Il Calabrescia pensiero

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Questo sarà un pezzo abbastanza lungo. Ma ti illustrerà la storia di un italiano attualmente detenuto negli USA per una sentenza di condanna per omicidio. A quanto pare, sentenza ingiusta.

GLI ANTEFATTI

Negli anni ’90 Enrico si trasferisce a Miami (Florida), dove intraprende un’attività di regista e presentatore televisivo. Si dedica anche ad intermediazioni immobiliari ed è proprio svolgendo questa attività che conosce Anthony Pike, che si presenta come proprietario di un omonimo albergo sull’isola di Ibiza, in Spagna. Questo albergo aveva goduto di una certa notorietà negli anni ’80, seguito poi da uno spaventoso declino che lo aveva portato al fallimento. Nel 1997 Anthony Pike parte per Miami, ospite di un tedesco di nome Thomas Knott, che da qualche tempo soggiornava a Williams Island, vicino all’appartamento di Enrico. Knott conosceva bene il Pike, essendo stato assiduo frequentatore dell’albergo durante la sua epoca d’oro. Solo in seguito si scopriranno i veri profili di questi due personaggi: Pike, in quel periodo, si trovava comprensibilmente in estreme difficoltà finanziarie; Knott un ladro condannato in Germania a sei anni di carcere per truffe miliardarie, scappato durante un periodo di libertà vigilata e approdato a Miami, dove svolgeva, all’ombra di falsi documenti procuratigli da Pike un’attività di copertura come istruttore di tennis. In realtà continuava le proprie attività truffaldine (25 accuse in poco più di sei mesi). L’ultima fu proprio quella tentata ai danni di Enrico Forti, convocando Anthony Pike a Miami con l’intento di vendere il citato hotel fallito, sebbene non fosse più di sua proprietà da oltre un anno. Durante le trattative compare sulla scena Dale Pike, figlio di Anthony, che in passato era stato allontanato dall’albergo di Ibiza per gravi dissapori con il padre e probabilmente anche con Thomas Knott, suo ex compagno di baldorie. Dale Pike doveva, in quel momento, lasciare precipitosamente la Malesia, per motivi non accertati, e per questo si rivolse al padre, trovandosi in questo stato di necessità completamente privo di denaro. Anche Pike padre, però, non aveva alcuna disponibilità finanziaria, e chiese l’aiuto di Enrico Forti con il quale era da poco entrato in trattative per la (truffaldina) compravendita dell’albergo. Forti collabora, e alla fine di gennaio 1998 paga a Dale Pike il biglietto aereo dalla Malesia alla Spagna. Il padre Anthony lo raggiunge in Patria. Quindici giorni più tardi, Anthony Pike telefona a Enrico prospettandogli il suo ritorno a Miami, questa volta in compagnia del figlio Dale. Il giorno del loro arrivo viene programmato per domenica 15 febbraio 1998. Convince nuovamente Enrico Forti ad anticipare il denaro per pagare i biglietti aerei. Due giorni prima della partenza Anthony telefona a Enrico, adducendo problemi personali e prorogando il suo appuntamento con lui a New York per il mercoledì successivo, il 18 febbraio. Il figlio Dale invece sarebbe arrivato da solo a Miami proprio il 15 febbraio; Anthony chiede a Enrico il favore di andarlo a prendere all’aeroporto per ospitarlo a casa sua. Enrico acconsente. Dale, arrivato a Miami, gli chiede di essere portato al parcheggio di un ristorante a Key Biscayne, dove amici di Knott (il truffatore tedesco) lo stavano attendendo e coi quali avrebbe trascorso alcuni giorni in attesa dell’arrivo del padre. Enrico, quindi, gli dà un passaggio fino al luogo indicato, arrivando verso le ore 19. Il suo contatto con Dale Pike, mai visto né frequentato prima di quel giorno, era durato circa una mezz’ora. Il 16 febbraio un surfista ritrova il cadavere di Dale Pike in un boschetto che limita una spiaggia a poca distanza dal parcheggio dove Enrico lo aveva lasciato. Due colpi di pistola calibro 22 alla nuca, denudato completamente ma con vicino il cartellino verde di cui viene dotato alla dogana chiunque entri negli Stati Uniti. La morte viene fatta risalire tra le ore 20 e 22 del giorno precedente, poco tempo dopo il suo commiato da Enrico. Fu provato che Enrico Forti alle ore 20 si trovava all’aeroporto di Fort Lauderdale.

