Il Calabrescia pensiero

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Silvio rilascia interviste a manetta. Veloce come la luce. Passa da un programma all’altro. Pure il CERN l’ha dichiarato: l’unica cosa al mondo più veloce della luce è Berlusconi mentre passa da “Pomeriggio cinque” a “Porta a porta”.

Non può mancare un’intervista qui, su questo blog. Esclusiva.
Due poltrone, io e Silvio. Niente di più. Via.

CALABRESCIA “Presidente, allora…”

SILVIO “Salvatore.”

C “Ma non mi chiamo Salvatore…”

S “No, io!”

C “Ma lei…?”

S “Eheh… carissimo…  è aggettivo… aggettivo sostantivato, su… ma puoi chiamarmi Cavaliere…”

C “Cavaliere. Dunque, facciamo chiarezza su quello che sta succedendo. Si candida?”

S “Sì. No. Sì. Comunisti!”

C “Ah?”

S “Monti è comunista.”

C “E’ per questo che gli avete schiantato la maggioranza?”

S “Certamente. Monti è il frutto di un golpe di sinistra.”

C “Ma perché allora qualche giorno fa ha detto che se Monti si candidasse lei ritirerebbe la propria candidatura? Lo vede come nemico o alleato?”

S “Alleato, cribbio. Monti è uno statista in grado di radunare tutti i moderati. Tutto il centrodestra. Lo stimo.”

C “Ma non era comunista?”

S “COMUNISTI! DOVE? BOCCASSINI!”

C “Ma no, tranquillo… è che lei poco fa diceva che Monti è comunista…”

S “Allora, se cominciamo a strumentalizzare le mie parole… guardi…”

C “Ma…”

S “Mi faccia parlare… che poi gli italiani capiscono male e succede un finimondo… a proposito, mi conceda una breve parentesi…”

C “Dica.”

S “Parlando del finimondo… ha presente i maya? Tutti di sinistra.”

C “Sì?”

S “Certo. Noi del PDL governavamo il centroamerica, no? Ecco. Poi questi eversivi di sinistra si sono inventati la crisi, “non c’è più mais”, dicevano. Dicevano che erano anche arrivati dei cialtroni con i vestiti di latta dal mare. Mi dica lei… poi dicevano che non era vero che offrivamo le vergini agli dei per placarli, erano convinti che ce le spartissimo io e La Russa.”

C “Ma non mi dica.”

S “Vede, a raccontare la verità? La gente capisce.”

C “Poi che è successo?”

S “Niente, la sinistra ha preso il potere. Poi hanno al loro solito mescolato le carte, creato il mistero… il vero casino è stato l’IMU. Noi avevamo già allora eliminato l’ICI per il primo tempio non di lusso, loro l’han rimessa e i maya, di tutta risposta, hanno abbandonato le città. Si sono infrattati nelle foreste pluviali e son crepati tutti divorati dagli anaconda. Ecco come è andata.”

C “Interessante. Ma torniamo a noi, quindi Monti non è…”

S “Monti è di sinistra. Se si ricandidasse sarebbe immorale.”

C “…”

S “…”

C “…”

S “Beh?”

C “Nulla, nulla. Qual è quindi la sua nuova ricetta contro questa congiura di sinis…”

S “Comunisti! Comunisti dappertutto! (si alza, occhi a palla) Comunisti! (si abbassa, a terra, passo del giaguaro) Dobbiamo difenderci… (appoggia un orecchio a terra, ascoltandone le vibrazioni come un nativo americano) stanno arrivando… sento i cavalli… li vedo… VEDO LA GENTE MORTA…”

C “Si calmi cavaliere… va tutto bene… aiutatelo a sedersi, dategli un bicchiere d’acqua…”

S “Ci sono, ci sono… è che vede, sono costretto… a combattere… senza di me tornerebbero, dopo di me il diluvio!”

C “Non si preoccupi, presidente…”

S “Imperateur!!!”

