stampata di un documento segretissimo e da proteggere a costo della vita. Fremi nel sentire la macchinetta che si avvia, pregusti il momento in cui qualche tizio in ufficio ti chiederà “Cosa è arrivato?” e tu, con piglio alla Salvo Sottile “Sono informazioni riservate.”

Passerai invece le tue giornate con il macinino che si avvia ogni 75 secondi. Il messaggio è “dlafnwnfinqòrenfaconfoaxxxxx”.

No, non è un codice segreto. Oddio, magari lo è, ma la dicitura “error” fa poco sperare.

La stampante. Ecco, quella funziona, sono io che non funziono. Tipo di foglio, lo vuoi grande, lo vuoi piccolo, lo vuoi fronte-retro, lo rimpicciolisci, lo ingrandisci… se mi azzardo a fotocopiare un assegno, mi esce una riproduzione in scala 10000000:1. Ci si possono tappezzare le pareti di tutto lo stabile. Meglio, risparmiamo, c’è crisi, gli imbianchini costano. Che poi fa chic quel cifrone indicato nell’importo. Fa tanto upper class. Oppure ti escono tanti fogliettini grandi come francobolli: dall’altra stanza giunge una voce. “Alberto, tutto ok?”. Cerchi di rispondere sicuro mentre stai spalando coriandoli fuori dalla finestra e la fotocopiatrice inizia a sciogliersi. “A meraviglia, adesso arrivo”.

La macchinetta del caffè: l’unica cosa che funziona come nel resto del mondo e, come nel resto del mondo, ti concede un momento di umanità.

Ma la cosa più bella è IL TELEFONO.

Tu, a casa, sei abituato a vedere una scatola con i tasti. Se squilla rispondi, pronto? Se vuoi chiamare alzi la cornetta, componi il numero e attendi.

In ufficio NO.

Il telefono ha 455 tasti. Chiamare è il procedimento relativamente più semplice. L’unica scomodità è la cifra da digitare prima del numero da chiamare. Funziona così. Chiami la segretaria, e le fai indossare un corpetto salvagente. Abbassi il periscopio. Ti sistemi i gradi sulla giacca. Le chiedi di andare in cassaforte a prendere la cifra, il codice di autenticazione. Chiedi al marconista quale sia la cifra comunicata direttamente dal Ministero della Difesa. La fai rileggere alla segretaria. Codice autenticato. Chiami l’ufficiale in seconda, inserisci la tua e la sua chiave di lancio nel telefono. Le giri in contemporanea. Sei sudato. Guardi il tuo equipaggio.

“Signori, sapete tutti cosa può derivare da questa azione. Dobbiamo farlo. Mi assumo ogni responsabilità. E che Dio ci aiuti.”

Premi il bottone rosso e componi la cifra.

 

 

 

Occupato. Lo dicevo che il commercialista c’ha la parlantina pesante.

Parte un fanculo generale indirizzato al telefono. Sono i rischi del mestiere.

Ma il bello viene quando devi rispondere a una chiamata (cosa che ho rinunciato a fare). Dio benedica chi lo fa al posto mio. Rispondi. Già lì devi ricordare, a memoria e in un decimo di secondo, con quale cliente stai parlando, la sua pratica, tutte le cifre, tutte le carte, gli dici che manca (su un totale di quindicimila) UNA marca da bollo, come sta la famiglia? E i figli? Oh, stupenda la nuova nuance dei capelli di sua moglie. Adoro il ROSSO CINABRO.

Poi ovviamente devi passare la parola a chi di dovere: non è che tutti quelli che chiamano vogliono per forza parlare con te. A casa, solitamente, copri la cornetta con la mano e GINOOOOOOOOOOOO VIENI CHE C’è IL FALEGNAMEEEEEEEEEEEEEE.

In ufficio no. C’è un apposito tasto che mette in attesa il tizio, a te cade la linea, componi il numero interno, risponde il vero destinatario della chiamata, dai il nominativo del tizio che ha chiamato, dirotti la chiamata sul telefono del vero destinatario.

L’ultima volta che ho provato, ho dirottato per sbaglio un aereo dell’American Airlines. Fortuna siamo assicurati.

Le linee interne, dicevo. A casa la gente parla a quattr’occhi. In ufficio no. Sei nella stanza a fianco? Sei a più di quaranta centimetri dal tuo interlocutore? Tranquillo, in ufficio ci sono seimila telefoni tutti tra loro collegati con la linea interna. Fai un numerino e tak, squilla il telefono nella stanza a fianco. Ne fai un altro e tak, squilla il telefono alla scrivania a fianco. Ne fai un altro ancora e tak, squilla il telefono sotto alla tazza del cesso. Il denaro non dorme mai, figurati se va a far pipì.