L’INIZIO DEI PROBLEMI

Mercoledì 18, a New York, dove si era recato per l’incontro con il padre di Dale, Enrico apprende la notizia dell’omicidio. Non avendo più notizie nemmeno del padre Anthony, che non si era presentato, Forti torna immediatamente a Miami ed il giorno seguente, 19 febbraio, si reca spontaneamente alls polizia per rispondere a una convocazione come persona informata dei fatti. Durante questa convocazione, la polizia lo informò falsamente che oltre a Dale anche il padre Anthony era stato trovato cadavere. Anthony Pike invece era vivo e sotto protezione della polizia stessa dal giorno precedente. Terrorizzato dal precipitare degli avvenimenti, Forti nega di aver mai incontrato Dale. La sera del 20 febbraio, ormai resosi conto della gravità della situazione, torna alla polizia per consegnare una serie di documenti relativi al rapporto d’affari con il padre della vittima. Si presentò senza l’assistenza di un avvocato, anche per la garanzia di un ex capo della squadra omicidi da lui conosciuto che lo aveva assicurato trattarsi solamente di dare alcuni chiarimenti per aiutare le indagini della polizia. Invece venne immediatamente arrestato e sottoposto a un interrogatorio di quattordici ore, durante il quale ammise di aver incontrato Dale Pike il 15 febbraio nelle ore precedenti il suo omicidio e di averlo accompagnato al parcheggio del ristorante Rusty Pelican a Virginia Key.

Ecco la traduzione letterale del testo introduttivo della teoria sulla quale il PM ha fondato le sue accuse.

“La teoria dello Stato sul caso era che Enrico Forti avesse fatto uccidere Dale Pike perché sapeva che Dale avrebbe interferito con i suoi piani per acquisire dal padre demente, in modo fraudolento, il 100% di interesse di un hotel di Ibiza. Dale aveva viaggiato verso Miami dall’isola di Ibiza in modo che Forti avrebbe potuto “mostrargli il denaro” -quattro milioni di dollari richiesti per la transazione- per l’acquisto dell’albergo di suo padre. Forti semplicemente non lo aveva. Forti incontrò Dale all’aeroporto e lo condusse alla morte”.

Non è vero che Dale Pike, la vittima, costituiva un ostacolo per i piani di Forti di acquistare l’albergo. Non ne aveva alcun potere.

Non è vero che il padre Anthony fosse un vecchio incapace di intendere e volere. Tutt’altro. A suo tempo, molte testimonianze lo consideravano un astuto e sveglio uomo d’affari. D’altronde al processo non è stato presentato alcun documento che comprovasse la sua presunta demenza, né da parte di un tribunale, né di una qualsiasi commissione medica.

Non è vero che Enrico Forti volesse appropriarsi in maniera fraudolenta del 100% dell’hotel. Anzi si è scoperto che l’albergatore tentava di vendere al Forti un hotel che da molto tempo non era più suo. Una truffa. Anthony Pike stesso lo aveva ammesso in una deposizione rilasciata a Londra prima del processo, dicendo chiaramente che intendeva rifilare a Chico un “elefante bianco”.

Non è vero che Dale aveva viaggiato a Miami “per vedere il denaro contante”, quattro-cinque milioni di dollari, che il Forti avrebbe dovuto pagare. L’accordo di compravendita prevedeva il pagamento nell’arco di tempo di sei mesi, parte in contanti, parte in permuta di due appartamenti e parte con l’assunzione dei debiti dell’albergo con le banche. La supervalutazione di quattro-cinque milioni di dollari del valore dell’albergo è una stima del tutto inventata. A tutt’oggi il suo valore reale è meno di un milione di dollari.

Alla base di tutte le accuse viene evidenziato il movente della truffa, nella quale magicamente il Forti passa da truffato a truffatore, per di più assassino.