C “?”

S “O.o”

C “E dell’alleanza con la Lega cosa mi dice?”

S “Ci alleiamo. Ma anche no. Ma sì. Che poi Montezemolo mi sta simpatico.”

C “La Lega, la Lega, cavaliere!”

S “No, io Ruby non l’ho mai legata. Lei legava me. Ma comunque ora ho una fidanzata. Tutti i comunisti mi davano del maiale e ora li ho zittiti: ha solo 47 anni in meno di me. E’ amore, è amore puro, casto.”

C “Maroni, cavaliere…”

S “No, mi scusi, se lei è il solito giornalista di sinistra che vuole a tutti i costi parlare di cose intime per poi inventare balle, allora me ne vado. Maroni. Pensi ai suoi, di maroni.”

C “Vabè. Quindi alla fine si candida, par di capi… ma dove cazzo è andato?”

DICE CHE AVEVA UNA INTERVISTA ALLA PROVA DEL CUOCO. POI SPIEGA AGLI ITALIANI COME FARE LA PASTA COI CECI, PER AVVICINARSI ALL’ELETTORATO… AVEVA FRETTA.

C “Ah.”

 

BUON NATALE, CRIBIO!

La faccio breve: sto sentendo decine e decine di persone fare questo tipo di ragionamento: “C’è la crisi, l’euro vale come carta igienica usata, e noi siamo tutti emozionati per una partita di calcio. Bel popolo di imbecilli.”

Avete ragione, una partita di calcio è una partita di calcio. Non risolve niente. Non influisce sulla stabilità dell’euro. Dovessimo anche vincere gli europei, saremmo sempre qui a fare i conti con la crisi, il lavoro che manca, i terremoti, la criminalità che ammazza bambine davanti alle scuole.

Ma noi siamo esseri umani. Quante volte abbiamo urlato contro il gelido pragmatismo mariomontiano! Lui, il montimario, ragiona proprio così: c’è da fare questo e quello, non badiamo al superfluo, avanti andare, viaviavia! Poi magari sbaglia e ci troviamo “sull’orlo del cratere” più di prima, ma l’intenzione c’era. L’intenzione di andare avanti solo con quanto può essere ritenuto utile. Come macchine.

Non a caso la satira lo dipinge come se fosse un robot. Maurizio Crozza docet.

Lo so bene che è solo una partita. Lo so che anche se dovessimo vincere settanta a zero (per citare un vecchio film di Fantozzi: “Aveva segnato anche Zoff… DI TESTA!!!”) noi resteremmo noi, con tutta la nostra politica spendacciona e il nostro popolo in difficoltà, e i tedeschi resterebbero i tedeschi, con un debito pubblico più alto del nostro ma anche un’economia talmente forte da permettergli di sbattersene allegramente la ciolla.

Ma sono un essere umano, ho bisogno -e anche voi- anche di cose inutili. Ho bisogno, anche nei momenti più neri, di staccare il cervello e svagarmi un pochino. Non tanto, non sempre, ma 90 minuti -oddio, anche 120, se nel caso concedetemi anche i rigori- datemeli.

E dateli anche a tutti quegli italiani che stanno subendo per davvero la crisi sulla loro pellaccia, e si trovano licenziati, con mogli, figli, un mutuo e chissà Dio quali altre difficoltà. Queste persone non hanno bisogno di discorsi mariomontiani del tipo “povero buzzurro, cosa ti ecciti a fare, non lo sai che il calcio non serve a niente?”

Queste persone hanno bisogno di 90 minuti da condividere con tanti altri italiani come loro, in difficoltà, ma pronti a rimboccarsi le maniche ogni giorno.

Io non ero ancora nato, ma ho visto i filmati dell’allora Presidente della Repubblica Pertini -dico, Presidente della Repubblica, mica un operaio cassintegrato qualunque- ai mondiali del 1982. Era allo stadio a seguire la sua nazionale, e come si divertiva! E come tifava! E al ritorno, chi non ha mai visto il celeberrimo video dove Pertini -ripeto, Presidente della Repubblica- giocava a carte con l’allenatore Bearzot, di ritorno dai mondiali, dopo averli stravinti?

