Il Calabrescia pensiero

Archive for aprile 2012

 Come promesso, pubblicherò le testimonianze dirette di alcuni amici e amiche aquilani, per dar loro voce e farvi comprendere la loro situazione e i loro pensieri dopo quella notte che, per via del terremoto, li ha obbligati a cambiare radicalmente la loro vita. I pezzi non sono in alcun modo censurati o modificati da me.

Quando mi sarà permesso dal diretto interessato, pubblicherò anche il contatto dell’autore in modo tale che chiunque lo desideri lo possa contattare, per qualsiasi motivo.

In questo caso, il contatto (facebook) dell’autrice del pezzo è https://www.facebook.com/sara.aquila

“Gridarono tutti insieme:

Facciamo una città così bella

che nessun’altra nel regno

le si possa paragonare!”

(Buccio di Ranallo

Cronache della fondazione dell’Aquila)

Voglio raccontarvi una storia che risale al 1254, una storia fatta da 99 principi, 99 castelli, 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane.

È la storia della mia città, L’Aquila, ed io voglio raccontarvela come nessuno ha mai fatto dopo la notte del 6 Aprile 2009.

Quando arrivavi la mattina per andare all’università, c’erano la fontana luminosa e il forte spagnolo a darti il buongiorno, col Gran Sasso innevato sullo sfondo; caffè veloce lungo il corso e poi a Via Verdi, accanto al teatro e alla chiesa di S. Bernardino, a seguire le lezioni o a dare qualche esame. A pranzo, pizza alla Perla Nera, caffè all’Arcobaleno da Paola e Armando, magari anche una capatina alla biblioteca comunale, con quel silenzio quasi sacro, che ti dispiaceva rompere strusciando una sedia o facendo cadere una penna!

Quando uscivi dalla biblioteca era già buio.. un salto al Boss per un bicchiere di vino con gli amici e di nuovo a Piazza Palazzo.. se quella piazza potesse parlare, ne racconterebbe di cose!!

Questa era una mia giornata tipo, prima di quella notte.. e si, magari alla fine era noioso, magari tutti saremmo andati via di li una volta trovato un lavoro, per tornare a malapena nei weekend a trovare i nostri genitori..

Poi, però, è arrivata quella notte: 22 secondi che spazzano via 309 vite, 22 secondi in cui io non facevo che pensare “ok, sto per morire, è finita qua!”.

Una notte di polvere, lacrime e sangue, di feriti, dispersi, telefoni che non funzionavano, di te che guardavi la tua casa, ignaro che non ci avresti mai più messo piede, che la guardavi come si guarda un mostro, senza riuscire a spiegarti come, cosa e, soprattutto, perchè.

È arrivato anche il sole dopo quella notte, come uno schiaffo, come a dirti “guarda, coglione, inutile che speri, non c’è più nulla in piedi!”

Ed è così che sono andate e vanno tutt’ora le cose!

Spenti i riflettori sull’emergenza, più mediatica e politica che umanitaria, passato il G8 con le gente nelle tende e i politici comodi negli appartamenti (arredati di tutto punto per l’occasione!) della Guardia di Finanza, passate le porcate della Protezione Civile e dei militari che fanno i padroni a casa degli altri, non è rimasto nulla!!

Montagne di scartoffie, una ricostruzione mai partita, casi antisismiche puntellate (!!!) dopo le ultime nevicate, case sventrate in centro storico, paesi interi ridotti a cumuli di macerie, un silenzio spettrale, rotto ogni tanto da qualche tonfo di muri e travi di legno che ancora continuano a cadere.

Ma non solo! La morte ha colpito i nostri parenti ed amici, le nostre case e le nostre abitudini, ma anche la nostra economia; ormai a L’Aquila o ti accontenti di un contratto a progetto in un call center o te ne vai!

Io sono andata via, dopo quasi 3 anni, ho resistito più che potevo.. è una lotta tremenda tra mente e cuore e, se vuoi sopravvivere, deve vincere la mente.

A L’Aquila ancora si muore! Dopo il terremoto ci siamo ammalati, siamo entrati in depressione, siamo morti di crepacuore..

Il cuore è in frantumi, la mente è in frantumi, l’aquilano è alienato, senza più abitudini, luoghi, semplici sorrisi;

l’aquilano è ancora in esilio sulla costa, perchè le case antisismiche del governo Berlusconi non sono bastate per tutti;

l’aquilano paga il mutuo su cumuli di macerie;

l’aquilano è stato manganellato solo perchè chiedeva una casa, senza colori politici, senza violenza alcuna;

l’aquilano è accusato di essere “piagnone”, di lamentarsi, di pensare che tutto gli è dovuto;

l’aquilano è abbandonato dalle istituzioni e dalla voglia di lottare e farsi valere.. e così si accontenta di un bar che riapre in un palazzo inagibile, di poter fare il “tour degli orrori” per le vie del centro storico riaperte al pubblico, ma deserte e silenziose. Si accontenta per paura di altri rifiuti, per pigrizia, per indolenza, per rassegnazione..

Io avevo 22 anni quando è successo e mi lacera sapere che non rivedrò mai più i posti che amavo, che sono talmente sfiduciata da non riuscire nemmeno a pensare che riuscirò a farli vedere ai miei figli!

Gli italiani non sanno.. sanno solo quello che politici e media hanno decretato come “giusto da sapere” ed io mi metto a completa disposizione di chiunque volesse approfondire, interessarsi alla questione, anche nei suoi lati più macabri, disgustosi, senza porre censura alcuna.