Il rito del processo americano prevede che l’ultima parola spetti di diritto all’accusa quando l’imputato si è avvalso della facoltà di non rispondere oppure non è chiamato al banco dei testimoni. Il pubblico ministero ha sfruttato questa opportunità puntando tutto proprio nello spazio finale a lui concesso, approfittando anche del fatto che la giuria deve decidere il suo verdetto basandosi esclusivamente sulla propria memoria del dibattimento, e non avvalendosi di documenti. Logico quindi che nella mente dei giurati rimangano impresse più le ultime parole dell’accusa che non quelle della difesa. Questo si verifica quando l’oratore è particolarmente bravo e non c’è dubbio che Reid Rubin, il pubblico ministero, lo sia. Ma la responsabilità più grave della faccenda ricade sugli avvocati della difesa: loro conoscevano, ovviamente, le regole procedurali. Perché quindi concedere questo enorme vantaggio all’accusa? Disarmante la spiegazione data dai legali nel consigliare Enrico Forti di non presentarsi alla sbarra:

Tu hai detto una bugia, quindi sei esposto al massacro di immagine che l’accusatore può dare di te ai giurati. Quindi meglio non rischiare. Inoltre, non essendoci prove, nessuna giuria al mondo potrà emettere un verdetto di colpevolezza nei tuoi confronti.”

Anche il pubblico ministero s’è guardato bene dal chiamare Enrico Forti alla sbarra. Il suo disegno accusatorio era proprio fondato su questa possibilità: avere l’ultima parola per convincere una giuria che può anche essere stata non molto attenta durante il precedente dibattimento. Durante l’arringa del pubblico ministero la difesa ha sollevato un’infinità di obiezionimolte rifiutate, alcune accettate. Il giudice, in quasi tutte le occasioni, ha invitato gli avvocati a sollevare le proprie rimostranze in appello, che poi sarebbe stato sistematicamente rifiutato.

LA SENTENZA
La decisione della Corte, riportata nella traduzione letterale:
“La Corte non ha le prove che lei, sig. Forti, abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale.”
Non verrà mai concesso un processo d’appello.

 Senza addentrarmi ulteriormente nei tecnicismi del procedimento penale statunitense e nelle relative irregolarità verificatesi nei confronti di Enrico (dallo “speed trial” negato, alla violazione della Convenzione di Vienna, alla violazione del cosiddetto “diritto Miranda”), credo sia sufficiente la lettura della sentenza per far capire, anche a un non addetto ai lavori, come il tutto sia stato condotto in maniera raffazzonata.

Sono quasi dodici anni che un nostro connazionale è in carcere per via di questa raccapricciante vicenda umana e giudiziaria. 

Sarebbe il caso, magari, che il nuovo Governo, tra gli altri impellenti impegni per via della crisi economica, cerchi di fare luce su una vicenda che, al momento, appare oscura e disumana.

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IL VIDEO DELLE IENE

Tanto sono furbi in certi loro servizi, tanto sono imbranati e disattenti nelle piccolezze. Piccolezze che stavolta hanno massacrato ulteriormente la vita di una ragazza che si era a loro rivolta.

Ieri sera, all’appuntamento settimanale de “Le Iene” su italia1, è andato in onda un servizio riguardo a una ragazza (che avrebbe voluto rimanere anonima…) la quale ha avuto la sfortuna di intraprendere una relazione sentimentale con un bastardo; con lui era solita girare materiale hard. A relazione finita, il figlio di puttana ha ben pensato di pubblicare tutto il materiale da loro girato nei momenti di intimità. Filmati e fotografie.

Diligentemente, rispettando la sua volontà di rimanere anonima, le iene non hanno mostrato il viso della sventurata ma hanno commesso un errore gravissimo: come a voler dare le prove della veridicità della vicenda hanno ripreso la schermata di un computer su Google, hanno oscurato il nominativo, e hanno detto “Vedete? Se digitate il suo nome compaiono tot risultati.” Venivano mostrate anche fotografie e spezzoni di filmato, censurati per quanto riguarda il viso, ma riconoscibilissimi in quanto a ambientazione e fisico della ragazza.

Avviando la ricerca su google, nei risultati il nome veniva sempre oscurato (così come tutti i dati sensibili) ma non veniva oscurato il nome del sito né certe frasi di presentazione del materiale. Del tipo “Io che mi tocco”, per capirci.

Ho provato ad avviare la ricerca (qualche minuto dopo il servizio), non tanto per la curiosità verso materiale scabroso, quanto per verificare la reale tenuta della tutela della privacy per quella ragazza. Mi sembrava troppo strano che fosse stato commesso un errore così immenso. Si è trattato di due semplici “click”, non di una ricerca particolarmente difficile.

Il risultato è stato allucinante.

