Il Calabrescia pensiero

Archive for giugno 2012

La faccio breve: sto sentendo decine e decine di persone fare questo tipo di ragionamento: “C’è la crisi, l’euro vale come carta igienica usata, e noi siamo tutti emozionati per una partita di calcio. Bel popolo di imbecilli.”

Avete ragione, una partita di calcio è una partita di calcio. Non risolve niente. Non influisce sulla stabilità dell’euro. Dovessimo anche vincere gli europei, saremmo sempre qui a fare i conti con la crisi, il lavoro che manca, i terremoti, la criminalità che ammazza bambine davanti alle scuole.

Ma noi siamo esseri umani. Quante volte abbiamo urlato contro il gelido pragmatismo mariomontiano! Lui, il montimario, ragiona proprio così: c’è da fare questo e quello, non badiamo al superfluo, avanti andare, viaviavia! Poi magari sbaglia e ci troviamo “sull’orlo del cratere” più di prima, ma l’intenzione c’era. L’intenzione di andare avanti solo con quanto può essere ritenuto utile. Come macchine.

Non a caso la satira lo dipinge come se fosse un robot. Maurizio Crozza docet.

Lo so bene che è solo una partita. Lo so che anche se dovessimo vincere settanta a zero (per citare un vecchio film di Fantozzi: “Aveva segnato anche Zoff… DI TESTA!!!”) noi resteremmo noi, con tutta la nostra politica spendacciona e il nostro popolo in difficoltà, e i tedeschi resterebbero i tedeschi, con un debito pubblico più alto del nostro ma anche un’economia talmente forte da permettergli di sbattersene allegramente la ciolla.

Ma sono un essere umano, ho bisogno -e anche voi- anche di cose inutili. Ho bisogno, anche nei momenti più neri, di staccare il cervello e svagarmi un pochino. Non tanto, non sempre, ma 90 minuti -oddio, anche 120, se nel caso concedetemi anche i rigori- datemeli.

E dateli anche a tutti quegli italiani che stanno subendo per davvero la crisi sulla loro pellaccia, e si trovano licenziati, con mogli, figli, un mutuo e chissà Dio quali altre difficoltà. Queste persone non hanno bisogno di discorsi mariomontiani del tipo “povero buzzurro, cosa ti ecciti a fare, non lo sai che il calcio non serve a niente?”

Queste persone hanno bisogno di 90 minuti da condividere con tanti altri italiani come loro, in difficoltà, ma pronti a rimboccarsi le maniche ogni giorno.

Io non ero ancora nato, ma ho visto i filmati dell’allora Presidente della Repubblica Pertini -dico, Presidente della Repubblica, mica un operaio cassintegrato qualunque- ai mondiali del 1982. Era allo stadio a seguire la sua nazionale, e come si divertiva! E come tifava! E al ritorno, chi non ha mai visto il celeberrimo video dove Pertini -ripeto, Presidente della Repubblica- giocava a carte con l’allenatore Bearzot, di ritorno dai mondiali, dopo averli stravinti?

Un Presidente della Repubblica che segue i mondiali, si potrebbe obiettare, costa. Serve un volo che lo porti allo stadio, la sicurezza, certamente i servizi segreti che nei mesi precedenti hanno scandagliato ogni centimetro attorno al campo, che magari hanno ascoltato ore e ore di intercettazioni con i colleghi stranieri per garantire l’incolumità di un Capo di Stato.

Ma che emozione devono aver provato tutti gli italiani, nel vedere un Presidente della Repubblica comportarsi come loro. Un uomo. Gli mancava solo la famosa birrona gelata.

Il rigore e la razionalità sono buoni e giusti, ma ricordiamoci che siamo esseri umani, non calcolatrici.

E a proposito di rigore, quanto lirismo ci sarebbe nello sconfiggere -in una inutile (ma così sana!) partita di calcio- i tedeschi proprio… ai calci di rigore? Aaaah, che magra, inutile, ma così umana soddisfazione, che sarcasmo, battere i tedeschi mentre ce la si gioca su quel sostantivo maschile singolare che loro ci sbattono davanti agli occhi ogni minuto che passa, seppur in campo economico.

Cari tedeschi, il rigore ve lo insegnamo noi, per una volta.

Tra una birra, un frittatone di cipolle, una bandiera enorme e un tifo condiviso con decine di persone al bar del paese, che per quella sera vedi come se fossero tuoi familiari.

E’ solo una partita, dicevano!

Il giudice tutelare del Tribunale di Spoleto, in riferimento al caso di una diciassettenne che voleva abortire senza che i genitori sapessero alcunché, qualche tempo fa ha sollevato una questione di costituzionalità sulla legge 194 del 1978 (legge sull’aborto), e precisamente sul relativo articolo 4, che così recita:

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.  