E così entri in un mondo parallelo nel quale guardi la persona con cui parli, ma comunichi attraverso la cornetta. Cioè, ne senti perfettamente anche la voce naturale, ma usare il telefono è maledettamente PRO.

L’ultima volta che ho usato la linea interna ho sbagliato numero e ho fatto partire l’operazione Odyssey Dawn. Gheddafi mi ha tenuto il broncio per mesi.

Eh, insomma, un errore può capitare.

Anche quando l’han preso, se ascoltate bene l’audio dei filmati, in sottofondo si sente un “Lui e quel suo strafottuto telefono.”

Esagerato.

Ho già scritto riguardo al delitto di via Poma, lo linko qui sotto.

Precedente articolo sul delitto di via Poma

Non intendo ripetere la vicenda, che peraltro è straconosciuta. Però, in corrispondenza del procedimento d’Appello a Raniero Busco (l’ex fidanzato della vittima), vorrei fare alcune precisazioni.

Si è deciso di riesaminare, oltre al reggiseno e al corpetto della vittima, anche la questione del morso sul seno. Ho già espresso le mie riserve sulla rilevanza della presenza del DNA di Raniero sul vestiario di Simonetta, insomma, tra fidanzati è abbastanza normale che ci si tocchi, si abbiano contatti fisici, è normale che sul vestiario di due persone intime possano rimanere cellule dell’altro.

Una cosa però -secondo me, che non sono nessuno- potrebbe essere risolutiva. Le tracce di DNA su corpetto e reggiseno sono, a mio parere, ridicole: non è assolutamente certo che Simonetta lavasse il proprio intimo dopo ogni utilizzo, e quindi è più che possibile che quelle tracce siano state lasciate, per esempio, da un incontro amoroso risalente al giorno prima del delitto, e lì rimaste semplicemente per un mancato passaggio in lavatrice della biancheria intima. Non siamo mica tutti Mastro Lindo, dopotutto.

Il morso sul seno può -poteva?- essere decisamente più rivelatore. Non contesto la sua provenienza, ammettiamo che sia proprio di Busco, anche perché (vogliamo essere sinceri, santo Iddio?) non è poi così fuori dal mondo che in un momento particolarmente caldo ci possa stare una sana mozzicata al partner. Magari non è così frequente, ma c’è gente che per eccitarsi si fa strozzare, gente che si fa frustare, gente che… devo continuare?

Quel morso non è necessariamente da considerarsi contestuale all’omicidio. A meno che…

a meno che non ci siano tracce di DNA nella zona del morso stesso. Infatti, se le tracce di un incontro amoroso possono restare sugli indumenti anche per giorni (a patto che questi non vengano lavati, chiaramente) è difficile che tracce biologiche -in questo caso, saliva- rimangano su un corpo umano vivo per più di una giornata. Uno si lava, si ripulisce. Anche se non si lavasse è difficile credere che una traccia di saliva sul petto rimanga lì e non venga asportata anche solo dal semplice strofinio dei vestiti.

Morale della favola: il morso è di Raniero, e siam tutti d’accordo. Il punto è: nella zona del morso, ci sono tracce di saliva di Raniero? Se sì, allora è probabilissimo, quasi certo, che quel morso sia contestuale all’omicidio. E che quindi l’assassino sia lui. Se no, semplicemente, può essere un segno risalente, che so, al giorno precedente l’omicidio. Né più né meno quanto le tracce di DNA trovate sull’intimo della vittima.

Personalmente resto convinto di una responsabilità da parte di Federico Valle: mancino (e la vittima è stata tramortita da un forte schiaffone sulla tempia destra, quindi da parte di un mancino), dalla personalità discutibile, ricollegabile -volendo- ad un omicidio nello stesso palazzo risalente a sei anni prima, ferito -secondo un testimone- alla mano nei giorni seguenti all’omicidio Cesaroni, introvabile dal 1993 (se non hai nulla da nascondere, da chi cazzo scappi?) ecc ecc ecc.

Lo vogliamo riesumare il corpo della Moscatelli per cercare DNA appartenente a una persona estranea (l’esame del DNA, già fantascientifico nel 1990, era ancora sconosciuto nel 1984), vogliamo verificare la presenza di DNA di Busco nella zona del morso ed eventualmente liberare il prima possibile questo poverocristo che -a mio parere- non c’entra nulla ed è stato condannato in base a elementi ridicoli? Vogliamo reindirizzare il tutto, nel caso, sulla strana figura del Valle?