Chiunque digitasse il nome dei siti apparsi in quella schermata google (non censurati) associato alle frasi di presentazione del materiale, poteva tranquillamente accedere al nominativo della ragazza.

Ottenuto il nominativo, poteva accedere a TUTTI I DATI SENSIBILI: indirizzo, telefono, tutto. Questo perchè l’ex fidanzato, oltre a pubblicare il materiale, ha voluto farla passare per una escort: pubblicandone i recapiti ha fatto in modo che venisse molestata da uomini che la ritenevano una prostituta. Una bastardata in più per vendicarsi del fatto di essere stato mollato. Oggi, le stesse informazioni, permettono semplicemente di identificarla senza alcun dubbio e di sapere tutto sul suo conto.

E se ci fossero stati dei dubbi, si poteva sempre associare il nominativo alle immagini e filmati mostrati nel servizio, visto che, come ho già detto, sia l’ambiente che il fisico della ragazza erano identificabili senza alcun dubbio. Addirittura in alcune foto e filmati indossa dei capi d’abbigliamento con colori particolari, se si volessero avere ulteriori riscontri.

Non avrei mai scritto questo pezzo se non avessi notato, oggi, che di fatto non esiste più segretezza riguardo all’identità di questa ragazza. Se prima era necessario almeno un piccolo sforzo per risalirvi, ora credo che basterebbe digitare “le iene” associato a “pornoricatto”. Che poi era il titolo del servizio, se non erro.

La cosa veramente brutta di questa storia è che questo materiale pornografico non può essere eliminato dalla rete, come dice la Polizia Postale nel servizio. Questo perchè è stato (malignamente e furbescamente) condiviso tramite sharing: per cancellarlo sarebbe necessario, in pratica, andare casa per casa e cancellare la memoria di tutti i pc che abbiano memorizzato quelle informazioni. E si parla di centinaia di migliaia di postazioni.

O meglio, milioni. Perchè se prima del servizio le immagini della ragazza potevano essere state scaricate al massimo al suo paese, e (esagerando!) nella sua regione -era verosimile pensare che il materiale fosse stato scaricato solo da poche persone-, ora tutti possono andare in quei siti e scaricare fotografie e filmati. In tutto il territorio nazionale.

Quindi il meccanismo dello sharing, da ieri sera, si è potenziato esponenzialmente.

Giudicate voi. Capirete che per arrivare al nome della donna non ci vuole certo un genio. E se fosse stata una denuncia contro la camorra? Che rischi avrebbe corso questa ragazza?

IL VIDEO DELLE IENE

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Questa sembra una storia da 007, ingarbugliata come non mai. Una vicenda di alcuni anni fa che all’epoca avrebbe potuto travolgere senza tanti complimenti l’allora Ds (Democrazia di Sinistra) e che oggi, a vaso di Pandora scoperchiato, rischia di mandare nel panico molti sinistrorsi di allora, tuttora in servizio permanente effettivo.

Parlare di questa storia credo faccia bene, in un momento della storia d’Italia nel quale il reato più grave e nefando per un uomo politico pare essere l’abbandonarsi tra le voluttuose braccia di una mignotta.

Altro che mignotte, signori.

Parliamo del saccheggio ai danni di Telecom Italia (e dello Stato italiano), nel momento della sua privatizzazione.

Nel 1997, quando il governo Prodi mise sul mercato le azioni telefoniche in possesso del Tesoro, le vendette -chiariamo, erano azioni pagate dai contribuenti, da noi, tramite le tasse, per circa cinquant’anni- per una cifra irrisoria: in un anno il valore di mercato di Telecom era già aumentato più del quintuplo (più 514 %).

Prodi svendette un patrimonio nostro, dello Stato. Forse un regalino ad amici? Della serie, ti vendo queste azioni a 2 lire, in modo poi da fartene guadagnare centinaia quando le venderai al reale prezzo di mercato. Peccato che così facendo, sì, si arricchiscono gli amici, ma si razziano le casse dello Stato. Le tue, le mie.

C’è però da “spezzare una lancia” in favore del Governo (o governo) Prodi: suvvia, quelle azioni non valevano sul serio cinque volte tanto. Perchè quel valore, in realtà, si raggiunse anche grazie a furberie e dichiarazioni truffaldine da parte del governo stesso, al fine di stuzzicare gli investitori e far, così, levitare le quotazioni.

