Il Calabrescia pensiero

Il nostro compito è avere un sogno

Posted on: 3 settembre 2013

La scienza rende l’uomo più debole? Sì.

Anni fa, se ti ammalavi, o eri forte o morivi. Oggi sopravvivi, tendenzialmente. Non c’è più la selezione naturale; il genere umano è diventato un ammasso di rottami che allo stato brado sopravvivrebbe forse un paio di mesi.

Ma siamo animali superiori; non abbiamo bisogno di essere selezionati come scarafaggi. Io ho la spina bifida e sono zoppo: non crepo di fame perché non riesco a rincorrere un cinghiale e ucciderlo a cazzotti. Abbiamo costruito un sistema che riesce a far vivere sia i forti che i deboli.

I deboli come vivono? Posso dire la mia: non corro, non sono atletico, se voglio mangiar fuori con amici devo sperare di aver portato l’insulina con me. Per studiare mi sono destreggiato tra scuola, università e tante operazioni chirurgiche.

In te, che anche se non ti conosco considero come un fratello (chi soffre è un po’ come se avesse un legame fraterno) vedo una brutta amarezza. Hai in odio la vita e, forse esagero, sarebbe tuo desiderio porvi fine il prima possibile. Non è facile vivere vedendo altri che fanno cose che tu non puoi fare! A sei anni, quando impari a camminare (male) vedi i tuoi amici che si tirano un pallone. E tu stai lì a guardarli. Vai a scuola e nelle ore di ginnastica hai l’esonero. Io raccattavo palle. Loro giocavano, io ributtavo i palloni in campo. Lo facevo pur di fare qualcosa. Iniziano ad avere fidanzate e fidanzati, e tu sei solo. Magari sei anche innamorato, ma Tizia a te ha preferito un altro che è sano e l’ha portata fuori per il week end.

Non è facile vivere in un mondo che ha imparato a salvare i più deboli, ma non ad accoglierli. Curare uno storpio? Due tutori, una carrozzina. Alè, il prossimo. Ma chiedi a qualcuno se sarebbe disposto a vivere, amare, condividere qualcosa con uno storpio. Allora lo storpio inizia a odiare la vita, non sapendo che non è la malattia a essere il problema.

Nella tecnica siamo evoluti, nei sentimenti siamo bestie.

La soluzione non è il consentire la soppressione dei deboli abortendoli, o il permettergli di suicidarsi con l’eutanasia. Bella soluzione. Levate il disturbo, o vi ammazziamo noi oppure ammazzatevi da soli.

Il salto di civiltà vero, che ci distinguerebbe del tutto dalle bestie (e che permetterebbe a me, e soprattutto a te, di vivere meglio) sta nell’impegno di tutti nel non massacrare la vita dei deboli più di quanto non sia purtroppo necessario. Immagina una vita (che non hai vissuto, che non ho vissuto, e che forse non vivremo mai) dove a sei anni sei sì zoppo, ma hai amici che invece di abbandonarti giocano con te. Al momento giusto una bella ragazza ti guarda e dice sì, sei zoppo, ma… ti va di uscire stasera? All’università i professori ti guardano con rispetto, sapendo che non frequenti le lezioni non perché sei un fannullone, ma perché devi far conciliare malattia e studio. E t’incoraggiano.

Noi deboli abbiamo un compito.

Che non è farci ammazzare o levare volontariamente il disturbo. Francamente: il nostro dovere è stare qui, vivere, soffrire nel caso, e insegnare all’uomo come diventare per davvero un essere superiore.

Non più di sessant’anni fa i neri erano considerati come bestie. Quanti di loro avranno desiderato morire o non essere mai nati! Ma sono riusciti a uscire da quella mentalità che pretendeva che ringraziassero di non essere sbattuti a raccogliere cotone e che si accontentassero di essere non-schiavi. E hanno guadagnato la libertà!

