Il Calabrescia pensiero

Il giudice tutelare del Tribunale di Spoleto, in riferimento al caso di una diciassettenne che voleva abortire senza che i genitori sapessero alcunché, qualche tempo fa ha sollevato una questione di costituzionalità sulla legge 194 del 1978 (legge sull’aborto), e precisamente sul relativo articolo 4, che così recita:

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.  

La norma in questione è il pilastro portante della legge 194. Il giudice di Spoleto ritiene la norma incostituzionale sulle seguenti (e valide) basi:

  1. In ragione di una Sentenza della Corte di Giustizia Europea, la quale definisce l’embrione come «soggetto da tutelarsi in assoluto», ovvero a prescindere dal diritto di autodeterminazione della donna sul proprio corpo.
  2. In ragione di un contrasto con la nostra Costituzione: sia con i principi espressi nell’articolo 2, che tutela i diritti inviolabili dell’uomo e dunque quello della vita, e sia con l’articolo 32 che tutela il diritto alla salute.

Il ragionamento è questo: siccome la Corte di Giustizia Europea tutela l’embrione come soggetto umano a prescindere dal diritto di autodeterminazione della donna sul proprio corpo, la legge 194 viola, nell’art. 4, i principi sanciti dalla Corte di Giustizia Europea, e altresì contrasta con gli artt. 2 e 32 della nostra Carta Costituzionale, i quali stabiliscono il diritto alla vita dell’essere umano e il suo diritto alla salute. Questo perché, in detto articolo di legge, non c’è alcun bilanciamento tra i diritti della donna e il diritto alla vita dell’embrione: entro i primi 90 giorni, secondo la legge, la donna può sempre e comunque decidere di abortire.

Le ragioni del giudice non sono poi così campate per aria. Anche perché il diritto di autodeterminazione della donna sul proprio corpo non ha niente a che vedere con l’embrione il quale è sì ospitato nel corpo femminile ma non ne è parte integrante. L’embrione è una forma di vita a sé stante rispetto all’organismo ospite, e affermare che l’aborto sia basato su tale diritto è illogico oltreché in effettivo contrasto con i diritti fondamentali e inalienabili degli esseri umani.

La Corte di Giustizia Europea ha affermato che l’embrione è “soggetto da tutelarsi in assoluto”, senza se e senza ma.

Ebbene, la nostra Corte Costituzionale, davanti a un articolo della legge 194 che chiaramente potrebbe essere riassunto con un “Entro i primi 90 giorni, la donna può abortire sempre e comunque, basta che si inventi un motivo sufficientemente valido” -e non esiste un giurista degno di questo nome che non interpreti la disposizione di legge in questo modo-, davanti all’art. 2 della Carta Costituzionale, davanti a una sentenza chiarissima della Corte di Giustizia Europea, ha ancora oggi avuto il coraggio di giudicare la questione

MANIFESTAMENTE INAMMISSIBILE.

Della serie “non prendiamo nemmeno la cosa in considerazione”.

Abbiamo la scienza che ci dice che molte donne, dopo l’aborto, soffrono terribilmente. Abbiamo i dati, che confermano che le procedure abortive, come ogni operazione medica, comportano dei rischi. Abbiamo le statistiche, che ci dicono che la famosa storia della povera ragazza stuprata che vuole abortire è una straminoranza: gli aborti più frequenti sono quelli di donne o (molto più spesso) ragazzine che non sanno gestire il risultato di allegre scopate. Abbiamo la Corte di Giustizia Europea che ci dice che l’embrione va tutelato. Abbiamo un art. 4 della legge 194 che nonostante tutto continua a consentire, entro i primi 90 gg, di abortire sempre e comunque, come se si trattasse di un party. Venghino signore venghino.

Ci lamentiamo tanto della Chiesa che non è certo uno sponsor degli anticoncezionali, e poi, invece di promuoverne la diffusione, ci preoccupiamo di mantenere in vita un articolo di legge che è l’inno nazionale dell’ignoranza anticoncezionale. E festeggiamo se la nostra Corte Costituzionale nemmeno prende in considerazione l’idea che questo articolo possa essere in qualche modo rivisitato. Perché la questione è addirittura manifestamente inammissibile.

Gli anticoncezionali sono un segno di civiltà e libertà. Non una generica licenza di uccidere contenuta nell’art. 4 della legge sull’aborto.