Si proclamò che di Telecom si voleva fare una public company. I piccoli risparmiatori furono invitati a comprare da una campagna martellante, e infatti comprarono l’85% delle azioni. Gran colpaccio.
La fiducia dei risparmiatori fu artificialmente accresciuta dall’affermazione, emanata dal Tesoro, che la AT&T, colosso USA delle telecomunicazioni s’era precipitata a comprare ben il 2,4% della nostra Telecom: una presenza che aumentava il prestigio (il valore) di Telecom.

Ma non era la verità.

Quel 2,4 % restò semplicemente al Tesoro, fino a quando AT&T rese pubblico che non aveva mai pensato di comprare alcunchè.
Ministro del Tesoro era allora Ciampi, che diventerà poi Presidente della Repubblica. Oggi gode di una reputazione immacolata.

Vabbè.

Al vertice di Telecom fu nominato Guido Rossi.
In realtà, il potere fu assegnato a vari proprietari, ciascuno dei quali possedeva dallo 0,5 %, allo 0,6 %: tra di loro comparivano gli Agnelli.

Prima ancora della privatizzazione, e cioè quando ancora la proprietà (e i Soldi) della compagnia era dello Stato italiano, si era già fatta una zozzeria con i fondi Telecom: nel 1997 sempre il governo Prodi compra il 29 % di Telekom Serbia, altra azienda di Stato (serbo, ovviamente), pagando a Slobodan Milošević 878 miliardi di lire.
Rivenderà questa quota a Telekom Serbia cinque anni dopo (caduto Milošević) per 378 miliardi, con una perdita del 57%.

Perdita dei tuoi, dei miei soldi.

Vi basterà “wikipediare” per capire che, date le tendenze politiche di questo discutibile uomo politico (per chi -giustamente- non capisca a chi mi riferisco, parlo di Milošević, non di Prodi) forse si trattò di un finanziamento mascherato da compagni a compagni.

Nel 1997, quando il governo Prodi privatizza Telecom, ricava 11,8 miliardi di euro odierni.

E si disse che lo Stato era uscito dalle telecomunicazioni, che aveva avuto una virata liberista e via di questo passo.

Ma nel 2001 ENEL -società statale- rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, concorrente di Telecom, ma più piccola, per la cifra di 11 miliardi di euro.

E da qui inizia il saccheggio. Come?

Infostrada è la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato. Il governo Prodi vendette questa infrastruttura statale, a Olivetti (di De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili a rate in quattordici anni. Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per  quattordicimila miliardi di lire, non a rate, ma in unica soluzione. Che bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore!

Per chi tenda a incepparsi con la matematica, il governo Prodi regalò di fatto tredicimilatrecento miliardi di lire a De Benedetti.

Nessuno fu incarcerato per questo.

No scusate, errore, uno fu incarcerato, in effetti: Lorenzo Necci, manager delle Ferrovie, che cercò di opporsi all’ignobile operazione finanziaria. Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo. Fagli un bello sconto, caro Necci, e non rompere i coglioni.
Necci non capì l’antifona, ahilui.

La magistratura lo incriminò subito dopo. Le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio e sarà sottoposto a mesi di carcerazione preventiva.

Salvo poi essere, grazie a Dio, assolto.

D’Alema verrà assolto dopo Prodi, e comincerà il saccheggio firmato Colaninno. Costui si accaparra Olivetti, e con questa dà la scalata a Telecom con irregolarità devastanti.

Quando la Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) -con Luigi Spaventa a capo- vuol vederci chiaro, un colloquio a quattrocchi di D’Alema col suddetto lo… spaventa alquanto e lo induce a non mettere i bastoni tra le ruote di questo mastodontico malaffare (Spaventa non è un ardito, ha di fronte l’esempio di Necci).

Un esempio su tutti, riguardo alle irregolarità: nell’offerta pubblica d’acquisto, Colaninno è costretto ad aumentare l’offerta da 10 a 11.5 euro ad azione, perché il titolo in Borsa è salito. Da quel momento, ovviamente, Colaninno ha estremo interesse che il titolo non salga più sul “libero” mercato.

Quindi, cosa fa in definitiva?

Lui e soci vendono di soppiatto le azioni in loro possesso e nel mentre dichiarano al mercato di essere pronti a comprarne di più per farne calare il corso. Realizzano tra l’altro una plusvalenza di 50 miliardi con questa vendita occulta, perché hanno approfittato del rialzo da loro stessi determinato con l’annuncio di voler acquistare a 11,5 anziché a 10.

