Il Calabrescia pensiero

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La scienza rende l’uomo più debole? Sì.

Anni fa, se ti ammalavi, o eri forte o morivi. Oggi sopravvivi, tendenzialmente. Non c’è più la selezione naturale; il genere umano è diventato un ammasso di rottami che allo stato brado sopravvivrebbe forse un paio di mesi.

Ma siamo animali superiori; non abbiamo bisogno di essere selezionati come scarafaggi. Io ho la spina bifida e sono zoppo: non crepo di fame perché non riesco a rincorrere un cinghiale e ucciderlo a cazzotti. Abbiamo costruito un sistema che riesce a far vivere sia i forti che i deboli.

I deboli come vivono? Posso dire la mia: non corro, non sono atletico, se voglio mangiar fuori con amici devo sperare di aver portato l’insulina con me. Per studiare mi sono destreggiato tra scuola, università e tante operazioni chirurgiche.

In te, che anche se non ti conosco considero come un fratello (chi soffre è un po’ come se avesse un legame fraterno) vedo una brutta amarezza. Hai in odio la vita e, forse esagero, sarebbe tuo desiderio porvi fine il prima possibile. Non è facile vivere vedendo altri che fanno cose che tu non puoi fare! A sei anni, quando impari a camminare (male) vedi i tuoi amici che si tirano un pallone. E tu stai lì a guardarli. Vai a scuola e nelle ore di ginnastica hai l’esonero. Io raccattavo palle. Loro giocavano, io ributtavo i palloni in campo. Lo facevo pur di fare qualcosa. Iniziano ad avere fidanzate e fidanzati, e tu sei solo. Magari sei anche innamorato, ma Tizia a te ha preferito un altro che è sano e l’ha portata fuori per il week end.

Non è facile vivere in un mondo che ha imparato a salvare i più deboli, ma non ad accoglierli. Curare uno storpio? Due tutori, una carrozzina. Alè, il prossimo. Ma chiedi a qualcuno se sarebbe disposto a vivere, amare, condividere qualcosa con uno storpio. Allora lo storpio inizia a odiare la vita, non sapendo che non è la malattia a essere il problema.

Nella tecnica siamo evoluti, nei sentimenti siamo bestie.

La soluzione non è il consentire la soppressione dei deboli abortendoli, o il permettergli di suicidarsi con l’eutanasia. Bella soluzione. Levate il disturbo, o vi ammazziamo noi oppure ammazzatevi da soli.

Il salto di civiltà vero, che ci distinguerebbe del tutto dalle bestie (e che permetterebbe a me, e soprattutto a te, di vivere meglio) sta nell’impegno di tutti nel non massacrare la vita dei deboli più di quanto non sia purtroppo necessario. Immagina una vita (che non hai vissuto, che non ho vissuto, e che forse non vivremo mai) dove a sei anni sei sì zoppo, ma hai amici che invece di abbandonarti giocano con te. Al momento giusto una bella ragazza ti guarda e dice sì, sei zoppo, ma… ti va di uscire stasera? All’università i professori ti guardano con rispetto, sapendo che non frequenti le lezioni non perché sei un fannullone, ma perché devi far conciliare malattia e studio. E t’incoraggiano.

Noi deboli abbiamo un compito.

Che non è farci ammazzare o levare volontariamente il disturbo. Francamente: il nostro dovere è stare qui, vivere, soffrire nel caso, e insegnare all’uomo come diventare per davvero un essere superiore.

Non più di sessant’anni fa i neri erano considerati come bestie. Quanti di loro avranno desiderato morire o non essere mai nati! Ma sono riusciti a uscire da quella mentalità che pretendeva che ringraziassero di non essere sbattuti a raccogliere cotone e che si accontentassero di essere non-schiavi. E hanno guadagnato la libertà!

Noi siamo massacrati, falciati dagli aborti, e quando nasciamo ci dicono suvvia, suicidati, l’eutanasia è la soluzione civile. Togli il disturbo, negro. E alcuni di noi ci cascano o, semplicemente, si arrendono.

Il nostro compito è “avere un sogno”. Io non mi arrendo. Nemmeno tu.