Ma magari sbaglio, ed è davvero un trionfo di civiltà avere migliaia di mamme che hanno abortito e che ora sono in cura antidepressiva. Magari è civiltà sostenere ideologicamente una procedura medica, con tutti i suoi rischi, e sostenere molto meno una procedura quale quella di infilarsi un cappuccio di lattice sul pisello. Magari è civiltà potersi sbarazzare del frutto delle proprie trombate spensierate. Magari la Corte di Giustizia Europea dice cazzate.

Magari è civiltà che una bimba di 17 anni chieda a un giudice di poter abortire senza che i genitori sappiano niente.

Io, personalmente, voglio essere incivile, allora. E voglio preferire i preservativi, le pillole anticoncezionali, le spirali, finanche il “coito interrotto”.

Almeno non ammazzo nessuno.

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Se lo chiedono tutti: il movimento 5 stelle di Beppe Grillo riuscirà a reggere il peso della politica? A Parma, infatti, il nuovo sindaco è un grillino.

Personalmente ho una mia idea. Discutere “per partiti” non ha senso, non ne ha mai avuto e mai ne avrà. Per capire se un determinato sindaco -o qualsiasi altra carica politica- sarà o meno in grado di governare bene è necessario guardare, molto semplicemente ed esclusivamente, alla sua persona.

La cosa è abbastanza chiara, sta davanti ai nostri occhi da anni e anni. Un programma di partito, per quanto casto e puro, non porta automaticamente i membri di quel partito a prendere decisioni che siano in linea con quel programma. La Lega, per anni, ha sbraitato contro uno Stato che riteneva ladro. Eppure molti esponenti leghisti -anche di altissimo livello, non parliamo certo della manovalanza- si sono dimostrati ladri, intascandosi finanziamenti pubblici, almeno tanto quanto gli odiati “romani”. La sinistra moderata (attuale PD) che da sempre ha sbandierato come un proprio marchio di fabbrica la “questione morale” -che è una filosofia per la quale la politica deve (dovrebbe…) sempre essere esercitata guardando anche all’aspetto morale- e ne ha fatto un’arma contro qualunque avversario politico, considerato immorale e incolto, ha fatto esattamente come la Lega: si è intascata svariati milioni di soldi pubblici. Questo sta infatti emergendo dalle dichiarazioni del tesoriere Lusi. Sono così etici e morali che non hanno avuto la dignità (come almeno è avvenuto in Lega) di buttar fuori dal partito a calci nel culo chiunque si fosse a suo tempo intascato dei soldi destinati al partito.

La destra moderata, che a parole è tanto ligia alla famiglia e ai valori tradizionali, è caduta dopo mesi di scandali e scandalicchi attorno a svariate questioni di signorine ben liete di distribuire momenti di gioiosa spensieratezza sessuale. Possibilmente in cambio di qualche regalino.

Signori, i partiti, i programmi di partito, le ideologie di partito, non sono un computer centrale al quale si possano collegare le menti degli esponenti di quel partito per ispirare il loro governo solo ed esclusivamente su quelle ideologie. Ogni uomo, ogni sindaco, ogni militante di qualsivoglia partito è una persona a sé: se si tratta di una persona onesta e disinteressata amministrerà bene indipendentemente da tutto, se è un farabutto ruberà a destra e a manca anche se fosse un rappresentante del partito delle ancelle della carità.

Come superare questa condizione? Un sistema elettorale che preveda la possibilità di eliminare il concetto di “partito” e che sia più concentrato sul singolo eletto, obbligandolo a un qualcosa che in Italia ancora non esiste: il “mandato imperativo”. Cioè l’obbligo, per la persona eletta, di conformarsi a quanto promesso durante la campagna elettorale, pena la revoca dalla carica ricoperta. Un po’ come quando si assume un imbianchino: se ci accordiamo per pitturare un muro di blu e tu me lo fai verde, io ti caccio a pedate e mi rimborsi pure le spese necessarie a ricominciare il lavoro daccapo.