Oppure i signori attendono una raccomandata A/R da parte di Federico nel quale si dica qualcosa tipo “Sìsì, sono stato io, mi trovo in Brasile, residente a, in via, numero civico, codice fiscale, VENITE A PRENDERMI CHE SON PENTITO.”?

Avete dato un occhio, ieri sera, al programma di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il week end”? Fiore è un cavallo di razza. Fa scompisciare come sempre.

C’è stato però, in una prima serata tanto gradevole, un momento di depressione acuta, terrificante. Ora, non proprio un momento, direi un 30-40 minuti. Non ho mai cambiato canale per studiare, per così dire, quanto la tristezza di un solo uomo possa mandare a farsi benedire tre ore di allegria e il lavoro di un esercito intero di comici e intrattenitori.

Sto parlando di Roberto Benigni, per il quale, ad essere onesto, non ho mai provato particolare simpatia.

Già era nell’aria la sensazione di svariate tonnellate di Prozac consumato da piddini ed ex “oppositori” al “regime” del vecchio comandante Berlusconi: caduto il vecchio capo costoro non trovano più una vera ragione d’essere. Che bello, prima, quando si poteva andare in tivvù sbraitando che SI DEVE DIMETTERE!!! e che LA DEMOCRAZIA è STUPRATA!!! e, anche, nei giorni di festa, RACCOGLIEREMO LE FIRME E ABROGHEREMO TUTTO!!!

Ci si sentiva utili.

Ora no. Ora questi uomini versano in un diffuso stato di melancolia; prendono atto di non aver mai sostanzialmente avuto altro da dire se non il dare addosso compulsivamente al fu presidente e accettano passivamente, sorridenti e a nude terga, i sacrifici (necessari, per carità) propinati dall’esecutivo Monti. Roba che se il Silvio avesse proposto una manovra che fosse stata un decimo di quella montiana avremmo visto Di Pietro incatenarsi nei pressi del Quirinale, la Bindi crocifiggersi sull’Aventino e Bersani fare harakiri al grido di “COSSSSTITUZIOOOONEEEEE!”.

Grillo, attraccando uno dei suoi fuoribordo, avrebbe urlato al cielo uno dei suoi più sentiti e puri “vaffanculo”.

Ecco: Benigni non è, ringraziando Iddio, un politico. E’ un comico che, ahilui, ha basato gran parte del suo repertorio su una sola persona. Il Silvio. Un po’ come quei fidanzatini che abbandonano tutti gli amici per passare le loro giornate a pomiciare. Il che può essere gratificante, all’inizio, salvo quando la relazione finisce e i malcapitati cadono in solitudine e depressione.

Questo stato d’animo era palpabile, ieri: un dieci minuti buoni a riempire il tempo con sporadici (e fintamente entusiasti) “Oh!!! Se n’è andato!!!” e a gigioneggiare con Fiorello, qualche minuto iniziale per cantare “Lo porti un bacione a Firenze” (per carità, bella canzone, ma che c’azzecca?), qualche minuto finale per cantare una sua canzone arcivecchia e, francamente, non divertente (volgarotta, piuttosto, di quella volgarità che non è che faccia sorridere… semplicemente… boh!) e un ampio spazio centrale nel quale tutto può riassumersi con il vecchio modo di dire “Quando c’era lui…”

Il nostro ha pure detto una cosa tipo “Di lui non parla più nessuno, ma io no”. Ecco, Robè, fatti due domande sul perché più nessuno parli del Cav. Non c’è più motivo di farlo.

Propongo di accordare a Roberto il prepensionamento: i contributi, semmai non li avesse maturati, li paghiamo noi. Facciamo una colletta. Forse non sarà necessario visti i suoi grassi compensi, ma si sa mai. Insomma, siam gente di buon cuore, soffriamo nel vedere un uomo arrancare su di un palco pur di guadagnarsi la pagnotta; siamo disposti a tirare ulteriormente la cinghia e sobbarcarci le spese del suo mantenimento da qui fino al momento fatale.

Oppure fate tornare Silvio: sarebbe una cura tonificante e antidepressiva non per il solo Benigni, ma per tutta una ex opposizione oramai ridotta agli antidepressivi, al consumo malsano e massiccio di Tavernello e ai ritrovi domenicali, tutti insieme, alle ACLI per giocare a scala quaranta.

Ah, quando c’era lui!

Questo il filmato della conferenza stampa nella quale il Governo ha esposto alla Nazione i provvedimenti da prendersi per via della crisi economica.