Sono giovane e innamorata di ogni singolo sassolino di quella città, voglio vederla rinascere, voglio farla conoscere a voi, come l’ho conosciuta io: meravigliosa e pulsante di vita, gioiello dell’architettura e mio unico rifugio sicuro.

Informatevi, manifestate con noi, raccogliete fondi, qualsiasi cosa.. ma fatelo!

Non solo per noi, ma soprattutto per una ripresa delle redini della situazione, per far capire ai nostri politici da “quattro soldi” cosa vuol dire POPOLO SOVRANO, per ricordarci che ogni popolo ha il governo che merita e che noi potremmo avere molto di più, soprattutto da noi stessi.

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A FINE TESTO, L’INNO “NEARER, MY GOD, TO THEE”, ULTIMO BRANO SUONATO DALL’ORCHESTRA DEL TITANIC

Volente o nolente, in questi giorni ti ci fanno pensare. Una tragedia di un secolo fa, situazioni umane che valgono per sempre. Anche oggi.

No, non voglio raccontare della tragedia del Titanic, credo che già la conosciate, e comunque un documentario può raccontare tutto molto meglio di come possa farlo io. Per una versione romanzata dei fatti c’è pure uno dei migliori kolossal moderni di Holliwood, il famoso film di James Cameron del 1997.

Voglio ricordare solo un particolare di quella vicenda: mentre era chiaro a tutti come la cosa sarebbe andata a finire, e cioè che si stava andando a fondo e che non c’erano scialuppe di salvataggio per tutti, alcune persone hanno scelto di sacrificarsi per aiutarne altre.

Ed è stato un sacrificio non imposto: si poteva cercare una scialuppa con le unghie e con i denti, un modo per salvarsi lo si poteva trovare. E non era nemmeno un sacrificio sostanziale: nessuno aveva, in realtà, il potere di salvare una sola vita che fosse una.

Era un sacrificio che, in quelle spietate circostanze, serviva semmai ad aiutare coloro che sicuramente sarebbero stati obbligati a restare a bordo e morire, a farlo in un’atmosfera che onorasse il trapasso di un essere umano.

Ed è così che otto uomini, George Krins, Roger Bricoux, W. Theodore Brailley, J. Wesley Woodward, P.C. Taylor, J.F.C. Clarke, John Law Hume, diretti da Wallace Henry Hartley, hanno scelto di restare a bordo e suonare. Fino a portarsi sul ponte, davanti alle scialuppe, suonando mentre altri si imbarcavano verso la salvezza davanti ai loro occhi.

Un disastro iniziato con una percezione distorta delle capacità umane da parte di progettisti e responsabili, che consideravano quell’opera umana come “inaffondabile”, fino a spingersi a dire che “Nemmeno Dio potrebbe far affondare questa nave”.

Un disastro finito con degli eroi (ricordiamo che oltre all’orchestra, certamente, ci furono atti di eroismo meno conosciuti) che, consapevoli della loro piccolezza, sceglievano di accompagnare altre persone verso la fine nel modo migliore che conoscessero: facendo il loro dovere. E sapendo di dover condividere con loro la stessa sorte.

E lo facevano suonando, come ultimo brano, “Nearer, my God, to thee” (Più vicino a te, mio Dio), un inno che, siate voi credenti o meno, simboleggia in quelle circostanze la presa di coscienza da parte dell’uomo della propria debolezza davanti a quel Dio che si riteneva incapace di eguagliare un’opera umana, o, se preferite, della propria debolezza davanti alla natura.

Anche oggi siamo in difficoltà. C’è una grave crisi che sta mettendo in ginocchio mezzo mondo. Anche in Italia ne stiamo risentendo. Nessuno di noi singoli cittadini italiani ha il potere di cambiare le cose: il timone sta nelle mani di altri, noi non abbiamo voce diretta in capitolo. Eleggiamo persone, votiamo, è vero, ma poi sono quelle persone a dover manovrare. Noi, singoli, non valiamo niente.

Ma l’eroe non è sempre quello che salva tutti, non è sempre il tizio dall’aspetto scultoreo che ammazza tutti i cattivi e riporta la pace. Eroe è anche quello che, senza clamore, fa qualcosa, per quanto piccola, per il prossimo. E state certi che la somma di questi tanti piccoli “eroi silenziosi” può portare veramente a risultati grandiosi.

La storia dovrebbe insegnare: quelli di noi che hanno particolari competenze, o anche un cuore sufficientemente grande da concepire il privarsi di qualcosa per darlo agli altri, lo faccia. Sento in ogni dove solo gente che incolpa il comandante (I comandantI) di questa nave Italia per averla portata a schiantarsi contro chissà cosa: ci si siede, si piange, si incolpano persone che certamente sono responsabili, si annaspa cercando la propria salvezza. Quanti scelgono di gestire, con un piccolo gesto, la situazione?

Italiani, e popoli che in questo momento stanno vivendo situazioni terrificanti per via di questa crisi: chi di noi può farlo prenda un violino e suoni per tutti quelli che, anche volendo, non possono essere salvati. Chi di noi è in grado di farlo, cerchi, con attrezzi di fortuna, di costruire delle rudimentali scialuppe per rimediare all’errore di quei progettisti che, per decenni, hanno pensato che le navi-nazione non potessero affondare. E faccia salire delle persone.

E chi sopravviverà, impari che l’essere umano non ha mai, in nessun campo, né ingegneristico né economico, la capacità di costruire cose inaffondabili.

Non bisogna essere Rambo, per essere eroi.


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