Il Parlamento è fatto da due camere: Camera e Senato. In tutto, 945 parlamentari. Si potrebbe modificare la Costituzione in modo tale da avere un Parlamento monocamerale e formato da 100 parlamentari. Come eleggerli? In Italia ci sono 20 Regioni. Chiunque voglia ambire alla carica di parlamentare potrebbe pubblicare in rete (magari in un sito istituito dalla Regione stessa) il proprio curriculum e il proprio progetto ideologico, sottoponendolo all’attenzione degli elettori della propria Regione. I cinque soggetti di ogni Regione che abbiano raggiunto il maggior numero di voti sarebbero eletti alla carica di parlamentare. Cinque parlamentari (eletti nominalmente e dopo aver consultato curriculum e progetto politico personale) moltiplicati per ognuna delle venti regioni porta esattamente al numero totale di cento.

Un Parlamento molto più snello, agile, democratico e veramente rappresentativo -in maniera equa- di tutta l’Italia. Chiaramente andrebbero modificati anche gli iter legislativi e di riforma costituzionale in riferimento alla nuova struttura parlamentare.

Tutto questo per dire una cosa sola: personalmente non vedo bene Beppe Grillo nelle vesti di uomo politico. Mi sembra non sia in grado di governare. Ma mi riferisco A LUI, alla sua persona: magari il neo sindaco di Parma, che pure è un grillino, è una persona intelligente, preparata e concreta, in grado di amministrare bene indipendentemente dal partito di provenienza.

Io spero -pia illusione!- che prima o poi il sistema partitico verrà superato con una riforma costituzionale che assomigli a quanto ho scritto poco sopra, in favore di una politica che tenda a concentrare l’attenzione sulle qualità e capacità del singolo eletto e non sulla bellezza delle parole di un programma di partito.

Fino ad allora, per lo meno, cerchiamo di avere la decenza di non godere del malgoverno del tale esponente di un partito che magari non abbiamo votato: se Tizio, del tal Partito, governa male e manda il proprio territorio gambe all’aria, non è che il danno è meno grave perché provocato da un grillino o da un leghista. Tot milioni di euro buttati nel cesso sono sempre e comunque una disgrazia. Gioirne è un po’ come essere felici di finire contro un muro di cemento ai centosessanta all’ora mentre si è alla guida di un auto di proprietà di una persona che ci sta antipatica: è vero che gli facciamo un dispetto perché gli polverizziamo la sua -magari costosissima- automobile, ma è anche vero che a bordo di quella macchina ci siamo pure noi…

I grillini hanno avuto buoni risultati: auguriamo loro (e a tutti gli eletti) di svolgere un lavoro eccellente. Non nell’interesse del loro partito, magari perché possano in futuro avere più voti.

Ma nell’interesse della nostra Nazione. Checché ve ne dicano, piddini, pidiellini, leghisti, grillini, vendoliani, sono solo modi variegati e idiotamente separatisti per definire una cosa sola.

Gli italiani tutti.

E’ in corso un blitz della polizia nel rione Sant’Elia, in via Paolo Uccello, Brindisi. Le forze dell’ordine avrebbero individuato l’uomo registrato da una telecamera di sicurezza, il presunto artefice dell’attentato alla scuola brindisina Morvillo Falcone. Si chiama Claudio Strada, tecnico tv, sposato con una donna dell’Est. Ha la mano destra menomata. L’uomo non è stato trovato, è ipotizzabile una sua fuga in Albania, terra d’origine della moglie.

Pubblicherò una sua fotografia (nella quale si possa vedere il viso) non appena mi sarà possibile. Chiunque abbia informazioni su di lui, contatti immediatamente le forze dell’ordine.

PARE CHE CLAUDIO STRADA ABBIA UN ALIBI, QUINDI L’ATTENTATORE NON SAREBBE LUI. AGGIORNERò LA QUESTIONE MAN MANO.

Io non so chi abbia messo quella bomba vicino alla scuola Morvillo Falcone.

Potrebbe essere stata la sacra corona unita. Potrebbero essere stati altri. C’è chi non crede alla pista mafiosa; io stesso ho sempre letto di omicidi “utili”: il mafioso ammazza solo quando la persona da ammazzare costituisce un pericolo concreto. Ammazzano il magistrato che li sta massacrando, il commissario che sta iniziando a conoscere troppe cose, il commerciante che non pagando il pizzo gli manca di rispetto. Non è mai successo che mettessero una bomba con l’intento di ammazzare gente a casaccio, “solo” perché una scuola si era distinta per la lotta ideologica contro la malavita organizzata. Nella fredda logica mafiosa una strage di liceali è una strage inutile, non consente di eliminare nessun personaggio influente e anzi, provoca grane con una giustizia che sicuramente si attiverà con forza.