Un Presidente della Repubblica che segue i mondiali, si potrebbe obiettare, costa. Serve un volo che lo porti allo stadio, la sicurezza, certamente i servizi segreti che nei mesi precedenti hanno scandagliato ogni centimetro attorno al campo, che magari hanno ascoltato ore e ore di intercettazioni con i colleghi stranieri per garantire l’incolumità di un Capo di Stato.

Ma che emozione devono aver provato tutti gli italiani, nel vedere un Presidente della Repubblica comportarsi come loro. Un uomo. Gli mancava solo la famosa birrona gelata.

Il rigore e la razionalità sono buoni e giusti, ma ricordiamoci che siamo esseri umani, non calcolatrici.

E a proposito di rigore, quanto lirismo ci sarebbe nello sconfiggere -in una inutile (ma così sana!) partita di calcio- i tedeschi proprio… ai calci di rigore? Aaaah, che magra, inutile, ma così umana soddisfazione, che sarcasmo, battere i tedeschi mentre ce la si gioca su quel sostantivo maschile singolare che loro ci sbattono davanti agli occhi ogni minuto che passa, seppur in campo economico.

Cari tedeschi, il rigore ve lo insegnamo noi, per una volta.

Tra una birra, un frittatone di cipolle, una bandiera enorme e un tifo condiviso con decine di persone al bar del paese, che per quella sera vedi come se fossero tuoi familiari.

E’ solo una partita, dicevano!

Io non so chi abbia messo quella bomba vicino alla scuola Morvillo Falcone.

Potrebbe essere stata la sacra corona unita. Potrebbero essere stati altri. C’è chi non crede alla pista mafiosa; io stesso ho sempre letto di omicidi “utili”: il mafioso ammazza solo quando la persona da ammazzare costituisce un pericolo concreto. Ammazzano il magistrato che li sta massacrando, il commissario che sta iniziando a conoscere troppe cose, il commerciante che non pagando il pizzo gli manca di rispetto. Non è mai successo che mettessero una bomba con l’intento di ammazzare gente a casaccio, “solo” perché una scuola si era distinta per la lotta ideologica contro la malavita organizzata. Nella fredda logica mafiosa una strage di liceali è una strage inutile, non consente di eliminare nessun personaggio influente e anzi, provoca grane con una giustizia che sicuramente si attiverà con forza.

Però tutto è possibile.

Se di sacra corona unita si tratta, e quindi di mafia, sappiano quei signori che il loro “potere” si fonda sulla paura. Finché questi cani ammazzano dei rappresentanti dello Stato, la reazione della popolazione è la paura. “Se sono riusciti ad ammazzare questo o quel magistrato vuol dire che sono davvero forti: meglio non contrastarli”.

Ma quando iniziano ad ammazzare ragazzini, magari perché infastiditi dalla loro attività culturale dichiaratamente antimafiosa, questi porci smettono di creare paura e iniziano a creare rabbia.

Sappiate che se la paura, finora, ha funzionato, gli italiani sono sessanta milioni.

Avete fatto incazzare sessanta milioni di persone.

Adesso rischiate che la lupara che finora avete rivolto verso l’innocente, venga rivolta verso di voi.

Adesso sono cazzi vostri.

Riposa, Melissa.

 

A FINE TESTO, L’INNO “NEARER, MY GOD, TO THEE”, ULTIMO BRANO SUONATO DALL’ORCHESTRA DEL TITANIC

Volente o nolente, in questi giorni ti ci fanno pensare. Una tragedia di un secolo fa, situazioni umane che valgono per sempre. Anche oggi.