Noi siamo massacrati, falciati dagli aborti, e quando nasciamo ci dicono suvvia, suicidati, l’eutanasia è la soluzione civile. Togli il disturbo, negro. E alcuni di noi ci cascano o, semplicemente, si arrendono.

Il nostro compito è “avere un sogno”. Io non mi arrendo. Nemmeno tu.

Chiamateci deboli, ora.

 

Alberto Calabrò

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7 Risposte to "Il nostro compito è avere un sogno"

[…] Il nostro compito è avere un sogno, in Notizie Pro Vita, MP cooperativa giornalistica, Roma, settembre 2013, p. 10, link all’articolo, trascritto sul mio blog dalla rivista cartacea; […]

Scusi, ma lei è lo stesso Calabrò che ha scritto “Moralisti da tre soldi” su Campari & De Maistre?

Grazie.

Manlio Pittori

Sono io. 🙂 c’è pure il mio curriculum in rete, se googla “curriculum dott. Calabrò” con i titoli e i link ai miei articoli

Ah, ecco. Ora, a parte che se digito in Google “curriculum dott. Calabrò”, Google mi risponde “Nessun risultato trovato per “curriculum dott. Calabrò”.”, ma con chi ce l’hai, nella lenzuolata su Campari & De Maistre? Tralasciando che, personalmente, non spenderei un istante del mio tempo per commentare quello che dice Alda D’Eusanio a La vita in diretta (oltre a evitare accuratamente La vita in diretta, Alda D’Eusanio e tutto lo scatolotto parlante: ma non hai niente di meglio da fare, nella vita, che vedere La vita in diretta?), proprio non ho capito chi sono i destinatari della tua bizzarra ira.

In quanto alla vicenda di Eluana Englaro, mi pare tu abbia capito poco o nulla della faccenda: in assenza di un quadro normativo ordinario, i giudici hanno applicato, molto semplicemente, l’art. 32 della Costituzione, che stabilisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. E dal momento che nessuna legge stabilisce l’obbligatorietà del sondino naso-gastrico, la conclusione non mi pare così incredibile. Non ti possono dare neanche un’aspirina, senza il tuo consenso: perché dovrebbero applicarti a vita un sondino naso-gastrico, che è leggermente più invasivo di un’aspirina?

Certo, per capire queste cose ci vorrebbero un paio di cognizioni almeno minimali di diritto: cosa che l’italiano medio ignora, e nonostante questo si permette di farneticare di omicidi del consenziente e di eutanasia.

Grazie per l’attenzione: se poi mi spieghi con chi ce l’hai, nel pezzo su Campari & DM, te ne sarò ulteriormente grato.

Manlio Pittori

Non guardo la vita in diretta, ho guardato su youtube il “pezzo incriminato” perché ero curioso.

Quanto all’art. 32, questo dice che a nessuno possono essere imposte terapie contro la sua volontà, esclusi i casi previsti da legge (classicamente il tso). Ora, quanto le parole di una ragazza messa davanti al coma di un amico possano essere considerate “volontà” è discutibilissimo. Mentre le pronunciava (SE le ha pronunciate) non poteva sapere che qualcuno le avrebbe prese come volontà da usare concretamente. Io stesso ho detto cose del genere davanti a gravi sofferenze altrui, ma non mi farei affatto staccare la spina. Un conto è dire “meglio morire” altro conto è rispondere alla domanda ponderata “dimmi cosa vuoi che facciamo se finisci in coma, e occhio che faremo quello che ci dici.”

Ce l’ho con chi pretende di giudicare una donna che ha detto una fesseria, quando lui stesso, ogni giorno, si pronuncia favorevole a stermini quali sono gli aborti, mascherandoli da atti di civiltà.

http://www.enpam.it/wp-content/repository/universaliamultimediale/CI/sentenzemassime.htm

Questo il curriculum:

https://calabrescia.wordpress.com/2013/08/30/curriculum-vitae-del-dott-alberto-calabro/

La tua risposta conferma pienamente la mia analisi: la tua è una formazione giuridica approssimativa. Vigendo in Italia il principio del non liquet, il giudice applica il diritto che c’è: ed essendo l’unico diritto esistente al tempo di Eluana Englaro quello dell’art. 32 Cost., quello ha applicato.

