Il Calabrescia pensiero

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Altro video girato con gli amici della Red Bandana. Attualità in chiave sarcastica. Io sono il tizio spelacchiato e azzoppato. 😀

Riporto un articolo del Corriere della Sera datato 31 luglio 1997

“Il figlio del sostituto procuratore di Milano Ilda Boccassini, il venticinquenne Antonio Pironti, e’ stato coinvolto l’altra notte a Ischia in una rissa nei pressi di una discoteca. E insieme con i suoi amici (e i loro rivali) e’ stato denunciato. L’episodio e’ accaduto poco prima delle cinque del mattino all’esterno del night “Il Valentino”, nella zona di Ischia Porto. Pironti sta trascorrendo sull’isola, di cui e’ abituale frequentatore, le vacanze estive, e nella notte tra lunedi’ e martedi’ era stato in compagnia di due coetanei, Lucio Grassi e Luca Matrone, entrambi napoletani. Che cosa abbiano fatto i tre prima di arrivare davanti al night dove poi e’ scoppiata la rissa, e’ difficile dirlo. Ma probabilmente nulla di piu’ o di meno di quello che fanno tutti i giovani e giovanissimi durante le notti dell’estate ischitana: si sta un po’ in discoteca, poi si va a prendere il gelato in piazza, quindi si arriva magari fino alla spiaggia e alla fine si ricomincia il giro daccapo. E il giro di Pironti, Grassi e Matrone e’ finito davanti a quel locale sorvegliato da due forzuti fratelli, Vincenzo e Ciro Cofano, 32 e 33 anni, che al “Valentino” lavorano come buttafuori. Ed e’ stato con loro che Pironti e i suoi amici se le sono date di santa ragione. Pare che al momento di entrare nel locale i tre ragazzi siano stati bloccati perche’, secondo quanto hanno raccontato alcuni testimoni, sembravano un po’ troppo su di giri, e i fratelli Cofano devono aver pensato che sulla pista da ballo avrebbero potuto creare problemi. Invece i problemi sono cominciati subito. Perche’ tra i buttafuori e i tre ragazzi sono immediatamente volate parole grosse, e altrettanto in fretta si e’ passati a far volare pugni e calci. Alla scena era presente un carabiniere in borghese, Mario Perrotta, 30 anni, che ha cercato di intervenire per calmare gli animi, ma ha rischiato di uscirne peggio di tutti: uno degli amici di Pironti, Lucio Grassi, lo ha infatti aggredito violentemente, forse senza nemmeno capire che aveva di fronte un carabiniere. Per lui e’ poi scattata anche la denuncia di oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. La rissa e’ andata avanti fino a quando sono arrivati altri carabinieri che hanno bloccato i cinque e li hanno accompagnati in caserma. Grassi e Matrone, pero’, hanno dovuto prima fermarsi al Pronto soccorso dell’ospedale Rizzoli: mettersi contro due buttafuori e’ costato a entrambi parecchie ammaccature.”

La storia si concluse con una denuncia a piede libero per Antonio. Il GUP pronunzierà sentenza di non luogo a procedere (in parole povere, il giudice disse che il ragazzo non doveva essere processato.

Questo provvedimento, il GUP lo prende in situazioni particolari quali: qualora ritenga o accerti che ci siano degli elementi contraddittori riguardo ad una causa di estinzione del reato, di improcedibilità dell’azione, al fatto che non costituisce reato, che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non sussiste.

Oppure… oppure si indaghi meglio la vicenda.

Strana morale, strana considerazione dell’uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge. O innanzi al senso dell’onore e del decoro.

Siamo in una società degna di trattamento sanitario obbligatorio: si proclama laica e contro l’ingerenza vaticana, salvo appellarsi a pareri di illustri porporati quando questi fanno il gioco di chi li accetta (ma guai, quando i suddetti si esprimono riguardo eutanasia e aborto!), si proclama sostenitrice del diritto alla privacy, ma solo alcuni degni personaggi sono considerati degni di tale diritto, società che ha fatto della pillola anticoncezionale e della sessualità libera dei simboli di libertà ed emancipazione della donna salvo poi, all’occorrenza, dichiarare il sesso una riprovevole abitudine peccaminosa, e le donne che vi si dedichino al di fuori della pia circostanza matrimoniale (e, accidenti, comunque senza finalità procreative, non si fa per piacere o per semplice amore, bricconcelli) diventano luride cagne in calore.