No, non voglio raccontare della tragedia del Titanic, credo che già la conosciate, e comunque un documentario può raccontare tutto molto meglio di come possa farlo io. Per una versione romanzata dei fatti c’è pure uno dei migliori kolossal moderni di Holliwood, il famoso film di James Cameron del 1997.

Voglio ricordare solo un particolare di quella vicenda: mentre era chiaro a tutti come la cosa sarebbe andata a finire, e cioè che si stava andando a fondo e che non c’erano scialuppe di salvataggio per tutti, alcune persone hanno scelto di sacrificarsi per aiutarne altre.

Ed è stato un sacrificio non imposto: si poteva cercare una scialuppa con le unghie e con i denti, un modo per salvarsi lo si poteva trovare. E non era nemmeno un sacrificio sostanziale: nessuno aveva, in realtà, il potere di salvare una sola vita che fosse una.

Era un sacrificio che, in quelle spietate circostanze, serviva semmai ad aiutare coloro che sicuramente sarebbero stati obbligati a restare a bordo e morire, a farlo in un’atmosfera che onorasse il trapasso di un essere umano.

Ed è così che otto uomini, George Krins, Roger Bricoux, W. Theodore Brailley, J. Wesley Woodward, P.C. Taylor, J.F.C. Clarke, John Law Hume, diretti da Wallace Henry Hartley, hanno scelto di restare a bordo e suonare. Fino a portarsi sul ponte, davanti alle scialuppe, suonando mentre altri si imbarcavano verso la salvezza davanti ai loro occhi.

Un disastro iniziato con una percezione distorta delle capacità umane da parte di progettisti e responsabili, che consideravano quell’opera umana come “inaffondabile”, fino a spingersi a dire che “Nemmeno Dio potrebbe far affondare questa nave”.

Un disastro finito con degli eroi (ricordiamo che oltre all’orchestra, certamente, ci furono atti di eroismo meno conosciuti) che, consapevoli della loro piccolezza, sceglievano di accompagnare altre persone verso la fine nel modo migliore che conoscessero: facendo il loro dovere. E sapendo di dover condividere con loro la stessa sorte.

E lo facevano suonando, come ultimo brano, “Nearer, my God, to thee” (Più vicino a te, mio Dio), un inno che, siate voi credenti o meno, simboleggia in quelle circostanze la presa di coscienza da parte dell’uomo della propria debolezza davanti a quel Dio che si riteneva incapace di eguagliare un’opera umana, o, se preferite, della propria debolezza davanti alla natura.

Anche oggi siamo in difficoltà. C’è una grave crisi che sta mettendo in ginocchio mezzo mondo. Anche in Italia ne stiamo risentendo. Nessuno di noi singoli cittadini italiani ha il potere di cambiare le cose: il timone sta nelle mani di altri, noi non abbiamo voce diretta in capitolo. Eleggiamo persone, votiamo, è vero, ma poi sono quelle persone a dover manovrare. Noi, singoli, non valiamo niente.

Ma l’eroe non è sempre quello che salva tutti, non è sempre il tizio dall’aspetto scultoreo che ammazza tutti i cattivi e riporta la pace. Eroe è anche quello che, senza clamore, fa qualcosa, per quanto piccola, per il prossimo. E state certi che la somma di questi tanti piccoli “eroi silenziosi” può portare veramente a risultati grandiosi.

La storia dovrebbe insegnare: quelli di noi che hanno particolari competenze, o anche un cuore sufficientemente grande da concepire il privarsi di qualcosa per darlo agli altri, lo faccia. Sento in ogni dove solo gente che incolpa il comandante (I comandantI) di questa nave Italia per averla portata a schiantarsi contro chissà cosa: ci si siede, si piange, si incolpano persone che certamente sono responsabili, si annaspa cercando la propria salvezza. Quanti scelgono di gestire, con un piccolo gesto, la situazione?