Non ti piace come è stato applicato il principio dell’art. 32? Nemmeno a me è piaciuto il recente revirement della Cassazione sui termini di costituzione dell’opponente nel giudizio in opposizione al decreto ingiuntivo, ma questa è la fisiologia del diritto, che deve essere interpretato (il mito della bouche de la loi è roba da giacobini).

Insomma, sarai anche un bravo notaio in erba, ma sul resto – penso lo si dica anche dalle tue parti – ne devi mangiare ancora parecchia, di polenta.

Grazie, auguri – ne hai bisogno.

Manlio Pittori

Avrai visto che ho una laurea in legge, so bene che la disposizione si fa norma attraverso l’interpretazione. E conosco la Costituzione. È proprio perché la norma va interpretata (a maggior ragione se è norma generale) che mi permetto, in scienza e coscienza, di dare una mia interpretazione. E secondo la mia interpretazione, dato che alla persona non può essere obbligata a trattamenti sanitari contro la sua volontà, è necessario che la stessa esprima, per la legittima sospensione del trattamento, un valido consenso. E sempre in scienza e coscienza ritengo che il consenso debba avere almeno due requisiti

1) essere espresso in forma solenne, nella consapevolezza che la propria volontà sarà rispettata (perché un conto è pronunciare parole di sconforto davanti alla sofferenza altrui, altro è sedersi a mente lucida nella consapevolezza di dover comunicare a terze persone una propria volontà ponderata e ufficiale, nonché incontrovertibile, sapendo che verrà rispettata);
2) essere espresso, se non nell’immediatezza della sospensione del trattamento (perché in certi casi, come lo SVP, il consenso non può certo essere espresso al momento, altrimenti il paziente non sarebbe in coma) almeno in un lasso di tempo precedente che lasci ragionevolmente supporre che la volontà della persona non sia mutata.

Perché se è ragionevole pensare che un consenso dato sei mesi prima possa ancora aver validità (resta comunque l’incognita di un cambiamento di volontà in corsa, magari non esprimibile dal paziente cosciente ma che non possa in alcun modo comunicare, ché un conto è dire di voler morire quando si sta bene, altro è confermare di voler morire quando la spina te la staccano sul serio) dicevo, se è ragionevole supporre che la volontà non cambi nel giro di pochi mesi, è altrettanto ragionevole supporre che questa cambi nell’arco di 17 anni (ed è questo il caso di eluana, la quale, ripeto, non ha espresso un consenso né formale né dimostrabile oltre ogni dubbio.

Sempre interpretando la disposizione costituzionale, quindi, in scienza e coscienza ritengo che il trattamento salvavita di Eluana sia stato interrotto senza una sua (seppur passata) valida dichiarazione di volontà. E che quindi la cosa sia da classificare come omicidio. Ci si trova davanti alla morte di un paziente al quale è stata levata una cura, portandolo alla morte senza valido consenso. E questo non rientra nel 32 cost. Ma configura un’ipotesi vera e propria di omicidio.

Posso, data la necessità di interpretazione, interpretare in questo modo e contestare quindi un decreto di corte d’appello senza che si dica che ho una preparazione superficiale?

Per il resto ho solo 26 anni; è normale che io difetti di esperienza legale generica, notarile, bioetica e (se ha consultato il curriculum accademico intero) ingegneristica. Se vogliamo, difetto anche di esperienza di vita, per via dell’età non giovanissima ma non certamente da “uomo vissuto”. Quindi ha ragione a dire che ho parecchia polenta da mangiare. Ma abbia il buon gusto di non sfottere la mia attuale preparazione.

Buona sorte anche a lei.

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