Principii etici e morali a comando: un giorno questo va bene, il giorno dopo va male; se lo faccio io è perchè sono una persona libera e distaccata da biechi canoni conservatori, se lo fai tu è perchè sei un erotomane/lurida zoccola vogliosa di uccelli che infanga la categoria femminile. Vabbè.

Ma un sistema così, prima o poi, è destinato a diventare, per stare in tema, un puttanaio.

Il fatto? Nel 1982, la magistratissima Ilda Boccassini viene sottoposta a procedimento disciplinare davanti al Consiglio Superiore della Magistratura per “aver mancato ai propri doveri, per aver tenuto fuori dell’ufficio una condotta tale da renderla immeritevole della considerazione di cui il magistrato deve godere, così pure compromettendo il prestigio dell’ordine giudiziario”. Come mai? L’oggetto del procedimento era una scabrosa (?) e peccaminosa (?) situazione: la Nostra si era infatti lasciata travolgere dall’ormone davanti al Palazzo di Giustizia di Milano -presso il quale ella era Sostituto Procuratore- scambiando, con un giornalista di Lotta Continua, ardenti baci e abbracci sulla pubblica via.

Io sono sempre stato sostenitore della teoria “quel che fai per cazzi tuoi, se non è reato, dovresti esser libero di farlo senza che i benpensanti vengano a romperti le palle aggiungendo a responsabilità civili e penali anche responsabilità morali”. Benchè la sora Ilda fosse sulla pubblica via, mi sento, riguardo al fatto, dalla sua parte: insomma, leggendo il motivo del procedimento disciplinare ti aspetteresti che la piccante togata avesse quantomeno consumato un rapporto carnale completo di varie sfumature poco ortodosse degno delle migliori produzioni statunitensi, mica di qualche bacetto e qualche abbraccio. Infatti la sezione disciplinare del CSM, con saggezza, così sentenziava ad un anno dall’inizio del procedimento: “nel ribadire il proprio orientamento in materia di diritto alla privacy del magistrato, ritiene che il comportamento della dottoressa Boccassini non abbia determinato alcuna eco negativa né all’interno degli uffici giudiziari, come provano le attestazioni dei colleghi della Procura, né all’esterno”. Come dire: il magistrato ha diritto alla privacy, ha il diritto a fare quel cazzo che più gli garbi (e ci mancherebbe), sempre ammesso che ciò non comporti eco negative negli ambienti degli uffici giudiziari e nell’opinione pubblica. Procedimento e sentenza, all’epoca, se svolti all’interno del CSM erano materiale, per così dire, “top secret”. Dal 1985 in poi, invece, sia il procedimento che le sentenze a carico dei magistrati presso il CSM sono diventati, per legge, materiale non coperto da alcun segreto (mi pare che addirittura vengano trasmessi in tempo reale via radio, se non vado errato).

Arriviamo ai giorni nostri, giorni in cui se a qualcuno viene anche solo il sospetto che tu possa aver combinato qualche marachella, allora puoi star sicuro che sui giornali salterà fuori il tuo nome, pubblicazioni delle tue telefonate, le tue foto. Illazioni fondate più o meno sul nulla riguardo alla tua colpevolezza. Così, alla bella faccia della presunzione di innocenza, agli occhi dell’opinione pubblica, tu diventi colpevole di quel fatto, piccolo o grande che sia. E non venitemi a dire la bella cazzata che quel che conta è la sentenza: puoi anche essere assolto in tribunale, ma se i media ti hanno sputtanato per tutta la durata del processo (mesi? anni?) allora puoi star sicuro che quando sarai un uomo libero tutti (o molti, o anche uno solo) ti additeranno come colpevole. Perchè bisogna anche considerare la strana italica abitudine del considerare le sentenze di assoluzione come  un “errore dei giudici”: l’han condannato? Bravi, buttate le chiavi della cella nel cesso. L’hanno assolto? Porca puttana, ‘sti giudici di merda che liberano i delinquenti.