Italiani, e popoli che in questo momento stanno vivendo situazioni terrificanti per via di questa crisi: chi di noi può farlo prenda un violino e suoni per tutti quelli che, anche volendo, non possono essere salvati. Chi di noi è in grado di farlo, cerchi, con attrezzi di fortuna, di costruire delle rudimentali scialuppe per rimediare all’errore di quei progettisti che, per decenni, hanno pensato che le navi-nazione non potessero affondare. E faccia salire delle persone.

E chi sopravviverà, impari che l’essere umano non ha mai, in nessun campo, né ingegneristico né economico, la capacità di costruire cose inaffondabili.

Non bisogna essere Rambo, per essere eroi.

Ora scrivo un pezzo che potrebbe essere intitolato “La scoperta dell’acqua calda”, tanto è ovvio. Ma alle volte le ovvietà possono passare inosservate.

Siamo ufficialmente (non lo dico per disfattismo da osteria, lo dico perché è così) il Paese con il carico fiscale più alto del mondo. Questo vuol dire che lo Stato, proporzionalmente, chiede agli italiani più denaro rispetto a quanto tutti gli altri Stati chiedano ai loro popoli.
Ora: se le patrie casse sono ancora disperatamente vuote nonostante la tassazione da record mondiale, i motivi possono essere due.

1) EVASIONE FISCALE DA RECORD: lo Stato chiede soldi, ma questi soldi non arrivano. Questo è un aspetto che ultimamente si sta cercando di combattere in tutti i modi. Personalmente non credo che l’evasione sarà mai debellata finché ogni scambio di denaro di mano in mano non avverrà esclusivamente con bancomat o carte di credito, per assicurare una assoluta tracciabilità. Stato di polizia tributaria? Certamente. Ma se devo scegliere tra finire come la Grecia o accettare che lo Stato guardi nelle tasche di tutti per scoprire chi non paga le tasse mandandoci tutti gambe all’aria, allora… signori, guardatemi nel portafogli finché volete.

2) SPESE E SPRECHI ASSURDI: lo Stato chiede soldi, ne ottiene molti meno per via dell’evasione, e di quelli che ottiene fa un uso assolutamente imbecille. Questo, al contrario dell’evasione fiscale, è un aspetto reso molto meno evidente dai media. Il fatto è che la Pubblica Amministrazione, nel suo complesso (Parlamento, Ministeri, Comuni, Province, Regioni, consigli comunali, provinciali, regionali, sindaci, authority, portaborse, sottosegretari, viceministri, vicesindaci, auto blu, auto bianche, auto argento, auto viola a pois arancioni…) SI MANGIA UNA QUANTITà DI SOLDI TALMENTE GRANDE CHE SE ANCHE NON ESISTESSE L’EVASIONE SAREMMO COMUNQUE IN GRAVE DIFFICOLTà.

Ora, non voglio fare il solito minestrone antipolitico. Trovo giusto che la politica possa gestire grandi somme di denaro e possa mostrarsi alle personalità internazionali con sfarzo e lustro. Perché diciamocelo, avere una politica “di lusso” non comporterebbe tutta questa grande spesa. Basti guardare la Corona britannica. Sono ferocemente contrario a tutti quelli che, come se fossero all’osteria, gridano frasi del tipo “Dovrebbero lavorare, altro che!!! Per fare quello che fanno non dovrebbero prendere nemmeno una lira!!!”

No. Quello che fanno, se fatto bene, è fondamentale. E necessita di grandi flussi di denaro. Il problema sono gli sprechi, la moltiplicazione di enti e poteri. Tutto è nato dalla Costituzione, in un periodo nel quale la paura del potere assoluto (si era appena usciti da anni di dittature e tragedie, e nuove dittature comuniste stavano nascendo o affermandosi nell’est) ha portato i Costituenti a creare un sistema ridondante nel quale tutti potevano fare tutto e nessuno poteva fare niente. Ti conferisco questo potere, ma creo un altro organo che possa limitarti.