L’emotività non è peccato, ma in certe situazioni non si può cedere. Sei un ministro, stai presentando un provvedimento. Questo è il tuo lavoro. S’è mai visto un medico piangere mentre amputa un arto, o espianta un organo a un poverocristo? No. Questo perché il medico è consapevole di agire nell’interesse del paziente: o togliamo la mano necrotica, oppure ti parte il braccio. A quel punto, o tagliamo il braccio o crepa tutta la persona. Il medico potrà essere scosso, ma durante l’operazione (e soprattutto durante le dovute spiegazioni preliminari al paziente) dovrà mantenere contegno e freddezza. Non è colpa sua se la mano è andata. Anzi, attraverso l’operazione permetterà al paziente di sopravvivere. Ha la coscienza pulita.

I più arguti avranno, forse, intuito dove voglio arrivare.

Che la Fornero sia consapevolissima del fatto che le manovre in questione, in realtà, non sono poi così eque? Che la Fornero desiderasse una riforma diversa, nella quale più che aumentare le tasse (operazione per la quale, andiamo, non serve un professorissimo economista, ma un ragioniere neodiplomato) si sarebbe, invece, dovuto tagliare gli innumerevoli sprechi, riforma non raggiunta per interessi personali o di un Parlamento recalcitrante?

Il problema, tipicamente italiano, e che deriva da una Costituzione scritta in un periodo nel quale si aveva la fobia del potere in generale, è che qualsiasi istituzione dello Stato non ha un potere decisionale netto. Il Governo avrebbe potuto elaborare delle misure economiche eccezionali, meravigiose, per un valore (che so) di settanta miliardi di euro, nelle quali semplicemente si sforbiciava tutto l’inutile: una manovra del genere (come tutto ciò che dal Governo proviene) sarebbe poi passato tra le mani del Parlamento, che avrebbe prontamente emendato tutti quei passaggi nei quali, magari, si fosse parlato di abolizione dei vitalizi, delle Province, delle Regioni, delle Authority, di Parlamento monocamerale, numero di parlamentari dimezzato e via discorrendo.

La Fornero, con il suo pianto, ha involontariamente trasmesso al popolo italiano il suo vero giudizio rispetto a questa manovra. E il giudizio, se mi è concesso interpretare il suo pensiero, suona più o meno così:

“Signori, mi dispiace, qualche miliardo di euro lo caviamo, ma finché a un Governo di alto livello verrà associato a Parlamenti come il nostro, non caveremo mai un ragno dal buco. Avremmo voluto fare di più, avremmo voluto fare meglio, ma non abbiamo potuto. E ci siamo limitati a succhiare più sangue.”

Se hai un minimo di coscienza, in effetti, ti viene da piangere.

Piccolo inciso: Monti dice di aver rinunciato allo stipendio da Presidente del Consiglio e da Ministro ad interim, ma ha taciuto, ovviamente, di aver mantenuto lo stipendio da senatore a vita.

Gli altri ministri -Fornero inclusa- non hanno nemmeno chiesto che, quantomeno, lo stipendio gli venisse dimezzato. Che poi si vive bene lo stesso con una busta paga da “mezzo ministro”.

E qui, oltre al comprendere come la manovra fosse di molto migliorabile, capisci anche che forse si tratta di lacrime di coccodrillo.

Pensavi tu che, caduto Silvio, non ci sarebbero più state inutili e imbecilli polemiche campate per aria, tanto per fare un po’ di casino contro il governo (oramai l’ex governo), magari condendo il tutto con un pizzico di antipolitica?

ILLUSO.

L’uomo di sinistra, caduto Silvio, è orfano. Non sa più contro chi sparare. O meglio, non l’uomo di sinistra in generale; solo i sedicenti intellettuali e i caproni da osteria, quelli che provano un piacere quasi sessuale nello sparare a zero contro il politico di turno. Gli uni con fare dotto, gli altri tra un Tavernello e l’altro.

Oggetto del nuovo tormentone tra le fila dei sinistri è un articolo comparso sul quotidiano Libero, dal titolo certamente infelice, ma dal contenuto chiarissimo. Sarebbe stato eccessivo pretendere che il sinistro medio si mettesse a leggere il testo: letto il titolo, il sinistro si lancia subito in una compulsiva invettiva (che bello, che goduria, che soddisfazione!!!) contro i soliti destri caproni.