Innanzi allo sputtanamento generale di chiunque sia sottoposto a procedimento (e che sia penale, e che il soggetto sia famoso, o comunque che la vicenda faccia audience, sennò come facciamo a guadagnare sulla altrui dignità?) una giornalista de “Il Giornale”, Anna Maria Greco, si chiede se ad esser implicati in piccanti situazioni, se ad essere sbattuti sui giornali siano solo i normali cittadini, o possano esserlo anche i togati, rinvenendo tale storiella, e riportandola sulla carta stampata.

La magistratissima, parecchio irritata, decide che per punire lo sgarro non basti un’invettiva, e che subito debba intervenire l’ordine costituito: e manda i gendarmi con i pennacchi e con le armi a ravanare in casa della Greco, della sede de “Il Giornale”, del direttore Sallusti, e di un membro laico del CSM sospettato di aver fatto la spia passando alla giornalista queste “scabrose” informazioni. Pubblicare una vicenda processuale, precisando che dall’azione disciplinare non sono poi state rinvenute colpe nella togata, è stato ritenuto più grave del pubblicare tante intercettazioni, notiziole, illazioni (in ogni caso di cronaca c’è sempre il presunto colpevole -ma non si era presunti innocenti?- a cui viene fatto il processo patinato) che invece, come si sa, non hanno la stessa serietà e garanzia di verità (processuale, almeno) che può dare il resoconto di un procedimento.

Qui c’è da fare una scelta: o accettiamo il sistema da trattamento sanitario obbligatorio per intero, e tutti ci adeguiamo (magistrati inclusi) a metterci a 90 gradi e farci inculare mentre una qualsiasi persona dice infamie sul nostro conto (magari non decantando i nostri peccati civili o penali, ma i nostri peccati morali), le quali verranno prontamente recuperate dalla stampa, con sentenza inappellabile lasciata a qualche milione di baduba; o finalmente la finiamo di dare peso a questioni irrilevanti -o, se rilevanti, di fare le spie dalle Procure pur di vendere la notiziola e farci qualche euro- di elevare la morale a legge, di fare processi sulla riviste.

A mio parere, metterci tutti a 90 non sarebbe il massimo della vita: bisogna solo smetterla di divulgare materiale che -per tutelare una persona innocente fino sentenza definitiva- potrebbe danneggiare l’immagine pubblica di un innocente (famoso o non famoso, potente o meno) e smetterla di parificare morale e legge, piaggiando tra l’amor della giustizia sacra con quello della giustizia profana. Altrimenti abbiamo tutti da perderci qualcosa: se è vero che non tutti hanno mai commesso un reato, quasi tutti hanno, almeno una volta, fatto qualcosa di moralmente discutibile…

Ciò detto, caro Silvio: non è che la situazione la cambi limitando le intercettazioni. Io, da cittadino, sono ben contento di essere ascoltato, non avendo io nulla da nascondere, perchè così come ascoltano le mie telefonate (e ho la certezza matematica di essere stato intercettato qualche volta) ascoltano anche telefonate di tanta altra gente che, forse, proprio così “puro” come me non lo è. Il vero dilemma sono le telpe nelle procure, i funzionari che dovrebbero tenere la bocca chiusa. Perchè essere ascoltato non mi interessa, se chi mi ascolta dice “ok, questo tizio non fa nulla di male, cestiniamo il materiale”, ma mi fa girare estremamente i coglioni se, avendo lui qualche dubbio sulla mia condotta, decida non solo di esercitare una qualsiasi azione nei miei confronti (sacrosanto, se abbia qualche dubbio sul mio conto) ma anche di rendere pubblico il materiale provocando tante sentenze quante sono le teste dei lettori. Questo, caro Silvio, è grave. Le sentenze della stampa. Lo sputtanamento pubblico. Non il sacrosanto dovere di un magistrato di intercettare chi diavolo voglia, per svolgere al meglio il proprio lavoro.


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