Chiamateci deboli, ora.

 

Alberto Calabrò

Ennesima occasione per cui la nobile causa della difesa della vita può facilmente essere mistificata dal fan club della legge 194.

La Cassazione, con Sentenza n. 14979/2013 ha rigettato il ricorso di una dottoressa condannata a un anno di reclusione (pena sospesa) per rifiuto od omissione di atti d’ufficio con relativa sospensione per un anno dall’esercizio della professione medica e pagamento di 8000 euro a titolo di risarcimento – più spese processuali – per essersi rifiutata, essendo in servizio di guardia medica presso un ospedale e in quanto obiettrice di coscienza, di assistere una paziente poco prima sottoposta ad aborto, nonostante le richieste di intervento dell’ostetrica e i successivi ordini di servizio, costringendo il primario a recarsi in ospedale per intervenire d’urgenza. Era attuale una situazione di cosiddetto aborto incompleto: il feto era stato espulso, ma non anche la placenta; a ciò era stato richiesto l’intervento della dottoressa.

Non è specificato, elemento fondamentale, se in quei momenti il feto fosse ancora vivo o se la morte fosse già sopraggiunta.

Legalmente, l’obiezione di coscienza può essere opposta per il “compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”. L’assistenza delle donne nelle fasi precedenti e successive all’operazione costituisce invece preciso dovere del sanitario, benché obiettore. Nel caso di specie, l’aborto è stato indotto mediante pillola RU486: accade raramente che in questi casi il bimbo sia espulso (e la gravidanza sia di fatto interrotta) ancora vivo; può un obiettore essere obbligato, in un caso del genere, a procedere distaccando la placenta ed essendo quindi lui stesso la causa ultima della morte del bimbo?

Stando al tenore letterale della legge, si direbbe di sì.

Ma non si può non comprendere che il diritto all’obiezione di coscienza è volto a garantire al medico non tanto la facoltà di non provocare un’interruzione di gravidanza, quanto il diritto a non divenire causa della morte del concepito.

L’art. 12 delle preleggi dispone che la legge vada interpretata secondo il significato proprio delle parole che la compongono, ma dispone anche che questa sia interpretata guardando alle intenzioni del legislatore; questi ha voluto preservare la coscienza morale del medico che non voglia privare alcuno della vita, non certo consentirgli di non partecipare a un atto di per sé moralmente neutro come un’interruzione di gravidanza (posto che, sottilmente, si potrebbe dire che anche un parto prematuro o un parto fisiologico costituiscono “interruzione di gravidanza”, ma senza l’accezione negativa che deriva dalla morte del concepito).

La Cassazione avrebbe dovuto essere più precisa; dirimenti sono le condizioni del feto nel momento in cui la dottoressa è stata chiamata al dovere: se fosse stato morto, allora la dottoressa avrebbe dovuto procedere senz’altro all’assistenza della paziente poiché questo non avrebbe infranto la personalissima legge morale che l’obiezione di coscienza tutela.

Se il feto fosse stato ancora vivo, obbligare l’obiettore a distaccare la placenta (e condannarlo penalmente, qualora si rifiuti di procedere) provocando il decesso del piccolo costituirebbe una vergognosa violazione del diritto all’obiezione, cozzando con le più elementari disposizioni in tema d’interpretazione giuridica.

Ma credo che questo, il fan club della 194, non lo specificherà.

 

Alberto Calabrò

Siamo all’incapacità totale di considerare situazioni di fatto e dar loro un peso relativo. Negli USA gli attivisti del movimento in difesa dell’aborto legalizzato hanno estratto un nuovo coniglio dal cilindro: l’aborto sarebbe buono e giusto poiché baluardo della libertà dei sessi; a dover sopportare l’onere di una gravidanza – com’è ovvio – è sempre una donna. Dato che gli uomini sono naturalmente dispensati da questo gravoso compito, bisognerebbe consentire – senza restrizioni, senza particolari motivazioni che giustifichino la scelta – a qualsiasi donna di abortire. Tu, uomo, non partorisci? Bene, nemmeno io. Evviva la parità dei sessi. Parrebbe il solito ragionamento all’americana, la solita sparata buttata lì. Lo sarebbe, se il Presidente Obama non avesse avvalorato questa immane bestialità rilasciando la seguente dichiarazione: “Dobbiamo essere certi che le nostre figlie abbiano gli stessi diritti, opportunità e libertà dei nostri figli di poter seguire i loro sogni.”