Oggi abbiamo ancora necessità di credere che un Parlamento bicamerale con più di 900 persone (contando solo Onorevoli e Senatori, se contiamo pure i loro portaborse ecc ecc non finiamo più) sia più democratico di uno monocamerale composto da 200 (che son già tante)?

Dobbiamo ancora credere nell’utilità di un Presidente della Repubblica (il Quirinale, un mostro tritasoldi che nemmeno Man in Black) quando potremmo optare per -che so- un presidenzialismo all’americana? Un Governo, un capo del Governo (e dello Stato) e un Parlamento monocamerale. Chiuso.

Ce ne sarebbero di cose da fare, per rendere il sistema politico molto più snello ed efficiente.

Altro che pavoneggiarsi per aver rotto le palle a quattro evasori imbecilli a Cortina il giorno di Natale.

Capì, Monti?

Sì, ho iniziato il mio praticantato notarile. Sì, sto prendendo confidenza con i tipici dispositivi da ufficio. Uno pensa che siano due cazzate: un telefono, un fax, un computer, una stampante. In effetti è così. Ma prova a usarli, se ci riesci.

Quanto segue è un ritratto dell’ufficio medio italiano.

La prima cosa che colpisce il novizio, il novellino degli ambienti ufficiali, ufficiosi, da ufficio insomma, sono LE CARAMELLE DI RAPPRESENTANZA.

Tu entri e vedi ‘sto gran contenitore di cristallo, pieno di caramelle coloratissime. L’occhio è appagato, ti viene la strampalata idea di mangiarne una. Vieni fermato, placcato simultaneamente dalla segretaria, dalla donna delle pulizie e da un cliente passato da lì per caso. Solo dopo mesi leggerai la cartina di una delle caramelle, la data di scadenza è “ottobre ’15”.

Si intende 1915. Era una partita di caramelle da imbarcare sul Titanic. Un lusso, oggettistica d’antiquariato. Vabbè.

Poi c’è il fax. La gente sta tanto a rompere le palle con la storia del disboscamento della foresta amazzonica e nel 2011 siamo ancora qui a smanettare coi fax. Usare le mail no, troppo semplice. Tant’è. Il problema è che i fax, in tutto il mondo, sono progettati da scimmie urlatrici brasiliane e montati da operai cinesi sulle sponde del Fiume Giallo.

Tu pensi che servano ad avere direttamente la stampata di un documento segretissimo e da proteggere a costo della vita. Fremi nel sentire la macchinetta che si avvia, pregusti il momento in cui qualche tizio in ufficio ti chiederà “Cosa è arrivato?” e tu, con piglio alla Salvo Sottile “Sono informazioni riservate.”

Passerai invece le tue giornate con il macinino che si avvia ogni 75 secondi. Il messaggio è “dlafnwnfinqòrenfaconfoaxxxxx”.

No, non è un codice segreto. Oddio, magari lo è, ma la dicitura “error” fa poco sperare.

La stampante. Ecco, quella funziona, sono io che non funziono. Tipo di foglio, lo vuoi grande, lo vuoi piccolo, lo vuoi fronte-retro, lo rimpicciolisci, lo ingrandisci… se mi azzardo a fotocopiare un assegno, mi esce una riproduzione in scala 10000000:1. Ci si possono tappezzare le pareti di tutto lo stabile. Meglio, risparmiamo, c’è crisi, gli imbianchini costano. Che poi fa chic quel cifrone indicato nell’importo. Fa tanto upper class. Oppure ti escono tanti fogliettini grandi come francobolli: dall’altra stanza giunge una voce. “Alberto, tutto ok?”. Cerchi di rispondere sicuro mentre stai spalando coriandoli fuori dalla finestra e la fotocopiatrice inizia a sciogliersi. “A meraviglia, adesso arrivo”.

La macchinetta del caffè: l’unica cosa che funziona come nel resto del mondo e, come nel resto del mondo, ti concede un momento di umanità.

Ma la cosa più bella è IL TELEFONO.