Tutto questo si chiama aggiotaggio e insider trading,due reati finanziari molto, molto gravi.
In Italia, quando governa “baffino” D’Alema, invece, diventano semplici birichinate.

Colaninno si scusa, e finisce lì.
La scalata venne definita dal Financial Times (non proprio un giornaletto di paese) “una rapina in pieno giorno”.

Qualche arresto? Macchè.

Colaninno controlla al 51 % una società fantasma, la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom.

Fatti i conti, Colaninno e i suoi controllano Telecom detenendone, alla fine, l’1,5 %.

Saggia scelta: Telecom ha già più di trentamila miliardi di debiti, e deve pagare il debito con rate di seimilaseicento miliardi l’anno: non c’è la minima probabilità di fare profitto.

Qualche dubbio aleggia sulla Bell: non si sa chi ne siano i soci. A garantire la trasparenza della Bell interviene direttamente il capo del governo, D’Alema.

Chissà perché.

Due giornalisti di Repubblica (onore al merito) scoprono un perché possibile: tra i soci fondatori di Bell compare un capitalista collettivo chiamato “Oak Fund”, con sede alle Cayman.

“Oak Fund” significa “Fondo Quercia”, e risulta essere un fondo gestito in esenzione fiscale, in un paradiso fiscale intoccabile dalla legge italiana, da soci anonimi con quote al portatore.

Sarà a causa di questo Fondo Quercia che Marco Travaglio parlerà, a proposito dei nuovi sinistrorsi, come di gente “entrata al governo con le pezze al culo e uscitane coi miliardi?

Sarà per questo che Prodi disse, un giorno “Se avessi fatto io il 2 % di quel che sta facendo D’Alema per influenzare le decisioni di aziende quotate sui mercati sarei già crocifisso”?

Forse.

Certo è che ci furono dei bei guadagni, dai saccheggi di Colaninno. Colaninno stesso ne è uscito, dopo il disastro da lui provocato, supermiliardario.

Ma non è il solo.

Tornando indietro nel tempo, potremmo prendere per esempio la SEAT, che gestisce la pubblicità. Apparteneva a Telecom (era quindi di proprietà dello Stato), e fu venduta. Anzi no, devo essere più corretto: ne fu poi ricomprato da Telecom il 20 %, perché se la società committente possiede almeno il 20 % della società cui affida la pubblicità, può farlo a trattativa privata evitando la gara d’appalto.

Chi acquistò SEAT (Comit – De Agostini ed altri, ammucchiati in una società chiamata “Otto”) a millenovecentocinquantacinque miliardi per il 61%, la rivendette trenta mesi dopo a Colaninno, che ne acquista il 20 % a settemiladuecento miliardi; poi un altro 17 % a cinquemila miliardi, e un altro 8 % per cinquemilasettecentocinquanta miliardi.

Un bene venduto dallo Stato a 1.955 miliardi, quindi, viene venduto subito dopo a più di 16.000.

A fornire i soldi alla «Otto» per il fortunato acquisto è Dario Cossutta, figlio di Armando Cossutta, alto dirigente della Banca Commerciale, che è anche socia della «Otto».

Ma gli altri soci -che dovrebbero pagare le imposte sulle plusvalenze dopo la vendita al 1000%- si trasformano in società lussemburghesi. Te pareva.

Chi sono i padroni?

Una catena di società anonime che finiscono in paradisi fiscali: si ignora chi abbia incassato la plusvalenza miracolosa senza pagare le tasse, in un’operazione voluta dall’allora governo Prodi.

Qualche partito? Qualcuno che abbia, a sua volta, un suo “Oak fund” alle Cayman?

Ma torniamo all’Oak Fund e alle vicende che lo hanno interessato, perchè qualche giorno fa è tornato alla ribalta.

Una legge proposta dal governo Prodi e votata alla fine del 2006 in tutta fretta dopo le polemiche sulle intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali e relative ad alcuni esponenti di primo piano del partito allora guidato da Piero Fassino e che coinvolgevano anche l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema, fu aggiornata in dirittura d’arrivo con un piccolo emendamento che apparve quasi ininfluente. Non andavano distrutte soltanto le intercettazioni illegali ma -si stabilì con una norma passata quasi inosservata- anche le investigazioni illecite.