La norma in questione è il pilastro portante della legge 194. Il giudice di Spoleto ritiene la norma incostituzionale sulle seguenti (e valide) basi:

  1. In ragione di una Sentenza della Corte di Giustizia Europea, la quale definisce l’embrione come «soggetto da tutelarsi in assoluto», ovvero a prescindere dal diritto di autodeterminazione della donna sul proprio corpo.
  2. In ragione di un contrasto con la nostra Costituzione: sia con i principi espressi nell’articolo 2, che tutela i diritti inviolabili dell’uomo e dunque quello della vita, e sia con l’articolo 32 che tutela il diritto alla salute.

Il ragionamento è questo: siccome la Corte di Giustizia Europea tutela l’embrione come soggetto umano a prescindere dal diritto di autodeterminazione della donna sul proprio corpo, la legge 194 viola, nell’art. 4, i principi sanciti dalla Corte di Giustizia Europea, e altresì contrasta con gli artt. 2 e 32 della nostra Carta Costituzionale, i quali stabiliscono il diritto alla vita dell’essere umano e il suo diritto alla salute. Questo perché, in detto articolo di legge, non c’è alcun bilanciamento tra i diritti della donna e il diritto alla vita dell’embrione: entro i primi 90 giorni, secondo la legge, la donna può sempre e comunque decidere di abortire.

Le ragioni del giudice non sono poi così campate per aria. Anche perché il diritto di autodeterminazione della donna sul proprio corpo non ha niente a che vedere con l’embrione il quale è sì ospitato nel corpo femminile ma non ne è parte integrante. L’embrione è una forma di vita a sé stante rispetto all’organismo ospite, e affermare che l’aborto sia basato su tale diritto è illogico oltreché in effettivo contrasto con i diritti fondamentali e inalienabili degli esseri umani.

La Corte di Giustizia Europea ha affermato che l’embrione è “soggetto da tutelarsi in assoluto”, senza se e senza ma.

Ebbene, la nostra Corte Costituzionale, davanti a un articolo della legge 194 che chiaramente potrebbe essere riassunto con un “Entro i primi 90 giorni, la donna può abortire sempre e comunque, basta che si inventi un motivo sufficientemente valido” -e non esiste un giurista degno di questo nome che non interpreti la disposizione di legge in questo modo-, davanti all’art. 2 della Carta Costituzionale, davanti a una sentenza chiarissima della Corte di Giustizia Europea, ha ancora oggi avuto il coraggio di giudicare la questione

MANIFESTAMENTE INAMMISSIBILE.

Della serie “non prendiamo nemmeno la cosa in considerazione”.

Abbiamo la scienza che ci dice che molte donne, dopo l’aborto, soffrono terribilmente. Abbiamo i dati, che confermano che le procedure abortive, come ogni operazione medica, comportano dei rischi. Abbiamo le statistiche, che ci dicono che la famosa storia della povera ragazza stuprata che vuole abortire è una straminoranza: gli aborti più frequenti sono quelli di donne o (molto più spesso) ragazzine che non sanno gestire il risultato di allegre scopate. Abbiamo la Corte di Giustizia Europea che ci dice che l’embrione va tutelato. Abbiamo un art. 4 della legge 194 che nonostante tutto continua a consentire, entro i primi 90 gg, di abortire sempre e comunque, come se si trattasse di un party. Venghino signore venghino.

Ci lamentiamo tanto della Chiesa che non è certo uno sponsor degli anticoncezionali, e poi, invece di promuoverne la diffusione, ci preoccupiamo di mantenere in vita un articolo di legge che è l’inno nazionale dell’ignoranza anticoncezionale. E festeggiamo se la nostra Corte Costituzionale nemmeno prende in considerazione l’idea che questo articolo possa essere in qualche modo rivisitato. Perché la questione è addirittura manifestamente inammissibile.

Gli anticoncezionali sono un segno di civiltà e libertà. Non una generica licenza di uccidere contenuta nell’art. 4 della legge sull’aborto.

Ma magari sbaglio, ed è davvero un trionfo di civiltà avere migliaia di mamme che hanno abortito e che ora sono in cura antidepressiva. Magari è civiltà sostenere ideologicamente una procedura medica, con tutti i suoi rischi, e sostenere molto meno una procedura quale quella di infilarsi un cappuccio di lattice sul pisello. Magari è civiltà potersi sbarazzare del frutto delle proprie trombate spensierate. Magari la Corte di Giustizia Europea dice cazzate.

Magari è civiltà che una bimba di 17 anni chieda a un giudice di poter abortire senza che i genitori sappiano niente.

Io, personalmente, voglio essere incivile, allora. E voglio preferire i preservativi, le pillole anticoncezionali, le spirali, finanche il “coito interrotto”.

Almeno non ammazzo nessuno.


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