Tu, a casa, sei abituato a vedere una scatola con i tasti. Se squilla rispondi, pronto? Se vuoi chiamare alzi la cornetta, componi il numero e attendi.

In ufficio NO.

Il telefono ha 455 tasti. Chiamare è il procedimento relativamente più semplice. L’unica scomodità è la cifra da digitare prima del numero da chiamare. Funziona così. Chiami la segretaria, e le fai indossare un corpetto salvagente. Abbassi il periscopio. Ti sistemi i gradi sulla giacca. Le chiedi di andare in cassaforte a prendere la cifra, il codice di autenticazione. Chiedi al marconista quale sia la cifra comunicata direttamente dal Ministero della Difesa. La fai rileggere alla segretaria. Codice autenticato. Chiami l’ufficiale in seconda, inserisci la tua e la sua chiave di lancio nel telefono. Le giri in contemporanea. Sei sudato. Guardi il tuo equipaggio.

“Signori, sapete tutti cosa può derivare da questa azione. Dobbiamo farlo. Mi assumo ogni responsabilità. E che Dio ci aiuti.”

Premi il bottone rosso e componi la cifra.

 

 

 

Occupato. Lo dicevo che il commercialista c’ha la parlantina pesante.

Parte un fanculo generale indirizzato al telefono. Sono i rischi del mestiere.

Ma il bello viene quando devi rispondere a una chiamata (cosa che ho rinunciato a fare). Dio benedica chi lo fa al posto mio. Rispondi. Già lì devi ricordare, a memoria e in un decimo di secondo, con quale cliente stai parlando, la sua pratica, tutte le cifre, tutte le carte, gli dici che manca (su un totale di quindicimila) UNA marca da bollo, come sta la famiglia? E i figli? Oh, stupenda la nuova nuance dei capelli di sua moglie. Adoro il ROSSO CINABRO.

Poi ovviamente devi passare la parola a chi di dovere: non è che tutti quelli che chiamano vogliono per forza parlare con te. A casa, solitamente, copri la cornetta con la mano e GINOOOOOOOOOOOO VIENI CHE C’è IL FALEGNAMEEEEEEEEEEEEEE.

In ufficio no. C’è un apposito tasto che mette in attesa il tizio, a te cade la linea, componi il numero interno, risponde il vero destinatario della chiamata, dai il nominativo del tizio che ha chiamato, dirotti la chiamata sul telefono del vero destinatario.

L’ultima volta che ho provato, ho dirottato per sbaglio un aereo dell’American Airlines. Fortuna siamo assicurati.

Le linee interne, dicevo. A casa la gente parla a quattr’occhi. In ufficio no. Sei nella stanza a fianco? Sei a più di quaranta centimetri dal tuo interlocutore? Tranquillo, in ufficio ci sono seimila telefoni tutti tra loro collegati con la linea interna. Fai un numerino e tak, squilla il telefono nella stanza a fianco. Ne fai un altro e tak, squilla il telefono alla scrivania a fianco. Ne fai un altro ancora e tak, squilla il telefono sotto alla tazza del cesso. Il denaro non dorme mai, figurati se va a far pipì.

E così entri in un mondo parallelo nel quale guardi la persona con cui parli, ma comunichi attraverso la cornetta. Cioè, ne senti perfettamente anche la voce naturale, ma usare il telefono è maledettamente PRO.

L’ultima volta che ho usato la linea interna ho sbagliato numero e ho fatto partire l’operazione Odyssey Dawn. Gheddafi mi ha tenuto il broncio per mesi.

Eh, insomma, un errore può capitare.

Anche quando l’han preso, se ascoltate bene l’audio dei filmati, in sottofondo si sente un “Lui e quel suo strafottuto telefono.”

Esagerato.

Avete dato un occhio, ieri sera, al programma di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il week end”? Fiore è un cavallo di razza. Fa scompisciare come sempre.

C’è stato però, in una prima serata tanto gradevole, un momento di depressione acuta, terrificante. Ora, non proprio un momento, direi un 30-40 minuti. Non ho mai cambiato canale per studiare, per così dire, quanto la tristezza di un solo uomo possa mandare a farsi benedire tre ore di allegria e il lavoro di un esercito intero di comici e intrattenitori.

Sto parlando di Roberto Benigni, per il quale, ad essere onesto, non ho mai provato particolare simpatia.

Già era nell’aria la sensazione di svariate tonnellate di Prozac consumato da piddini ed ex “oppositori” al “regime” del vecchio comandante Berlusconi: caduto il vecchio capo costoro non trovano più una vera ragione d’essere. Che bello, prima, quando si poteva andare in tivvù sbraitando che SI DEVE DIMETTERE!!! e che LA DEMOCRAZIA è STUPRATA!!! e, anche, nei giorni di festa, RACCOGLIEREMO LE FIRME E ABROGHEREMO TUTTO!!!

Ci si sentiva utili.

Ora no. Ora questi uomini versano in un diffuso stato di melancolia; prendono atto di non aver mai sostanzialmente avuto altro da dire se non il dare addosso compulsivamente al fu presidente e accettano passivamente, sorridenti e a nude terga, i sacrifici (necessari, per carità) propinati dall’esecutivo Monti. Roba che se il Silvio avesse proposto una manovra che fosse stata un decimo di quella montiana avremmo visto Di Pietro incatenarsi nei pressi del Quirinale, la Bindi crocifiggersi sull’Aventino e Bersani fare harakiri al grido di “COSSSSTITUZIOOOONEEEEE!”.

Grillo, attraccando uno dei suoi fuoribordo, avrebbe urlato al cielo uno dei suoi più sentiti e puri “vaffanculo”.

Ecco: Benigni non è, ringraziando Iddio, un politico. E’ un comico che, ahilui, ha basato gran parte del suo repertorio su una sola persona. Il Silvio. Un po’ come quei fidanzatini che abbandonano tutti gli amici per passare le loro giornate a pomiciare. Il che può essere gratificante, all’inizio, salvo quando la relazione finisce e i malcapitati cadono in solitudine e depressione.

Questo stato d’animo era palpabile, ieri: un dieci minuti buoni a riempire il tempo con sporadici (e fintamente entusiasti) “Oh!!! Se n’è andato!!!” e a gigioneggiare con Fiorello, qualche minuto iniziale per cantare “Lo porti un bacione a Firenze” (per carità, bella canzone, ma che c’azzecca?), qualche minuto finale per cantare una sua canzone arcivecchia e, francamente, non divertente (volgarotta, piuttosto, di quella volgarità che non è che faccia sorridere… semplicemente… boh!) e un ampio spazio centrale nel quale tutto può riassumersi con il vecchio modo di dire “Quando c’era lui…”

Il nostro ha pure detto una cosa tipo “Di lui non parla più nessuno, ma io no”. Ecco, Robè, fatti due domande sul perché più nessuno parli del Cav. Non c’è più motivo di farlo.

Propongo di accordare a Roberto il prepensionamento: i contributi, semmai non li avesse maturati, li paghiamo noi. Facciamo una colletta. Forse non sarà necessario visti i suoi grassi compensi, ma si sa mai. Insomma, siam gente di buon cuore, soffriamo nel vedere un uomo arrancare su di un palco pur di guadagnarsi la pagnotta; siamo disposti a tirare ulteriormente la cinghia e sobbarcarci le spese del suo mantenimento da qui fino al momento fatale.

Oppure fate tornare Silvio: sarebbe una cura tonificante e antidepressiva non per il solo Benigni, ma per tutta una ex opposizione oramai ridotta agli antidepressivi, al consumo malsano e massiccio di Tavernello e ai ritrovi domenicali, tutti insieme, alle ACLI per giocare a scala quaranta.

Ah, quando c’era lui!


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