Nessuno si accorse che l’emendamento sarebbe stato decisivo per chiudere la vicenda “Oak Fund”. Si tratta di un dossier realizzato per conto di Telecom che pagò una profumatissima fattura alla agenzia investigativa fiorentina Polis d’Istinto di Emanuele Cipriani, come risulta dagli atti, affinché si mettessero in chiaro le partecipazioni della società -appunto Oak Fund- azionista della Bell (nel 1999, la finanziaria lussemburghese che fu utilizzata per la scalata azionaria a Telecom e che fece risparmiare fiscalmente agli acquirenti mille miliardi di vecchie lire). Il titolare dell’agenzia di investigazioni private, agli inizi del 2000 -dopo che Telecom passò a Marco Tronchetti Provera- fu incaricato da Giuliano Tavaroli, ex capo della security della società telefonica, di scoprire chi effettivamente si celava dietro quella società creata nel 1996 a Georgetown, la capitale delle isole Cayman.

Cipriani ha ricostruito interamente la catena di comando della società e svelato chi aveva accesso ai conti nei Caraibi e a Londra. Proprio in una banca londinese sarebbero arrivati fondi e plusvalenze per milioni di euro. La Polis d’Istinto per la difficile investigazione finanziaria si avvalse di un ex poliziotto inglese, John Beare, specializzato nella caccia ai capitali dei paradisi fiscali. Ma l’inchiesta fu chiusa, grazie a quell’emendamento decisivo per sbarrare la strada ai Pubblici Ministeri. Poi dicono delle leggi ad personam.

Ma giovedì scorso, il colpo di scena: il giudice Giuseppe Gennari, che dovrebbe occuparsi della distruzione del materiale (secondo il famoso emendamento) non ho trovato alcuna prova che questi dossier siano stati raccolti illegalmente, per cui devono fare parte a pieno titolo del processo a carico di quegli uomini “colpevoli” di averli realizzati. Questo significa che il segreto è tolto sull’intera attività della “Security” di Telecom. Tutto diverrà di pubblico dominio.

Incluso il famoso Oak fund, nel quale compaiono, tra gli altri, i nomi di Piero Fassino e Massimo D’Alema.

Se per la vicenda Ruby (tra l’altro non ancora accertata in via processuale) s’è fatto tutto ‘sto casino, allora per questa vicenda (altrettanto non accertata processualmente) che bisogna fare? La rivoluzione?

Voi cosa ne pensate?

 

Questo pezzo ha lo stesso titolo del servizio delle Iene mandato in onda nella puntata di ieri sera, che ti ripropongo alla fine di questo pezzo.

Niente da dire sul protagonista, Nando Colelli. Lui è semplicemente un ragazzo che ha colto un’occasione: ha intravisto l’opportunità di diventare famoso e fare una barca di soldi NON studiando e lavorando, ma partecipando per due mesetti a un programma TV e l’ha colta. Come biasimarlo. Qualsiasi critica riguardo alla sua scelta sarebbe il semplice frutto d’invidia; sei un operaio, guadagni 1000 euro al mese, non hai grandi prospettive per il futuro. Capisci che partecipando a un programma TV potresti far fortuna. Cogli l’attimo.

Facile criticare la sua scelta e fare i superiori e gli intellettuali, noi che abbiamo (o abbiamo avuto) la fortuna di avere una famiglia degna di questo nome che ci ha spinti a studiare diventando medici, avvocati, notai, dirigenti. Evidentemente lui non ha avuto una buona famiglia che lo indirizzasse verso veri traguardi di vita, oppure non ha avuto fondi per poterseli permettere, i traguardi.

Il problema non è tanto lui (che comunque, cazzo, ora mi prendi da 1500 a 11000 euro AL GIORNO, pagatele le cene e le camicie, e magari lascia anche una bella mancia -nel servizio vedrete come il signorino approfitti bellamente della sua notorietà per cenare gratis e farsi regalare capi d’abbigliamento raffinati- ma, come si sa, signori si nasce) quanto… la gente.

Non la gente in generale: chi lo invita nelle discoteche e nei ristoranti lo fa semplicemente per questioni di pubblicità e d’immagine; invito il VIP della situazione, e per quella serata il fatturato della mia discoteca impenna. Chi sia il VIP in questione poco importa. Business, non si può biasimare nemmeno questo senza scadere nell’intellettualismo svincolato dal mondo reale.