Ed ecco che inizia il papello nel quale il sinistro si fa portavoce di una classe colta e attenta, in netto contrasto con i beceri elettori destri, fino a ieri schiavi di Silvio, rozzi e pronti a schiavizzare le mogli. Riducendole a elettrodomestici ignoranti adatti a sfornar pargoli per rinfoltire la razza italica.

Se solo questi sinistri fossero veri intellettuali, magari, avrebbero letto tutto l’articolo. E avrebbero capito che il giornalista riportava -semplicemente e sarcasticamente- una ricerca statunitense per la quale le donne meno scolarizzate sfornerebbero, in media, più figli delle laureate in carriera. Terminando il suo articolo con un chiarissimo

“Così dicono i numeri: non prendetevela con me.”

Insomma, la solita lamentela sinistra, di come non se ne sentivano da quasi due settimane.

Ecco il testo dell’articolo di libero: giudica tu L’articolo “incriminato”

Questi i fatti. Ora mi permetto una piccola considerazione personale, che rivolgo a tutti coloro che si sono stracciati le vesti e a tutte le suffragette del nuovo millennio: ma è poi così stupido dire che (mediamente) una donna laureata e in carriera -che so, avvocato, economista, giornalista giramondo- che si sfonda di lavoro possa avere una minore propensione a far figli rispetto a una (per esempio) casalinga con la terza media?

Signori, per crescere un figlio ci vuole tempo, fatica e dedizione.

Non è una bestemmia dire che una donna con la possibilità di avere più tempo a disposizione possa avere un desiderio di maternità più grande rispetto a una donna che, per incombenze lavorative, vede la maternità come una situazione ingestibile e quindi poco allettante.

Vogliamo essere razionali o abbandonarci alla solita lamentela marcescente?

Io sono razionale.

E tu?

 

Gira voce (che non ho voglia nemmeno di verificare) che in Olanda, in un certo centro ricerche chiamato “Erasmus Medical Center”, un virologo di nome Ron Fouchier abbia modificato il virus H5N1 (aviaria) per renderlo un virus potenzialmente incurabile e letale per tutto il genere umano.

Ammettiamo che sia tutto vero, e intervistiamo il dr. Fouchier.

Buongiorno, dottore.

Muhahahahahah.

Eheheheh… uhuhuhuh… diiiica…

Ssssì. No beh, ci dica della sua scoperta…

CI SONO RIUSCITO, RIUSCITO, RIUSCITO, RIUSCITO!

Lo sappiamo. Entri nel dettaglio, la prego.

Allora, ho preso questo piccolo bastardo, no? Poi tak!!!

Poi cosa?

Tak!!

Ha fatto una TAC al virus?

Ma quale TAC, tak, l’ho modificato!

Ah. E come?

Non lo so. Cioè, non è che mò ci mettiamo qui a fare i fighetti… ha mai letto della scoperta della penicillina, o della procedura di colorazione di Gram? Ecco, quindi…

Perché, come…

Legga, legga, vada a vedere quello zozzone di Fleming, tacci sua.

Vabbè. Quindi è successo qualcosa che ha modificato il virus.

Successo qualcosa un par di palle. IO ho fatto succedere qualcosa, non è che è successo. Eh. Mi son messo lì, no? Ho guardato Harry Potter e mi sono ispirato.

ALOH MORA!!!

Mi pare giusto. Senta, e che differenza c’è tra il virus iniziale e quello modificato?

Oh beh, quello che ho fatto io non ha una cura e ci può sterminare tutti.

Ah. Roba forte. E qual è l’utilità?

Non lo so.

Non lo sa?

No.

Quindi ora che si fa?

Spacco tutto, brucio tutto. Se questo esce ci secca tutti all’istante. Sa come?

No dottore, mi illumini.

In pratica, no? Lui entra, il piccolo bastardo, e ti fa cacare i polmoni. Il cuore scoppia. I bulbi oculari schioppano. Il cervello diventa un patè. La cosa veramente insolita è che il soggetto vive finché tutto il procedimento non è completo. Cioè, sei ancora vivo dopo aver defecato i tuoi polmoni. Questo è PRO.

Porca miseria, è terribile…

E’ MERAVIGLIOSO…

Dottore, stia attento con quella provetta…

GINO!!! CIAPA, CIAPA AL VOLO!!! (Gino afferra al volo la provetta in vetro con il virus all’interno. Poi torna a bere il thè col Cappellaio)

Dottore, in nome di Dio…

Preso spavento, ah? Muahahahah.

Nono, ora mi riprendo… senta… il suo viso non è nuovo… lei è mica parente…

Sìsì, sono parente dell’architetto.

Il cugino architetto del dottor Fouchier.


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