Il Calabrescia pensiero

Posts Tagged ‘Napoli

Non è che si debbano elaborare grandi teorie. Non si devono analizzare territori sterminati. Non è che da Roma in giù ci sia pieno di immondizia, non si può dire “è un problema generalizzato”.

Vai a Reggio Calabria, a Santa Maria di Leuca, a Catania e a Palermo. Lì ci sono altri problemi, ma non troverai mai montagne di immondizia ai lati della strada. E’ ovvio che il problema di Napoli è un qualcosa di definito, definibile, e pure senza tanti cazzi e filosofie astratte.

Tutto inizia nel 1994, con la dichiarazione dello stato d’emergenza in relazione allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Questo perché negli anni precedenti il sistema di smaltimento si era (colposamente? Dolosamente?) inceppato: l’immondizia non si smaltiva e, come ovvio, si accumulava. Finché nel 1994 si è arrivati a una intollerabile situazione che ha portato allo “stato d’emergenza”. Si nomina quindi un Commissario di Governo. Per essere chiari, si nomina un tizio al quale si dice “ti do poteri straordinari al fine di gestire la situazione. Vai e risolvi.”

Questo Commissario è, per sua natura, temporaneo. Nel senso che viene nominato, risolve le questioni che deve risolvere, e via. Peccato che a Napoli il commissariamento straordinario sia durato fino alla fine dell’anno 2009. Quindici anni. Senza risultati.

Come mai è così difficile risolvere la questione? Insomma, non basterebbe prendere ruspe e badili, incenerire tutto (a norma di legge, non coi falò) e “resettare” la situazione? Vabbè, magari non ci si mette una settimana, ma in un annetto…

Sbagliato.

Il fatto è che dal 1994 in poi, come è costume in quelle terre disperate, laddove lo Stato si inceppa si inserisce in automatico la malavita. L’immondizia non si smaltisce? Tranquilli, arriva la camorra.

Come? Abbastanza semplice. La camorra si organizza al fine di smaltire i rifiuti. Ovviamente non diventano tutti dame di San Vincenzo. Non è che il mattino sparano in faccia a un poverocristo e la sera badano a smaltire i rifiuti badando all’ambiente. Prendono, caricano tutto (rifiuti speciali e pericolosi annessi) e alè via, li sotterrano, gli danno fuoco, li buttano a mare. Tutto questo a un prezzo di gran lunga inferiore a quello richiesto per un corretto smaltimento. Ed è qui che il meccanismo si autoalimenta: la camorra prende soldi facili, toglie un po di immondizia di torno, l’imprenditoria coglie la palla al balzo al fine di smaltire a basso costo i propri rifiuti, alle volte si inserisce essa stessa nel circolo dello smaltimento illegale.

Un vero e proprio sistema parallelo a quello statale. Certo, un sistema inquinante e criminale. Ma i prezzi sono bassi e il servizio è garantito; questo basta.

Come risolvere? Il punto non è tanto andare e ripulire quello che c’è. Anche se si dovesse tirare a lucido tutta Napoli e se si dovessero costruire diecimila inceneritori, rimarrebbe ancora in vita il sistema parallelo di smaltimento camorrista. E siccome qui nessuno è imbecille, sappiamo tutti che l’uomo sceglierà sempre la strada meno costosa. Quindi anche con una Napoli tirata a nuovo e inceneritori a perdita d’occhio, se non si debellasse il sistema camorrista si tornerebbe, nel giro di cinque anni (ad esser buoni) alla stessa situazione di oggi.

Forse affiancare al repulisti generale e alla costruzione di inceneritori una legislazione estremamente dura per tutti coloro che non smaltiscano correttamente i rifiuti non sarebbe male. Smaltisci male i tuoi rifiuti e sei un privato? Diecimila euro di multa. Magari associati a lavori socialmente utili, una settimanella a spalare immondizia per le strade con un cartello “non ho smaltito correttamente”. Lo fai a livello industriale? Un milioncino di multa e sequestro dell’impresa. E un mesetto di spalamenti. Poi magari dico boiate, però la strada non credo sia del tutto errata.