Però tutto è possibile.

Se di sacra corona unita si tratta, e quindi di mafia, sappiano quei signori che il loro “potere” si fonda sulla paura. Finché questi cani ammazzano dei rappresentanti dello Stato, la reazione della popolazione è la paura. “Se sono riusciti ad ammazzare questo o quel magistrato vuol dire che sono davvero forti: meglio non contrastarli”.

Ma quando iniziano ad ammazzare ragazzini, magari perché infastiditi dalla loro attività culturale dichiaratamente antimafiosa, questi porci smettono di creare paura e iniziano a creare rabbia.

Sappiate che se la paura, finora, ha funzionato, gli italiani sono sessanta milioni.

Avete fatto incazzare sessanta milioni di persone.

Adesso rischiate che la lupara che finora avete rivolto verso l’innocente, venga rivolta verso di voi.

Adesso sono cazzi vostri.

Riposa, Melissa.

 

Abito a pochissimi km da Green Hill. Dieci km. Qui da noi sono anni che si conosce questo luogo. Sono anni che si sa cosa succede al suo interno.

Io, fin da piccolo, possiedo animali. Cani. Li ho sempre trattati con affetto, praticamente come se fossero membri della mia famiglia.

Voglio fare alcuni ragionamenti sul caso Green Hill, ora che è diventato “di moda”: un articolo del genere, infatti, nel 2006 -quando questo blog è nato- non avrebbe incontrato l’interesse di nessuno.

Punto primo: la sperimentazione animale. Io non so se la sperimentazione di un farmaco su un animale possa o meno essere utile alla medicina e alla farmacologia che si rivolgano ad esseri umani. Non sono medico, né mi intendo di cose scientifiche. Posso, umilmente, rimettermi ai pareri di autorevoli persone che ne sanno più di me; purtroppo, però, lo scienziato A mi dice che la sperimentazione animale è fondamentale, e lo scienziato B mi dice che è una puttanata assurda.

Quindi, sulla sperimentazione animale, per ora, ho un parere doppio: se serve, ben venga. Preferisco che un farmaco venga testato su un animale che non su di un essere umano. Se deve avere effetti tossici -magari letali- è meglio che a lasciarci le penne sia un animale (cane, gatto, scimmia, cincillà o sorcio) piuttosto che un essere umano. Questo mi pare semplice buonsenso, epurato da qualsiasi sentimentalismo idiota.

Se non serve, la si fermi subito. Nella mia ignoranza ho dei dubbi sul fatto che non serva: non credo che grosse aziende farmacologiche investano fior di soldi per iniettare farmaci a degli animali così, per sport. Ma ripeto, se non serve, la si fermi. E lo si faccia di corsa.

Finché qualcuno non mi dà un parere serio, definitivo e scientificamente supportato, non posso prendere una posizione altrettanto seria a favore o contro la sperimentazione animale.

Un punto fermo sulla questione Green Hill, però, c’è. E si tratta delle condizioni di detenzione disumane dei cani beagle: indipendentemente dal fine ultimo al quale questi cani siano destinati (sperimentazione, vendita al dettaglio a proprietari premurosi o altro) mantenerli a centinaia in mezzo al sudiciume, nell’oscurità, al chiuso, e nutrirli con cibo sbattuto nelle gabbie -cibo che a un certo punto marcisce- mescolandolo per forza di cose ai bisogni dei cagnolini suddetti, ecco, questa è una assurdità a prescindere.

Ben vengano quindi le proteste.

Ma non TUTTI i tipi di protesta.

Avrete sentito della recente protesta durante la quale alcuni manifestanti si sono introdotti nella struttura -danneggiandola- e hanno sottratto alcuni cani. Dodici di questi manifestanti sono stati arrestati.

Ebbene, queste dodici persone hanno incontrato la solidarietà, praticamente, di tutta Italia. E qui, pur nello schifo che mi fanno le condizioni di detenzione degli animali di Green Hill, m’incazzo io.

C’è modo e modo di protestare. In nessun caso è consentito scatenare il far west. In nessun caso, per quanto una situazione possa apparire (ed essere, in effetti) una porcata, ci si può permettere di infilarsi in una struttura privata e distruggere o rubare quanto sia contenuto al suo interno. Se lo si fa, si viene arrestati. Semplice.