Ma quella gente che SPENDE i propri soldi per vederlo, toccarlo, stargli vicino, osannarlo, chi prende un pullman spendendo CINQUANTA EURO per passare una serata con lui (i Nando Boys), quella gente è un problema. Qui non si tratta di un semplice calcolo economico: faccio l’idiota, invito l’idiota e ho un ritorno economico.

Qui si tratta di centinaia di persona che lo pagano, lo scopano, lo osannano, lo mitizzano PERCHE’ CI CREDONO. Un osannare fine a sè stesso. Perchè lo vedono sul serio come un modello da seguire. Altra soluzione non esiste. Nemmeno tra quelli che avevano a che fare con lui PRIMA del Grande Fratello (o meglio, del grande fratello) ne hanno mai avuto grande considerazione. Ragazze che lo frequentavano, lo conoscevano, potevano tranquillamente osannarlo e portarselo a letto a piacimento: non credo che il nostro eroe avrebbe disdegnato le attenzioni del gentil sesso. Ma nessuna, manco al suo paesello, prima che diventasse famoso se lo filava. Lo ammette lui, candidamente.

Ecco, io vorrei dire a queste persone: signori, non prendetelo come modello. Lui ha avuto fortuna. Essere presi al GF non può essere un ideale di vita, non è un traguardo che ci si possa costruire. Non sperate nella fortuna. Costruite il vostro futuro. E se vedete qualcuno che riesce a sbarcare il lunario per un colpo di fortuna, senza (tra l’altro) aver fatto nulla di speciale, limitatevi a essere felici per lui, tutto qui.

Ho il desiderio di un popolo che accolga un medico che trova una cura come un eroe, di un avvocato che venga non dico osannato, ma salutato con rispetto al suo paese (non in tutta Italia, sia mai!) perchè ha trovato il modo di far assolvere un innocente. Magari non dormendo la notte, e accollandosi spese che il suo assistito non avrebbe potuto sostenere. Magari un invito all’osteria “da Peppe” sotto casa. Un popolo che, almeno a livello di vicini di casa, prenda un medico distrutto dalla brutalità della natura, che si deve arrendere alla malattia di un paziente seguito per mesi, e che gli dica “Ottimo lavoro. Sei stato grande. Non è colpa tua. Stasera usciamo, così ti svaghi, se vuoi. Offro io.” Oppure offrendogli un caffè incrociandolo in un bar, anche se non lo conosce di persona in segno di amicizia e “gratitudine”. Dici che sembrerebbe eccessivo? Forse. Ma se si spendono 50 euro e si viaggia in pullman con dei perfetti sconosciuti al fine di incontrare IL PERSONAGGIO DEL GF, allora il confine dell’eccesso credo debba essere rivisitato.

Ma questa è fantascienza. I grandi, i veri grandi, sono silenziosi. Anzi, alle volte vengono sputtanati perchè “Eh, fare l’avvocato (medico, ingegnere, infermiere…) non è mica un lavoro, stai seduto tutto il giorno, non vai mica in miniera.”

Io l’ho provato, grazie all’università, cosa vuol dire avere in mano la reputazione di una persona, credere nella sua innocenza, scartabellare centinaia di documenti per trovare il modo che non venga condannata, restare nello studio dell’avvocato (con i miei quattro colleghi studenti) che collaborava con il progetto di Clinica Legale fino ad orari in cui lo studio era ormai vuoto.

E questo era solo un piccolo antipasto della missione che saremo chiamati a svolgere da avvocati o magistrati, e che oggi già svolgono centinaia di professionisti (non solo in campo giuridico) che noi, generazione successiva, saremo un giorno chiamati a sostituire.

Non pretendo che la società si metta di punto in bianco ad AMARE coloro che veramente sono utili -nel silenzio e nell’umiltà- alla società. Sono realista. Ma per lo meno, non pugnalate queste persone osannando un soggetto che ha il solo merito di aver partecipato settanta giorni a un programma TV.

E se non volete ascoltarmi e preferite continuare sulla vostra strada, allora imboccatela e percorretela.

E andatevene affanculo.

Visto che non riesco, per qualche motivo, a pubblicare il video, ve ne copio il link:

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/214446/roma-nando-del-gf-11.html


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