E a livello nazionale, preventivo, non sarebbe il caso di imporre per legge la raccolta differenziata? Vedo già alcuni comuni che l’hanno imposta: se tu produci immondizia (come è normale) la devi smaltire differenziandola. La gente lascia i sacchi fuori dalle abitazioni -quello del vetro, plastica e via discorrendo- i quali vengono quotidianamente raccolti e portati al ricicloN.

A Napoli non so quanto ci vorrebbe per attivare un meccanismo del genere: bisogna prima ripulire e debellare il sistema parallelo di smaltimento camorrista. Ma per tutte le altre zone d’Italia questo vorrebbe dire minor costo di produzione di materie prime (non devo prendere nuovo vetro per costruire -bottiglie ad esempio- ma riutilizzo quello che gratuitamente mi torna indietro dalla raccolta differenziata. La mia impresa potrà risparmiare.) e maggiore facilità di smaltimento di tutto ciò che non sia riciclabile. Perchè un conto è dover smaltire 100 tonnellate, altro è smaltirne 30, perchè 70 sono state riciclate.

Il mio non è un discorso da ambientalista coi fiorellini tra i capelli e gli striscioni pronti per la lotta alla caccia alla balena. Il mio è un discorso di pura logica.

Non dimentichiamo che a Napoli è cominciato tutto da un sistema inceppato. Potrebbe succedere anche altrove.

Ma è più facile incepparsi con 100 tonnellate o con 30?

Fate voi.

Annunci

Questo pezzo sfiorerà appena l’argomento della prescrizione breve, approvata ieri.

Vedo certe realtà italiane. Per grazia di Dio non le vivo in prima persona, ma attraverso giornali e TV ne posso avere un breve e indolore assaggio. Leggo di Napoli, vedo servizi su Napoli. L’ultimo ieri, puntata delle Iene: niente di grave o sanguinoso, per fortuna. Un “semplice” malcostume diffuso, tra le altre centinaia di quella città. Vuoi parcheggiare la tua auto? Non importa che tu lo faccia in un parcheggio gratuito, uno a pagamento, uno per i disabili o che tu sbatta la tua auto in divieto di sosta, terza fila.

L’importante è che paghi un tot al tizio che prontamente ti si avvicina. Vuoi restare un’ora? Son tre euro. Tutto il giorno? Trenta. Se vuoi “l’abbonamento”, c’è un qualcosa di assimilabile allo “sconto clienti”: un mese, cento euro.

Ma scusa, è un parcheggio gratuito… devo proprio pagarti tre euro? Sto qui mezz’oretta… e se non lo faccio?

Eh, se non lo fai potrebbe capitare qualcosa, sai, una gomma tagliata, la marmitta sfondata, un finestrino rotto… insomma, non sei tranquillo, se non lo fai.

Quindi l’inviato delle Iene chiede alla gente comune cosa pensi della situazione. La risposta è sempre la stessa, con una rassegnazione che gela il sangue, che poi non è rassegnazione -e questo fa ancora più male- è semplicemente un chiarire che “le cose stanno così”.

Come dire “il pane viene due euro al kilo”. E’ così, non lo sai?

“Eh certo che bisogna pagare, conviene! Meglio dargli cento euro al mese, che pagarne quattrocento tutti i mesi per delle gomme nuove.” Che fortuna.

Altro servizio, sempre alle Iene: un quartire particolarmente disgraziato, fori di proiettile alle pareti delle case e nelle saracinesche. Un banchetto di sigarette di contrabbando lasciato lì tranquillamente al passaggio delle telecamere: chi ci tocca a noi. Solo ad una osservazione stupita dell’inviato si procede a coprire la merce con un telo. Ma no, che dici, non contrabbandiamo qui.

L’inviato entra in una classe, scuole elementari di quel quartiere. Chiede ai bimbi come vivono: da carcerati. Non vanno fuori casa a giocare, non si fanno due passi con la mamma. Rischi di prenderti una pallottola. Una bimba di dieci anni, nel raccontare, si mette a piangere e fatica a parlare. Non sta fingendo, solo a raccontare è presa dall’ansia e dal terrore.

Un uomo dice esattamente una cosa che ho scritto in un mio post precedente, titolato “Si festeggi, uniti”: “Che dobbiamo fare? Sopportiamo, paghiamo. Qui lo Stato non c’è: se ci ribelliamo ci ammazzano, ci rovinano la vita.”