Si può condividere la protesta contro Green Hill; e qui mi troverete sempre dalla parte dei manifestanti.

NON si può condividere quelle degenerazioni della protesta che portano alla distruzione e al furto degli animali. NON SIAMO NEL FAR WEST. Una battaglia, per quanto nobile, non va combattuta con mezzi violenti e illegali.

Ciò detto, consentitemi un paragone. Forse vi darà fastidio, ma me ne sbatto francamente, la ciolla.

Si può essere anti-Green Hill. Si può protestare contro Green Hill. Perché a Green Hill si maltrattano gli animali. Ok.

Allo stesso tempo si può (che so?) essere antiabortisti. Si può protestare contro l’aborto. Perché siamo in democrazia, e si può protestare -rispettosamente, pacificamente e con mezzi leciti- contro quello che si vuole.

Quello che un pochettino mi fa senso è quello che succede dal momento in cui la protesta passa il segno della legalità.

Dei  manifestanti hanno deciso di darsi a una protesta illegale (introducendosi clandestinamente nella struttura e sottraendo ai legittimi proprietari un certo numero di cani) e ottenendo, per questo, il plauso di tutta -dài, siamo ottimisti, mezza- Italia. Per aver perorato, con mezzi illeciti, la causa (nobilissima) del rispetto degli animali.

Che succederebbe se alcuni manifestanti, illegalmente, in un contesto di protesta contro l’aborto, decidesse di infilarsi in una clinica abortiva distruggendo e sottraendo alcuni macchinari più o meno costosi, di fatto perorando, con mezzi illeciti, la causa (che piaccia o no, nobilissima) del rispetto e difesa della vita di esseri umani non ancora nati? Non della difesa degli animali, ma di esseri umani non ancora nati?

A me piace pensare che mezza Italia leverebbe gli scudi a difesa di questi manifestanti esagitati.

Sono un ingenuo?

Eccome.

 Come promesso, pubblicherò le testimonianze dirette di alcuni amici e amiche aquilani, per dar loro voce e farvi comprendere la loro situazione e i loro pensieri dopo quella notte che, per via del terremoto, li ha obbligati a cambiare radicalmente la loro vita. I pezzi non sono in alcun modo censurati o modificati da me.

Quando mi sarà permesso dal diretto interessato, pubblicherò anche il contatto dell’autore in modo tale che chiunque lo desideri lo possa contattare, per qualsiasi motivo.

In questo caso, il contatto (facebook) dell’autrice del pezzo è https://www.facebook.com/sara.aquila

“Gridarono tutti insieme:

Facciamo una città così bella

che nessun’altra nel regno

le si possa paragonare!”

(Buccio di Ranallo

Cronache della fondazione dell’Aquila)

Voglio raccontarvi una storia che risale al 1254, una storia fatta da 99 principi, 99 castelli, 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane.

È la storia della mia città, L’Aquila, ed io voglio raccontarvela come nessuno ha mai fatto dopo la notte del 6 Aprile 2009.

Quando arrivavi la mattina per andare all’università, c’erano la fontana luminosa e il forte spagnolo a darti il buongiorno, col Gran Sasso innevato sullo sfondo; caffè veloce lungo il corso e poi a Via Verdi, accanto al teatro e alla chiesa di S. Bernardino, a seguire le lezioni o a dare qualche esame. A pranzo, pizza alla Perla Nera, caffè all’Arcobaleno da Paola e Armando, magari anche una capatina alla biblioteca comunale, con quel silenzio quasi sacro, che ti dispiaceva rompere strusciando una sedia o facendo cadere una penna!

Quando uscivi dalla biblioteca era già buio.. un salto al Boss per un bicchiere di vino con gli amici e di nuovo a Piazza Palazzo.. se quella piazza potesse parlare, ne racconterebbe di cose!!

Questa era una mia giornata tipo, prima di quella notte.. e si, magari alla fine era noioso, magari tutti saremmo andati via di li una volta trovato un lavoro, per tornare a malapena nei weekend a trovare i nostri genitori..

Poi, però, è arrivata quella notte: 22 secondi che spazzano via 309 vite, 22 secondi in cui io non facevo che pensare “ok, sto per morire, è finita qua!”.

Una notte di polvere, lacrime e sangue, di feriti, dispersi, telefoni che non funzionavano, di te che guardavi la tua casa, ignaro che non ci avresti mai più messo piede, che la guardavi come si guarda un mostro, senza riuscire a spiegarti come, cosa e, soprattutto, perchè.

È arrivato anche il sole dopo quella notte, come uno schiaffo, come a dirti “guarda, coglione, inutile che speri, non c’è più nulla in piedi!”

Ed è così che sono andate e vanno tutt’ora le cose!

Spenti i riflettori sull’emergenza, più mediatica e politica che umanitaria, passato il G8 con le gente nelle tende e i politici comodi negli appartamenti (arredati di tutto punto per l’occasione!) della Guardia di Finanza, passate le porcate della Protezione Civile e dei militari che fanno i padroni a casa degli altri, non è rimasto nulla!!

Montagne di scartoffie, una ricostruzione mai partita, casi antisismiche puntellate (!!!) dopo le ultime nevicate, case sventrate in centro storico, paesi interi ridotti a cumuli di macerie, un silenzio spettrale, rotto ogni tanto da qualche tonfo di muri e travi di legno che ancora continuano a cadere.

Ma non solo! La morte ha colpito i nostri parenti ed amici, le nostre case e le nostre abitudini, ma anche la nostra economia; ormai a L’Aquila o ti accontenti di un contratto a progetto in un call center o te ne vai!

Io sono andata via, dopo quasi 3 anni, ho resistito più che potevo.. è una lotta tremenda tra mente e cuore e, se vuoi sopravvivere, deve vincere la mente.

A L’Aquila ancora si muore! Dopo il terremoto ci siamo ammalati, siamo entrati in depressione, siamo morti di crepacuore..

Il cuore è in frantumi, la mente è in frantumi, l’aquilano è alienato, senza più abitudini, luoghi, semplici sorrisi;

l’aquilano è ancora in esilio sulla costa, perchè le case antisismiche del governo Berlusconi non sono bastate per tutti;

l’aquilano paga il mutuo su cumuli di macerie;

l’aquilano è stato manganellato solo perchè chiedeva una casa, senza colori politici, senza violenza alcuna;

l’aquilano è accusato di essere “piagnone”, di lamentarsi, di pensare che tutto gli è dovuto;

l’aquilano è abbandonato dalle istituzioni e dalla voglia di lottare e farsi valere.. e così si accontenta di un bar che riapre in un palazzo inagibile, di poter fare il “tour degli orrori” per le vie del centro storico riaperte al pubblico, ma deserte e silenziose. Si accontenta per paura di altri rifiuti, per pigrizia, per indolenza, per rassegnazione..

Io avevo 22 anni quando è successo e mi lacera sapere che non rivedrò mai più i posti che amavo, che sono talmente sfiduciata da non riuscire nemmeno a pensare che riuscirò a farli vedere ai miei figli!

Gli italiani non sanno.. sanno solo quello che politici e media hanno decretato come “giusto da sapere” ed io mi metto a completa disposizione di chiunque volesse approfondire, interessarsi alla questione, anche nei suoi lati più macabri, disgustosi, senza porre censura alcuna.

Sono giovane e innamorata di ogni singolo sassolino di quella città, voglio vederla rinascere, voglio farla conoscere a voi, come l’ho conosciuta io: meravigliosa e pulsante di vita, gioiello dell’architettura e mio unico rifugio sicuro.

Informatevi, manifestate con noi, raccogliete fondi, qualsiasi cosa.. ma fatelo!

Non solo per noi, ma soprattutto per una ripresa delle redini della situazione, per far capire ai nostri politici da “quattro soldi” cosa vuol dire POPOLO SOVRANO, per ricordarci che ogni popolo ha il governo che merita e che noi potremmo avere molto di più, soprattutto da noi stessi.

A FINE TESTO, L’INNO “NEARER, MY GOD, TO THEE”, ULTIMO BRANO SUONATO DALL’ORCHESTRA DEL TITANIC

Volente o nolente, in questi giorni ti ci fanno pensare. Una tragedia di un secolo fa, situazioni umane che valgono per sempre. Anche oggi.

No, non voglio raccontare della tragedia del Titanic, credo che già la conosciate, e comunque un documentario può raccontare tutto molto meglio di come possa farlo io. Per una versione romanzata dei fatti c’è pure uno dei migliori kolossal moderni di Holliwood, il famoso film di James Cameron del 1997.

Voglio ricordare solo un particolare di quella vicenda: mentre era chiaro a tutti come la cosa sarebbe andata a finire, e cioè che si stava andando a fondo e che non c’erano scialuppe di salvataggio per tutti, alcune persone hanno scelto di sacrificarsi per aiutarne altre.

Ed è stato un sacrificio non imposto: si poteva cercare una scialuppa con le unghie e con i denti, un modo per salvarsi lo si poteva trovare. E non era nemmeno un sacrificio sostanziale: nessuno aveva, in realtà, il potere di salvare una sola vita che fosse una.

Era un sacrificio che, in quelle spietate circostanze, serviva semmai ad aiutare coloro che sicuramente sarebbero stati obbligati a restare a bordo e morire, a farlo in un’atmosfera che onorasse il trapasso di un essere umano.

Ed è così che otto uomini, George Krins, Roger Bricoux, W. Theodore Brailley, J. Wesley Woodward, P.C. Taylor, J.F.C. Clarke, John Law Hume, diretti da Wallace Henry Hartley, hanno scelto di restare a bordo e suonare. Fino a portarsi sul ponte, davanti alle scialuppe, suonando mentre altri si imbarcavano verso la salvezza davanti ai loro occhi.

Un disastro iniziato con una percezione distorta delle capacità umane da parte di progettisti e responsabili, che consideravano quell’opera umana come “inaffondabile”, fino a spingersi a dire che “Nemmeno Dio potrebbe far affondare questa nave”.

Un disastro finito con degli eroi (ricordiamo che oltre all’orchestra, certamente, ci furono atti di eroismo meno conosciuti) che, consapevoli della loro piccolezza, sceglievano di accompagnare altre persone verso la fine nel modo migliore che conoscessero: facendo il loro dovere. E sapendo di dover condividere con loro la stessa sorte.

E lo facevano suonando, come ultimo brano, “Nearer, my God, to thee” (Più vicino a te, mio Dio), un inno che, siate voi credenti o meno, simboleggia in quelle circostanze la presa di coscienza da parte dell’uomo della propria debolezza davanti a quel Dio che si riteneva incapace di eguagliare un’opera umana, o, se preferite, della propria debolezza davanti alla natura.

Anche oggi siamo in difficoltà. C’è una grave crisi che sta mettendo in ginocchio mezzo mondo. Anche in Italia ne stiamo risentendo. Nessuno di noi singoli cittadini italiani ha il potere di cambiare le cose: il timone sta nelle mani di altri, noi non abbiamo voce diretta in capitolo. Eleggiamo persone, votiamo, è vero, ma poi sono quelle persone a dover manovrare. Noi, singoli, non valiamo niente.

Ma l’eroe non è sempre quello che salva tutti, non è sempre il tizio dall’aspetto scultoreo che ammazza tutti i cattivi e riporta la pace. Eroe è anche quello che, senza clamore, fa qualcosa, per quanto piccola, per il prossimo. E state certi che la somma di questi tanti piccoli “eroi silenziosi” può portare veramente a risultati grandiosi.

La storia dovrebbe insegnare: quelli di noi che hanno particolari competenze, o anche un cuore sufficientemente grande da concepire il privarsi di qualcosa per darlo agli altri, lo faccia. Sento in ogni dove solo gente che incolpa il comandante (I comandantI) di questa nave Italia per averla portata a schiantarsi contro chissà cosa: ci si siede, si piange, si incolpano persone che certamente sono responsabili, si annaspa cercando la propria salvezza. Quanti scelgono di gestire, con un piccolo gesto, la situazione?

Italiani, e popoli che in questo momento stanno vivendo situazioni terrificanti per via di questa crisi: chi di noi può farlo prenda un violino e suoni per tutti quelli che, anche volendo, non possono essere salvati. Chi di noi è in grado di farlo, cerchi, con attrezzi di fortuna, di costruire delle rudimentali scialuppe per rimediare all’errore di quei progettisti che, per decenni, hanno pensato che le navi-nazione non potessero affondare. E faccia salire delle persone.

E chi sopravviverà, impari che l’essere umano non ha mai, in nessun campo, né ingegneristico né economico, la capacità di costruire cose inaffondabili.

Non bisogna essere Rambo, per essere eroi.

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