Massì, noi siamo in Italia. Noi abbiamo la Costituzione, che prevede pacificamente che ci possano essere diversità – purché naturali, non imposte – tra essere umano ed essere umano, e che in tal caso sia compito dello Stato rimuovere qualsiasi ostacolo che possa impedire, a causa di queste, il pieno sviluppo della persona umana. Eguaglianza sostanziale, si chiama. E siccome la riproduzione è necessaria, pena l’estinzione del genere umano, nella nostra società è da escludere che la parità tra uomo e donna possa raggiungersi attraverso la soppressione di questa; semmai saranno adottati provvedimenti statali atti a tutelare le donne madri a livello economico, lavorativo e sociale. Abbiamo la scienza medica, che nel suo orientamento maggioritario vede coincidere l’inizio della vita umana fin dalla fusione tra uno spermatozoo e una cellula uovo. Abbiamo la nostra Corte di Cassazione, che in una Sentenza del 2009 afferma testualmente: “Il concepito, pur non avendo una piena capacità giuridica, è comunque un soggetto di diritto, perché titolare di molteplici interessi personali riconosciuti dall’ordinamento sia nazionale che sovranazionale, quali il diritto alla vita, alla salute, all’onore, all’identità personale, a nascere sano”. Abbiamo il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che vietano la brevettabilità di qualsiasi invenzione che preveda l’utilizzo di embrioni umani – e vietando l’uso di embrioni per scopi scientifici, ad maiora se ne vieta la soppressione sistematica – e la precisazione che “costituisce un «embrione umano» qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi.” Siamo colti, noi, e la filosofia ci racconta da millenni come l’essere rimanga sempre uguale a s’è stesso pur mutando continuamente nelle forme; è il panta rei di Eraclito, il nascituro si fa’ infante, che si fa’ adulto, quindi anziano; ma resta sempre un essere umano.

Abbiamo la legge 194 che, al suo art. 4, consente a ogni donna gravida di abortire per qualsiasi motivo. Formalmente dei limiti ci sono, ma sono facilmente eludibili. E questo è concesso da oltre trent’anni.

Prepariamoci, l’America non è poi lontana come sembra.

Alberto Calabrò

 

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Nome: Alberto

Cognome: Calabrò

Luogo e data di nascita: Brescia, 12 ottobre 1987

 

Ho conseguito il diploma di maturità scientifico-sperimentale (bilinguismo inglese-tedesco) presso il Liceo Scientifico “Vincenzo Capirola” di Ghedi (BS) nell’anno scolastico 2005/2006;

ho conseguito il diploma di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia nell’anno accademico 2011/2012, discutendo una tesi di impostazione bioetica dal titolo “Valutazioni socio-giuridiche sulla legge 22 maggio 1978 n. 194”;

a partire dal 1 settembre 2011 sono iscritto al Registro dei Praticanti Notai, svolgendo -e completando, il 14 febbraio 2014-  la relativa pratica notarile presso il Notaio Daniela Masucci;

ho frequentato un corso di alta formazione professionale (anno 2012/2013) presso la Scuola Notarile Viggiani di Milano;

per passione automobilistica, curiosità e soddisfazione personale, sono iscritto alla Facoltà di Ingegneria Meccanica all’Università degli Studi di Brescia dall’anno accademico 2013/2014, intendendo specializzarmi a suo tempo nell’automotive.

 

Amministro il mio blog “Il Calabrescia pensiero” dall’aprile 2007, dai contenuti che variano dal faceto ad articoli d’opinione.

Dal mese di maggio dell’anno 2013 collaboro stabilmente – in qualità di redattore – con la rivista di bioetica e biodiritto “Notizie Pro Vita” e con il relativo sito internet.

Da novembre 2013 scrivo per il blog campariedemaistre.com in qualità di redattore.

 

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