Ci sono certe zone d’Italia in cui non solo esiste la criminalità -che è fenomeno mondiale, non solo italiano- ma dove questa esercita con spudoratezza vergognosa, senza paura, senza la minima premura di volersi nascondere dalla Giustizia. Che lo nascondo a fare il banchettino con merce di contrabbando: qui comando io, chi mi tocca. Che problema c’è a mitragliare in mezzo a una via. Non mi vengono ad arrestare.

Ci sono certe zone dove anche incrementando le forze dell’ordine -anche mandando l’esercito, anche dando licenza di uccidere senza troppi complimenti- la situazione è tanto compromessa da non permettere risultati significativi. Perchè un ottimo magistrato, un ottimo ufficiale di Polizia non sono esseri superiori con paranormali capacità di scovare criminali. Ci sono le intercettazioni, vabbè, volendo ci sono infiltrati nella malavita, ok. Ma il colpo grosso lo fai quando tutto un popolo (e Napoli conta tra i tre e i cinque milioni di persone) si rende conto della forza dello Stato, che lo difende. Il colpo lo fai quando ognuno diventa un vero e proprio collaboratore della Giustizia, perchè percepisce l’enormità dello Stato in confronto ai limitati mezzi della malavita.

Lo fai quando uno stronzo entra in un negozietto per chiedere il pizzo (valli a intercettare, valli) e il negoziante risponde “sì, vabbè, statti buono… fuori, da bravo…” e cinque minuti dopo chiama i Carabinieri consegnando le registrazioni della telecamerina di sorveglianza montata fuori. E lo stronzo (e non solo lui, ma il suo clan, non sono lupi solitari) dopo poco tempo si ritrova in carcere con le chiavi (in questi casi credo sempre poco alla rieducazione del condannato, mi si consenta) buttate nella prima latrina disponibile.

Lo fai quando il cittadino, denunciando, non si senta automaticamente un eroe votato al martirio, ma un ingranaggio di un meccanismo a prova di bomba. Perchè io denuncio se so che la conseguenza è il mio non dover più buttare soldi al vento, liberarmi da un’oppressione, non se sono certo che la mia denuncia -se mi va bene- mi porterà a dover comprare un’auto nuova, con un altro mutuo, perchè quella che avevo me la bruceranno per vendetta. Se mi va bene, s’intende.

Persone che per una metà hanno terrore a ribellarsi, e per l’altra metà restano affascinate dallo strapotere di queste forze cattive, e ne entrano a far parte. Il motivo della paura e del fascino è sempre quello: lo strapotere. Colpendo quello…

Dicono che ci sia un problema, nella Giustizia italiana. I processi son lunghi da fare schifo, vero. Ma c’è anche un problema che non riguarda gli uffici giudiziari. Riguarda la Giustizia di tutti i giorni. Non solo il fatto che una sentenza non venga depositata, la “giustizia dei tribunali”, ma anche il fatto che ti becchi una sventagliata di pallottole nella schiena se solo ti avvicini a quella giustizia che, se riesci a raggiungerla da vivo, forse non ti darà risultati per via dell’inefficienza.

E per sopperire, che si fa? Il processo breve (giusto e sacrosanto), in modo tale da rendere la macchina della Giustizia il meno lenta possibile, e la prescrizione breve (oscena, quanto la prescrizione in generale) che permette a un colpevole di reato di non essere più sottoposto a procedimento penale dopo un tot di tempo trascorso dal compimento del reato stesso. Poi le polemiche sul fatto che con la prescrizione breve non si potranno svolgere i processi sulla strage di Viareggio e per i crolli dell’Aquila sono panzane di certi mattacchioni dell’opposizione: i tempi sono più che consoni per svolgere anche questi processi, non siamo ridicoli. A meno che non si voglia affermare che in più di dieci anni non si riuscirà ad arrivare a una sentenza.

Ma è il messaggio che passa che fa schifo: se non hai mai subito condanne, allora per te la prescrizione arriverà un pò prima del dovuto.

Un piccolo ultimo appunto: col processo breve forse certe lungaggini verranno eliminate. Il fatto è che ci si deve poter arrivare, a un processo, breve o lungo che sia.

E se ho paura a denunciare, di sicuro, il processo sarà brevissimo.

Istantaneo.

Inesistente.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: